"Il mondo non verrà distrutto da quelli che fanno il male
ma da quelli che li guardano senza fare niente."
Albert Einstein
Egregio Signor Weiss,
Il mio nome - come spero lei sappia - è di innegabile ascendenza ebraica! Perciò mi voglio dissociare pubblicamente dal suo uso rivoltante e improprio della parola antisemita per insultare e squalificare le persone colte, ben informate e coraggiosamente impegnate a offrire al mondo un’informazione etica sulla spaventosa mattanza della popolazione di Gaza perpetrata dal governo di Netanyahu.
Le spiegherò alcuni dei motivi per i quali le sue esternazioni demagogiche mi sconcertano:
- L'ingiunzione al silenzio sulla mattanza a Gaza rivolta agli ebrei della diaspora e ai difensori dei diritti umani è un tema delicato, complesso e controverso, che coinvolge dinamiche identitarie, politiche, morali e storiche. A partire dal conflitto esploso a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, con l'attacco di Hamas e la massiccia risposta militare israeliana, molte voci nella comunità internazionale — compresi ebrei progressisti e attivisti — hanno espresso preoccupazione per l’elevato numero di vittime civili palestinesi, per le condizioni umanitarie nella Striscia e per il rischio di crimini di guerra.
In questo clima è palese una pressione a non criticare Israele, pena l’accusa di “tradimento”, “antisemitismo interno” o “delegittimazione dello Stato ebraico”: infatti viene spesso richiesto che, nei momenti di crisi, gli ebrei della diaspora in particolare dimostrino una solidarietà incondizionata e compatta verso Israele, senza spazio per le critiche pubbliche. Di fatto le organizzazioni ebraiche ufficiali – come l’Associazione Svizzera-Israele - scoraggiano prese di posizione critiche, soprattutto se pubbliche. Inoltre gli attivisti e intellettuali, sia ebrei che laici, che criticano Israele subiscono spesso attacchi personali, isolamento, censura o perdita di incarichi accademici o professionali come quello di cui è vittima oggi il giornalista Roberto Antonini. - È rassicurante e incoraggiante costatare che, nonostante le pressioni, l’ingiunzione al silenzio sulla mattanza a Gaza nei confronti degli ebrei della diaspora non è totale né assoluta. Esistono spazi — seppur spesso marginalizzati — in cui la critica etica trova voce, anche se con costi sociali e politici elevati. La sfida consiste nel costruire un discorso che separi l’identità ebraica dal sostegno automatico alla politica di un governo, e che permetta agli ebrei della diaspora di partecipare liberamente e criticamente al dibattito globale sulla giustizia e i diritti umani.
- Molti ebrei della diaspora si sono pubblicamente opposti alla guerra a Gaza e alla condotta del governo Netanyahu nonostante l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo per mettere a tacere le critiche a Israele. Infatti l’equiparazione tra Israele e il popolo ebraico viene usata per silenziare il dissenso, le accuse di “self-hating Jew” (ebreo che odia se stesso) sono diventate un’arma retorica frequente. Questo clima alimenta una polarizzazione interna nelle comunità ebraiche e una crisi di coscienza per molti che vogliono conciliare etica e identità. Per esempio Jewish Voice for Peace (JVP) negli Stati Uniti è uno dei gruppi più attivi nel denunciare ciò che definisce “genocidio a Gaza”. Intellettuali ebrei come Noam Chomsky, Judith Butler, Tom Seguev, Ilan Pappe e Shlomo Sand hanno spesso sfidato la narrazione dominante, parlando apertamente di apartheid o genocidio. In molte università americane, studenti ebrei si sono uniti a manifestazioni pro-Palestina, rifiutando l’idea che “criticare Israele significhi essere antisemiti”. Le persone che prendono pubblicamente posizione contro le azioni dell’esercito israeliano possono essere accusate di tradimento, di offrire pretesti all’antisemitismo e persino di essere “dei cattivi ebrei”.
- Rispetto alla guerra a Gaza la diaspora ebraica è molto diversificata: include persone appartenenti a vari orizzonti politici, religiosi e culturali che si manifestano nonostante l’emarginazione, le pressioni familiari, l’esclusione dai circoli comunitari o religiosi. Le voci critiche possono venir marginalizzate nei media o accusate di fare il gioco degli antisemiti. Psicologicamente possono avere il sentimento di dover scegliere fra la loro identità ebraica e i loro principi morali o politici. Queste sfide profonde sono molto ardue da affrontare: è possibile essere “un buon ebreo” e criticare il governo di Israele? È possibile essere ebreo, fedele alla propria identità, alla memoria della Shoah e rifiutare i crimini commessi in nome dell’ebraismo? È possibile rifiutare la manomissione della propria appartenenza ebraica operata dal governo israeliano esclamando “Not in our name”?
- L’ingiunzione al silenzio rispetto a Gaza imposta agli ebrei della diaspora rivela una frattura morale e politica interna alle comunità ebraiche. Ma illustra anche il coraggio di chi, nonostante le pressioni, rifiuta di tacere la propria indignazione. La loro voce è essenziale nel dibattito pubblico poiché dimostra che esiste una pluralità di opinioni ebraiche e che la critica rivolta a un governo non costituisce la negazione di un popolo. In Israele, ci sono numerose personalità pubbliche — politiche, militari, culturali e accademiche — che si sono apertamente opposte al governo di Benjamin Netanyahu, specialmente in relazione alle sue politiche sulla giustizia, i diritti civili, la gestione del conflitto con i palestinesi e la recente riforma giudiziaria (2023-2024). Ecco un elenco di alcune figure rilevanti:
- Politici ed ex politici: Yair Lapid – Leader del partito centrista Yesh Atid ed ex Primo Ministro. È uno dei principali oppositori di Netanyahu e ha guidato proteste contro la riforma giudiziaria; Benny Gantz – Ex capo di stato maggiore e leader del partito Unità Nazionale. Sebbene abbia collaborato con Netanyahu in passato, oggi è un critico della sua gestione, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023; Ehud Barak – Ex Primo Ministro ed ex Capo di Stato Maggiore. È un critico di lunga data di Netanyahu e ha partecipato attivamente a manifestazioni contro le riforme giudiziarie; Avigdor Lieberman – Leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu. Sebbene di destra, si oppone spesso a Netanyahu per motivi di governance e corruzione.
- Figure militari ed ex membri della sicurezza: Tamir Pardo – Ex direttore del Mossad. Ha criticato pubblicamente Netanyahu, sostenendo che stia danneggiando la democrazia israeliana; Yuvall Diskin – Ex capo dello Shin Bet (servizi interni). Si è opposto alla politica di Netanyahu verso i palestinesi e alla riforma giudiziaria; Amnon Reshef – Generale in pensione, promotore del movimento "Comandanti per la Sicurezza di Israele", critico della politica di sicurezza di Netanyahu.
- Accademici, intellettuali e artisti: David Grossman – Scrittore israeliano tra i più celebri, spesso critico del governo, della sua politica verso i palestinesi e della direzione illiberale del paese; Amos Gitai – Regista di fama internazionale, ha denunciato la crescente deriva autoritaria del governo Netanyahu; Yuval Noah Harari – Storico e autore di libri di successo mondiale come Sapiens, ha criticato duramente la riforma giudiziaria e partecipato alle proteste pro-democrazia.
- I giornalisti del quotidiano Haaretz, noto per le sue posizioni liberali, laiche, di sinistra e per la critica aperta alla politica del governo, in particolare su temi come i diritti umani, la questione palestinese e il sistema giudiziario. In un paese in cui l’opinione pubblica si è spostata a destra negli ultimi decenni, Haaretz rappresenta una voce minoritaria ma persistente e svolge un ruolo di coscienza critica. Ha una versione in inglese molto letta da diplomatici, accademici e analisti esteri. I suoi articoli vengono spesso ripresi grazie alla qualità e autorevolezza delle sue analisi.
- Politici ed ex politici: Yair Lapid – Leader del partito centrista Yesh Atid ed ex Primo Ministro. È uno dei principali oppositori di Netanyahu e ha guidato proteste contro la riforma giudiziaria; Benny Gantz – Ex capo di stato maggiore e leader del partito Unità Nazionale. Sebbene abbia collaborato con Netanyahu in passato, oggi è un critico della sua gestione, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023; Ehud Barak – Ex Primo Ministro ed ex Capo di Stato Maggiore. È un critico di lunga data di Netanyahu e ha partecipato attivamente a manifestazioni contro le riforme giudiziarie; Avigdor Lieberman – Leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu. Sebbene di destra, si oppone spesso a Netanyahu per motivi di governance e corruzione.
Sperando che queste mie righe possano costituire una informazione chiara per i lettori e, forse, che le permettano di rinunciare alle sue infondate accuse di antisemitismo rivolte alle persone che difendono i diritti umani.
Francine Rosenbaum
Classe 1943
Mendrisio


