Si stringe drammaticamente il cerchio attorno a Zelal (20 anni) e Yekta Pokerce (21), sorella e fratello residenti con la famiglia a Riazzino, integrati e benvoluti da tutti, che la Svizzera vuole sostanzialmente cacciare dal Paese per rimandarli in Turchia, dove, in quanto curdi, verrebbero discriminati (e il padre incarcerato, visto che era stato citato in giudizio per aver ripostato in rete, nel 2014, una vignetta su Erdogan e per questo era poi fuggito dal Paese). Nei giorni scorsi alla scuola che frequenta Zelal (la Scuola superiore specializzata d’arte applicata del Centro scolastico per le industrie artistiche, Csia) e al datore di lavoro di Yekta è arrivata una raccomandata con cui si intima a Zelal di smettere “con effetto immediato” di studiare e a Yekta di smettere di lavorare.

Le lettere sono firmate dall’Ufficio della migrazione di Bellin zona, Sezione della popolazione, Servizio asilo; lo stesso ufficio con cui avrebbe dovuto inter mediare il Consiglio di Stato, su richiesta dell’avvocata dei due giovani, Immacolata Iglio Rezzonico, affinché desse un preavviso favorevole al rilascio di un permesso B per integrazione. Rilascio che comunque, in ultima istanza, è affare della Segreteria di Stato della migrazione (Sem).

Per quanto attiene alla ragazza, la raccomandata è la conseguenza di una richiesta di con senso di viaggio scolastico a Milano inoltrata dallo Csia. Non solo l’Ufficio della migrazione risponde picche, ma ci mette pure il carico, statuendo che “stante la sua attuale situazione a livello migratorio, la frequentazione di una formazione a livello terziario non le è consentita e, di conseguenza, nessuna lista di partecipanti a viaggi scolastici verrà rilasciata”. Poi viene spiegato che manca uno statuto legale per Zelal, visto che la Sem “ha emesso una decisione negativa in data 15 febbraio 2022 relativa alla domanda di asilo presentata e la stessa è cresciuta in giudicato dopo che anche il Tribunale amministrativo federale (Taf) ha convalidato la risoluzione della Sem con sentenza 8 novembre 2024”.

Non basta: l’Ufficio della migrazione osserva anche che la Sem, il 13 gennaio ’25, aveva negato la proroga del termine di partenza all’interessata “e, nel contempo, ha ribadito che (...) la frequenza della menzionata scuola non costituisce una formazione professionale, bensì una for mazione scolastica di livello terziario e che questa tipologia di percorso scolastico non rientra nella casistica delle formazioni per le quali è possibile accordare una proroga del termine di partenza”. Oltretutto, aggiunge, la formazione della ragazza era iniziata dopo la decisione d’asilo pronunciata dall’autorità federale (anche se ciò era stato contestato, in quanto la prose cuzione degli studi era avvenuta durante la procedura di ricorso al Taf, quindi quando ancora Zelal era regolare sul territorio e poteva frequentare la scuola). Per Yekta stesse bordate: “Lo straniero non possiede più alcun permesso legale per risiedere in Svizzera, infatti il suo soggiorno è attualmente tollerato in attesa della conclusione della sua procedura ricorsuale”.

Quindi, per la Svizzera, meglio a casa ad arrovellarsi in attesa di un rimpatrio ingiusto e inu mano, piuttosto che continuare a frequentare la scuola, gli amici e una vita sociale degna di tal nome e potere un giorno guadagnarsi l’indipendenza economica lavorando in Ticino.

Per i due fratelli si erano mossi mari e monti: l’ultimo episodio risale allo scorso aprile, quando i compagni di classe di Zelal, con gli amici suoi e del fratello, avevano consegnato al governo una petizione con 1’706 firme. La richiesta era stata proprio quella di intercedere con l’Ufficio della migrazione affinché i due potessero perlomeno proseguire le loro formazioni scolastica e lavorativa mentre si trovano nel terribile limbo del cosiddetto “aiuto d’urgenza”, che altro non è se non la morte sociale degli individui, impossibilitati a fare alcunché, con tutti i rischi che ciò comporta per l’equilibrio dei ragazzi (il cui fratellino 11enne Azad, che presenta un disturbo dello spettro autistico, frequenta oltretutto la Scuola speciale di Riazzino).

A livello procedurale l’avvocata Iglio Rezzonico aveva inoltrato una domanda come “casi di rigore”, in quanto integrati, all’Ufficio della migrazione, che l’aveva negata, sostenendo non vi fossero i presupposti. Contro questa decisione l’avvocata aveva ricorso al Consiglio di Stato, chiedendo in via supercautelare che durante la procedura ricorsuale venisse sospeso il rinvio in Turchia. Ma nello stesso giorno sono arrivate le lettere dell’Ufficio della migrazione e anche un “no” alla sospensione del governo ticinese.

Spaventata ed esausta, Zelal, raggiunta dal nostro giornale, si esprime in questi termini:
«Dare un nome a ciò che mi è stato fatto non è semplice. Per un anno c’è stato silenzio; ora, all’improvviso, è stato tracciato un confine alla mia istruzione e alla mia vita quotidiana. Non posso accettarlo. Quando sono arrivata qui non ho lasciato niente a metà. Anzi, ho chiuso la mia vita precedente e ho ricominciato da zero. In quattro anni ho costruito la lingua, gli studi, le relazioni; ho fatto tutto ciò che potevo e anche di più. Oggi mi si dice “non puoi più studiare, non puoi più lavorare”. Penso che questo non sia coerente con la vita che ho costruito qui. La vita di una persona non dovrebbe essere ridotta solo a uno “status”. Io voglio far parte di que sto Paese producendo e contribuendo. E adesso userò tutte le vie legittime a mia disposizione per poter continuare a farlo. La mia richiesta è semplice: poter portare a termine il cammino che ho iniziato. Vorrei essere vista non come un fascicolo, ma come una persona». Marina Carobbio Guscetti, direttrice del Decs, dichiara: «Capisco i sentimenti della ragazza e del ragazzo. Sono a mia volta molto preoccupata per loro. Ribadisco quanto sostengo da sempre: sarebbe non solo auspicabile, ma anche fondamentale che le giovani e i giovani in situazioni simili potessero proseguire nelle formazioni avviate e concluderle. Interrompere percorsi for mativi e i legami sociali che essi favoriscono vuol dire rendere il presente – già particolar mente arduo – ancora più duro».

Tratto da laRegione del 31.10.25