Quando tutta la sinistra parlamentare e sindacale unita – per giunta allargando il proprio perimetro – si siede attorno a un tavolo senza che finisca in rissa, o che parta il dibattito su chi sia più puro, la posta in gioco è veramente alta. E, stavolta, per la sinistra lo è veramente. Al punto da marciare compatta dandosi buffetti amichevoli sulle spalle a vicenda, e presentandosi come comitato unitario, verso la votazione dell’8 marzo sull’iniziativa popolare del Movimento per il socialismo ‘Rispetto per i diritti di chi lavora: combattiamo il dumping salariale’.

Iniziativa che, dopo essere stata respinta dalla maggioranza di centrodestra del Gran Consiglio in novembre, al popolo ticinese chiederà di istituire l’obbligo di notifica di tutti i contratti di lavoro, l’aumento del numero di ispettori che svolgono i controlli nella misura di un ispettore ogni 5mila persone attive e la creazione di una sezione dell’ispettorato che controlli tutte le situazioni legate alla manodopera femminile, con un’ispettrice ogni 2’500 occupate.

«Quando nel 2019 abbiamo lanciato e depositato questa iniziativa il mercato del lavoro ticinese era estremamente complesso, e segnato da abusi, salari bassi, orari di lavoro eccessivi, contratti firmati al 50% con la persona che poi lavorava al 100, licenziamenti e sempre più precarizzazione», esordisce davanti alla stampa in entrata, per l’Mps, Angelica Lepori. E in questi sette anni «le cose non sono di certo migliorate, anzi: sono solo peggiorate». Nel senso che «la situazione salariale è più complessa, chiunque lavori in Ticino è confrontato con stipendi insufficienti per arrivare a fine mese, condizioni precarie, contratti a chiamata o a tempo determinato».


Tutte le richieste

Proposte e obiettivi, per Lepori, sono «semplici». E li snocciola: «L’obbligo di notifica di ogni contratto di lavoro all’Ispettorato permetterebbe di individuare subito situazioni che non rispettano le condizioni legali a livello salariale e tutte le storture per cui oggi non ci sono i mezzi per indagare. Aumentare il numero di ispettori permetterebbe, invece, che questi controlli vengano davvero effettuati, che siano regolari e indipendenti dal datore di lavoro. Tutte misure – continua Lepori – che porterebbero a un aumento di controlli e ad avere informazioni dettagliate e precise sulla situazione del mercato del lavoro, sempre aggiornate in tempo reale. Le statistiche non mancano, certo, ma non sono sufficientemente rappresentative di ciò che succede realmente».


I perché di una sezione femminile nell’Ispettorato

Per quanto concerne invece la creazione di una sezione dell’Ispettorato del lavoro dedicata alle situazioni di illegalità riguardo la manodopera femminile l’esponente dell’Mps è chiara: «Vero, in questi anni la partecipazione delle donne al lavoro è aumentata notevolmente. Ma avviene con condizioni sempre più precarie rispetto agli uomini: la maggioranza delle donne lavora a tempo parziale, con le ricadute ovvie su condizioni di lavoro e salariali perché si è a tempo e salario parziale e si finisce con l’associarsi a situazioni di precarietà». Fatti che Lepori definisce «segregazione orizzontale», con le donne «prevalentemente occupate nei settori di cura e servizi alla persona e nei settori educativi, e se c’è una spinta a portare la donna all’interno di professioni maschili e non invece a portare gli uomini nelle professioni femminili è perché le condizioni di lavoro e il salario precario non interessano ai giovani uomini».

Anche sulla differenza salariale «c’è un miglioramento», ma c’è un però grande come una casa per Lepori. Infatti, «la diminuzione del divario dei salari mediani non è dovuta solo all’aumento dei salari delle donne, ma alla stagnazione se non alla diminuzione dei salari maschili. Sì, la forbice si è ridotta, ma verso il basso e rimangono comunque delle discriminazioni: una differenza dell’8%, che si amplia più si abbassano i salari».

In più, per Lepori, c’è il tema centrale delle molestie sul lavoro, di cui dovrebbe appunto occuparsi questa nuova sezione con un’ispettrice ogni 2’500 impiegate. Sulle molestie «è molto difficile avere dati e statistiche precise su quando succede, ma secondo uno studio dell’Ufficio federale per l’uguaglianza il 52% di chi lavora subisce comportamenti di natura sessuale, sessista e a subirli sono soprattutto giovani donne. Si tratta – continua Lepori – di comportamenti vessatori, osservazioni, battute, clima di sessismo in tutti i luoghi di lavoro, contro cui è molto difficile intervenire e parlarne perché moltissime vittime decidono di non denunciare». L’auspicio, va da sé, «è che questa nuova sezione possa essere il luogo che permette a chi è vittima di molestia, o condizionato da ambienti dove si diffondono in maniera importante, di esprimersi, raccontare e denunciare in modo che non succeda più».


Oltre l’Mps, 11 relatori

A ruota, gli altri undici relatori. Comincia il segretario di Unia Giangiorgio Gargantini, rilevando come «il tema sia prioritario nonostante l’alto numero di controlli effettuati. Finché saremo in questa situazione disastrosa non ci sarà mai un sindacato a dire no a più mezzi, più controlli e più giustizia». Perché Unia «tocca con mano» diverse situazioni gravi: «Partendo da salari inferiori del 20% rispetto alla media nazionale nonostante il costo della vita sia sostanzialmente simile. Questa iniziativa – ribadisce Gargantini – non aumenta i salari, ma permetterà di mettere in evidenza aspetti che oggi non emergono». Un esempio? «I licenziamenti sostitutivi, con qualcuno che costa meno perché frontaliere, o giovane, o donna. L’obbligo di notifica permetterà di sapere se prima dell’assunzione di una persona a 5mila franchi al mese c’era uno che lavorava con le stesse mansioni per 6’500 al mese».

Per la co-coordinatrice e deputata dei Verdi Samantha Bourgoin si tratta di «istituire un monitoraggio serio con strumenti moderni per agire, per un Ticino che non è un cantone come gli altri». Le fa eco, per il Ps, Marco D’Erchie: «Vengo dal Mendrisiotto, dove il problema del dumping è concreto e reale, tocca le vite di moltissime persone e le migliaia di firme raccolte in pochissimo tempo sono la misura di quanto il tema sia sentito in una regione di frontiera come la nostra». In più, per D’Erchie, «si andrebbe a favorire le aziende che cercano di fare impresa in maniera sana. Il dumping è anche e soprattutto concorrenza sleale tra aziende, e tante di queste cercano invece di essere corrette. E vengono svantaggiate».

Sempre rimanendo in ambito parlamentare, e uscendo dal perimetro della sinistra, per Più Donne Maura Mossi Nembrini «la situazione di dumping e delle donne nel mercato del lavoro è insostenibile». Per la verde liberale Sara Beretta Piccoli, «salari bassi vuol dire pensioni più basse, e aumenta il rischio povertà in età avanzata». Tornando a sinistra, a prendere la parola per il Partito comunista è Rudi Alves, secondo cui «la condizione del mercato del lavoro è simile al far west, con un tessuto produttivo da anni fragile e un posizionamento geografico che con la libera circolazione delle persone pone pressione sui lavoratori e sui livelli salariali».

Per il fronte sindacale, il portavoce di Erredipi Enrico Quaresmini si dice soddisfatto che «il tema andrà in votazione popolare, perché parte della classe politica non vede il problema». Renato Minoli, a nome dell’Unione sindacale svizzera sezione Ticino rammenta che «ricchezza e miliardari aumentano, i salari ristagnano o diminuiscono, in più c’è il dumping: il risultato è la più grande ingiustizia che ci possa essere, in una giungla bisogna avere regole precise». Riccardo Mattei, del Sindacato svizzero dei media, annota come «nonostante l’impegno dei sindacati il settore dei media e del giornalismo non è immune, nei media privati mancano contratti collettivi e strumenti di controllo strutturali. Quindi queste misure rappresentano un aiuto concreto per contrastare gli abusi». Per la Vpod, il co-segretario Stefano Testa rilancia: «I datori di lavoro non brillano per essere super onesti e non creare problemi ai lavoratori. Ben vengano quindi più controlli, unico strumento per mettere sotto pressione chi ha basato la propria attività sullo sfruttamento e su un mercato lombardo da vampirizzare». La chiosa l’appone Françoise Gehring per l’AlternativA di Mendrisio: «Quando molte donne rientrano dalla maternità o vengono salutate o demansionate: anche questo è dumping».


E i costi? ‘Ribadiamo: 6 milioni, non 18’

Tutto molto bello, e i costi? Quei costi che hanno tanto animato il dibattito in Gran Consiglio? I contrari all’iniziativa, nel loro rapporto di maggioranza, citarono i numeri del governo: tutta l’operazione, infatti, costerebbe 18 milioni di franchi l’anno con l’assunzione di 166 nuovi dipendenti. Cifre negate in aula dall’Mps, e ieri in conferenza stampa. Lo ribadisce Lepori a domanda de ‘laRegione’: «Per noi costerà 6 milioni, perché è scritto nero su bianco il numero di ispettori che vogliamo. Ma anche se costasse 15 milioni, è un’iniziativa che permetterà dei miglioramenti, costi quello che costi». Sentenzia Gargantini: «C’è una precisa volontà di far paura e intimorire gli elettori con numeri che non corrispondono alla realtà». Sull’opuscolo, però, non ci sarà ricorso. Lo spiega in conclusione il deputato Mps Matteo Pronzini: «Alla fine il governo dice che ci sono due valutazioni, quella di noi iniziativisti e quella di chi si oppone. E quindi non si può far ricorso».

Tratto da laRegione del 20.02.26