L’iniziativa “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!”, sulla quale voteremo il prossimo 8 marzo ha riproposto la discussione attorno alla questione del dumping salariale.

L’espressione, come noto, si è imposta nella discussione politica generale all’epoca delle votazioni sugli accordi bilaterali. La liberalizzazoine del mercato del lavoro avrebbe comportato un rischio di dumping, cioè di una spinta generale dei salari verso il basso. Da qui l’adozione di una serie di cosiddette misure di accompagnamento che avrebbero dovuto scongiurare il dumping. Tra queste, la possibilità da parte dei Cantoni di istituire contratti normali di lavoro (CNL) con salari minimi obbligatori.

Poi, il riferimento al dumping salariale è tornato spesso nelle discussioni (anche a seguito dell’inziativa popolare dell’MPS sulla quale si è votato nel 2016); e tutti ammettono l’esistenza del problema e il suo aggravamento. Resta il fatto che la discussione oggi in atto – quella in Parlamento e quella dell’attuale campagna di votazione – hanno messo in luce come il concetto stesso di dumping salariale sia tutt’altro che chiaro, con conseguenze politiche evidenti.

La discussione dello scorso ottobre in Gran Consiglio sulla inizitiva dell’MPS ha visto i sostenitori del NO presentare un concetto del tutto sbagliato e fuorviante del dumping. Le relatrici del rapporti di maggioranza, Cristina Maderni e Raide Bassi, sostenute nel dibattito da Amalia Mirante, hanno affermato che “anche se i controlli dovessere mettere in luce un processo di abbassamento dei salari, non si potrebbe comunque fare nulla nella misura in cui tali salari rispetto il salario minimo legale”. Sarebbe cioè una presa d’atto senza conseguenze.

Sulla stessa linea si muove il direttore della Regione Daniel Ritzer affermando, in un editoriale di pochi giorni fa, che “Il licenziamento sostitutivo di personale residente, più o meno ben retribuito, per essere rimpiazzato da manodopera a basso costo, non costituisce una disdetta abusiva ai sensi del Codice delle obbligazioni, né infrange alcuna norma se avviene all’interno della forchetta consentita dagli attuali parametri del salario minimo o dei contratti collettivi..”.

In realtà, le cose non stanno affatto così. Il dumping salariale non coincide semplicemente con la diffusione sul territorio di salari inferiori ai minimi legali o contrattuali (che, al massimo, costituiscono delle infrazioni). Esso consiste piuttosto in una situazione nella quale, come recita l’art. 360a del Codice delle obbligazioni, “in un ramo o in una professione vengano ripetutamente e abusivamente offerti salari inferiori a quelli usuali per il luogo, la professione o il ramo”. In altre parole, se offro a qualcuno un salario di 4’000 franchi al mese in sostituzione di qualcuno che ne riceveva 5’000, si tratta di un atto che rientra in una dimensione di dumping salariale anche se il salario offerto è, ad esempio, superiore al salario minimo legale. Oppure, se un’azienda, nel giro di un anno, attraverso una politica di sostituzione, rimpiazza, ad esempio, il 20 o 30% del proprio personale con lavoratori meno pagati (nell’ordine del 5-10% ci dice la giurisprudenza), siamo di fronte a un’azione di dumping, anche se i nuovi arrivati vengono retribuiti nel rispetto dei salari minimi legali o contrattuali.

Un piccolo esempio. Tempo fa, il Consiglio di Stato, su proposta della Commissione tripartita, ha pubblicato un contratto normale per il settore informatico che prevede salari minimi (obbligatori) compresi tra 21,82 franchi (non qualificati) e 26,72 franchi (diploma universitario), passando per 23,58 franchi (diploma AFC). Da notare che questi minimi valgono anche per gli impiegati di commercio attivi in questo settore. Ebbene, se il dumping non ci fosse – come pensa Ritzer – se i nuovi salari si muovono “all’interno della forchetta consentita dagli attuali parametri del salario minimo o dei contratti collettivi e normali di lavoro”, la Commissione tripartita avrebbe semplicemente invitato queste aziende a rispettare il salario minimo legale. Invece si tratta di salari minimi ben al di sopra di quello legate e persino di quelli di cui si discute oggi attorno all’iniziativa del PS.

Di fronte a queste situazioni di dumping non si può come vorrebbero coloro che abbiamo citato, prendere atto che non si può far nulla.
Lo stesso Codice delle Obbligazioni indica chiaramente, al suo articolo 360°, che “Qualora in un ramo o in una professione vengano ripetutamente e abusivamente offerti salari inferiori a quelli usuali per il luogo, la professione o il ramo e non sussista un contratto collettivo di lavoro con disposizioni sui salari minimi al quale possa essere conferita obbligatorietà generale, su richiesta della Commissione tripartita di cui all’articolo 360b l’autorità competente può stabilire un contratto normale di lavoro di durata limitata che preveda salari minimi differenziati secondo le regioni e all’occorrenza il luogo allo scopo di combattere o impedire abusi”.

Tutto bene, se non che l’introduzione di un contratto normale di lavoro (con salari minimi) è  il risultato di un’analisi e di un monitoraggio che coinvolgono tutte le aziende, nonché i lavoratori e le lavoratrici di un settore o di una professione. Solo sulla base di questa analisi si possono rilevare situazioni di dumping e intervenire. A questo punto, come abbiamo a più riprese ripetuto durante questa campagna, l’autorità ha l’obbligo di intervenire e i contratti normali rappresentano effettivamente uno strumento decisivo.

Oggi, le decisioni spettano alla Commissione tripartita, che si appoggia all’Ispettorato del lavoro, non disponendo di una propria struttura operativa. Non bastano certo i sei o sette ispettori sui quali può contare, per questo tipo di intervento, l’Ispettorato del lavoro. Ma, per poter fare tutto questo (per poter intervenire “nei rami a rischio”) e non limitarsi agli attuali 9 contratti normali di lavoro che fanno riferimento a poco più di 13’000 salariati e salariate (poco più del 6% dei salariati attivi nel nostro Cantone), sarebbe necessario un monitoraggio serio, approfondito e, soprattutto, generalizzato così come chiede l’iniziativa attraverso l’obbligo di notifica di tutti i contratti. Si arriva sempre allo stesso punto: tutto il resto sono rispettabili opinioni che non hanno alcuna presa concreta sulla realtà.

Giuseppe Sergi, granconsigliere MPS