Assistiamo con crescente costernazione ai ripetuti attacchi rivolti da Adriano Weiss, presidente dell’Associazione Svizzera-Israele, contro il giornalista e intellettuale Roberto Antonini. Si tratta degli ennesimi tentativi intimidazione, che si ripetono ogni volta che viene messa in discussione la linea intransigente di chi bolla ogni critica a Israele come antisemitismo.
Ciò che colpisce è la regolarità con cui Weiss e l’associazione che guida prendono di mira giornalisti e media che osano affrontare criticamente – anche in modo misurato – le politiche israeliane. Una strategia che mina le fondamenta del dibattito pubblico e avvelena il clima democratico.
Antonini ha espresso opinioni argomentate, basate sui fatti, in modo pubblico e trasparente. Nel suo intervento alla manifestazione del 24 maggio scorso non c’è nulla, davvero nulla, che giustifichi l’accusa di antisemitismo. A meno che il significato di quel termine, così grave e importante, non sia stato ormai snaturato e piegato a logiche di sopruso. Ricordiamo in questo senso la Jerusalem Declaration on Antisemitism, la quale precisa che “L’antisemitismo è la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”.
L’uso improprio dell’accusa di antisemitismo non è solo un errore concettuale: è un atto umanamente e moralmente riprovevole. Perché non rispetta il peso storico e simbolico di questo termine – che richiama tragedie incommensurabili, sofferenze indicibili, pagine nere della storia dell’umanità – indebolisce la lotta contro il vero antisemitismo e rende un pessimo servizio alla verità e alla giustizia. Nessuna persona in buona fede può permettersi di banalizzare tali orrori o di usarli per difendere interessi di parte. La memoria della Shoah non è un’arma di esclusione, ma un patrimonio universale, che dovrebbe unirci nel rifiuto della violenza, della censura e dell’ingiustizia. Non può essere invocata selettivamente, ignorando altresì – o peggio disprezzando – il coraggio di quei cittadini israeliani che, dall’interno del loro stesso Paese, denunciano con lucidità e passione gli abusi del proprio governo. Una voce che merita ascolto e rispetto, non condanna o censura.
È infine grave che tutto ciò provenga da un membro del Consiglio regionale della CORSI, l’organo che rappresenta la popolazione della Svizzera italiana all’interno della SSR e che dovrebbe farsi garante del pluralismo d’espressione e di opinione nella Svizzera italiana. Una posizione così sistematicamente ostile alla libertà di stampa dovrebbe preoccupare l’intera CORSI e i suoi organi dirigenti.
In un momento storico in cui le libertà fondamentali sono messe alla prova, anche in contesti democratici, è utile ricordare che la libertà di opinione e di stampa non sono un dettaglio. È la base su cui si regge ogni democrazia. Esprimiamo quindi la nostra solidarietà a Roberto Antonini, e a tutte le giornaliste e i giornalisti che svolgono il loro lavoro con serietà e indipendenza.


