Giornali arabi e israeliani davano ieri per certo che i negoziati in Egitto avrebbero portato, in tempi stretti - giorni se non addirittura ore - a un accordo per il passaggio alla seconda fase del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Riferivano di «progressi significativi» al tavolo delle trattative, sottolineando allo stesso tempo che restano profonde divergenze tra Israele e Hamas su questioni decisive: il disarmo del movimento islamico palestinese, il ritiro delle truppe di occupazione israeliane da Gaza, la futura amministrazione della Striscia e il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione. Per i media israeliani Hamas si sarebbe «arreso », avendo accettato di consegnare le sue armi. Un esito che, se fosse vero, farebbe la felicità di Benyamin Netanyahu, alla disperata ricerca di «vittorie » da sbandierare in campagna elettorale. Ma è poco credibile, almeno nei termini resi noti. Non è in linea con quanto proclamato appena qualche giorno fa dal nuovo leader di Hamas, Khalil al Hayya, che ha escluso una «capitolazione».
Il Board of Peace (Bop) per Gaza, creato dal Piano Trump in venti punti, ha fatto sapere che i colloqui hanno preso una direzione «positiva, senza sotterfugi né compromessi», verso risultati concreti. L’accordo è basato su una tabella di marcia in quindici punti elaborata con la mediazione dell’Egitto, degli Stati uniti e di altri attori internazionali. Il nodo centrale resta quello delle armi della resistenza palestinese, quindi non solo di Hamas, ma anche di altre organizzazioni, tra cui il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (sinistra) e la Jihad islamica. Il movimento islamico avrebbe accettato di discutere una formula che prevede il confinamento delle sue armi pesanti in depositi controllati, sotto la supervisione del Comitato tecnico palestinese (Ncag), con verifiche internazionali. Il compromesso riguarderebbe anche tunnel, depositi di munizioni e laboratori di produzione di armamenti, destinati a essere smantellati gradualmente.
Non è chiaro quale sarà il destino delle armi leggere individuali, fucili e pistole. «Hamas non accetterà un disarmo totale - dice al manifesto un giornalista di Gaza - Intende conservare le armi leggere per autodifesa e chiede al Bop di assorbire migliaia dei suoi uomini nella nuova polizia della Striscia». Il movimento islamico, ha aggiunto, vuole garanzie sullo smantellamento delle milizie mercenarie palestinesi agli ordini di Israele e sulla fine degli attacchi militari di Tel Aviv contro i suoi dirigenti e contro la Striscia. L'intesa sulle armi, precisano fonti del movimento islamico, non è una «resa» perché è condizionata al completo ritiro israeliano da Gaza. Hamas insiste inoltre sull’apertura dei valichi e sull’aumento degli aiuti umanitari.
La lettura israeliana è opposta. L’accordo in discussione, secondo Tel Aviv, deve necessariamente prevedere il completo smantellamento dell’apparato militare di Hamas. Tutte le armi, comprese quelle leggere, dovranno essere consegnate mentre tunnel, depositi e laboratori saranno eliminati sotto un rigido sistema di monitoraggio internazionale. Washington, a quanto pare, condivide questa impostazione. In ogni caso Israele ribadisce che non si ritirerà dalla Linea gialla, che delimita la profondità della sua occupazione della Striscia (ufficialmente il 53%, di fatto oltre il 60%) prima che Hamas sia completamente disarmato. Nei mesi scorsi Netanyahu ha ordinato all’esercito di estendere la linea fino al 70%. Sarebbero ancora ampie anche le differenze sul futuro governo della Striscia. L’accordo di tregua prevede il trasferimento della gestione civile al Ncag palestinese e, all’inizio di luglio, Hamas ha sciolto il proprio governo. Non è stata però ancora trovata un’intesa sul destino di 50mila dipendenti pubblici: il movimento islamico insiste perché siano integrati nella futura amministrazione. Israele, invece, li vuole tutti fuori dai ministeri: li considera «sostenitori di Hamas».
Al di là dei proclami, l’accordo non è così vicino come detto ieri. La possibilità di passare alla seconda fase della tregua dipenderà dalla volontà dell’amministrazione Trump di convincere il governo Netanyahu ad attuare le intese raggiunte. Il ministro israeliano della sicurezza, Itamar Ben Gvir, ha respinto seccamente qualsiasi ipotesi di accordo con Hamas e continua a vedere come unica soluzione «l’emigrazione» (deportazione) dei palestinesi e l’affermazione della sovranità di Israele sull’intera Striscia.
Michele Giorgio, il Manifesto, 31.07.26


