Mentre Donald Trump posta su Truth, Xi Jinping continua a stringere mani nella grande sala del popolo. A Pechino continuano ad affluire leader internazionali, alla ricerca di una potenza responsabile che possa bilanciare l’instabilità causata dagli Usa. Un ruolo che la Cina mostra di essere disposta a giocare, pur senza volersi sporcare le mani, legando la propria immagine a tentativi negoziali dall’esito tutt’altro che scontato.

MEGLIO ALLORA ribadire una serie di principi generali, applicabili in larga parte a qualsiasi crisi, per mostrarsi più saggi degli inquilini della Casa bianca. Ed ecco allora i «quattro punti per pace e stabilità in Medio oriente», enunciati da Xi durante il suo incontro Khaled Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi. Primo: attenersi alla coesistenza pacifica, perché i «vicini non possono essere spostati». Secondo: rispettare sovranità nazionale e integrità territoriale, «così come la sicurezza di personale, strutture e istituzioni di tutti i paesi». Terzo: adesione alla carta Onu, perché «non si può applicare il diritto internazionale solo quando conviene e abbandonarlo quando non conviene». Quarto: coordinare sviluppo e sicurezza, perché «la sicurezza è la premessa dello sviluppo e lo sviluppo è la garanzia della sicurezza». Si tratta di molti punti già menzionati dalla Cina nella proposta presentata due settimane fa col Pakistan, che include diversi concetti di cui Xi parla da anni, sia sulla guerra in Ucraina sia nella sua «Iniziativa di sicurezza globale».

La declinazione di questi principi per la guerra contro l’Iran è calibrata in modo da presentare la Cina come equidistante tra l’Iran e i paesi del Golfo, con critiche implicite sia agli attacchi di Stati uniti e Israele, sia alle ritorsioni dei pasdaran contro i vicini regionali. L’incontro col principe ereditario di Abu Dhabi segnala, soprattutto in questo frangente, che i governi dell’area cercano nuove garanzie di sicurezza, dopo la protezione non proprio ermetica ricevuta da Washington.

SEMPRE IERI XI ha ricevuto anche Pedro Sánchez, alla sua quarta visita in Cina in quattro anni. Non sfugge certo che il premier spagnolo è l’unico leader europeo che nega davvero a Trump l’uso delle basi per condurre le sue operazioni militari contro l’Iran, definendo la guerra «illegale». Xi ha detto a Sánchez che la Spagna è «dalla parte giusta della storia» e contro «la legge della giungla». I due leader hanno utilizzato un linguaggio molto simile, nell’auspicare un «impegno comune per salvaguardare il multilateralismo» e «rafforzare i legami nel mezzo di un ordine internazionale che si sta sgretolando». Due giorni fa, Sánchez ha chiesto alla Cina di «fare di più per fermare le guerre», durante un suo discorso all’università Tsinghua. Ieri ha dichiarato di aver discusso con Xi delle riforme necessarie «per rendere il mondo più multipolare». Parole che piacciono molto a Pechino, che vi legge una potenziale maggiore autonomia strategica di Madrid (e magari di Bruxelles) dall’influenza Usa. Non a caso i media statali indicano nella Spagna un «modello» per il miglioramento delle relazioni con l’Ue.

Non è finita qui. Nella capitale cinese c’è anche Sergej Lavrov, che dopo il conflitto contro l’Iran sembra avere un margine di manovra internazionale più ampio. Il ministro degli Esteri russo ha incontrato l’omologo Wang Yi e i due hanno sostenuto che Pechino e Mosca sono «pienamente coordinate nelle loro posizioni sulla scena internazionale». In realtà gli interessi di Cina e Russia sul conflitto non sono del tutto simmetrici, con la seconda che può approfittarne per aumentare l’export di energia anche verso la prima. La missione di Lavrov serve anche a preparare i dettagli della prossima visita di Vladimir Putin, che dovrebbe tenersi non molto dopo quella di Trump, prevista per metà maggio salvo nuovi rinvii.

OGGI XI INCONTRA TO LAM, che ha appena aggiunto la nomina di presidente del Vietnam a quella di segretario generale del Partito comunista. Hanoi è uno snodo chiave per gli interessi cinesi nel Sud-est asiatico e cerca qualche accordo sulle forniture energetiche, che Pechino può usare come leva politica visto che lo shock causato dal conflitto e dalla chiusura di Hormuz la coinvolge meno dei vicini. Nei giorni scorsi Xi ha ricevuto anche Cheng Li-wun, leader dell’opposizione di Taiwan. Un modo per mostrarsi dialogante pure sul dossier più sensibile per la leadership cinese.

Tratto da il Manifesto del 15.04.26