Potrebbe sembrare che la politica istituzionale stia ripescando da cassetti impolverati un’abito in disuso e che ora indossi empatia e coscienza. Dopo l’appello dei Comuni, in molti casi sollecitati da petizioni di cittadini, è arrivato quello del Consiglio di Stato ticinese. Città, comuni svizzeri e Canton Ticino si rivolgono formalmente al Consiglio Federale.

Chiedono ed esigono. Che il Consiglio Federale faccia un’inversione totale e istantanea nella sua politica e agisca di conseguenza, di fronte al massacro dei palestinesi.

Potrebbe sembrare, a qualcuno, che esecutivi locali e quello ticinese stiano solo tentando di dissimulare la colpevolezza dell’enorme e tragico ritardo. Potrebbe apparire, quella istituzionale, una buona intenzione, tardiva ma necessaria.

Necessari sono tutti i mezzi che vengano indirizzati all’interruzione immediata dello sterminio. Le pressioni sul governo federale, sul DFAE, su Cassis si moltiplicano. E prendono avvio dalla comunità nelle sue diverse espressioni.

Se la comunità ticinese e svizzera sia in ritardo colpevole e se da ciò ne debba scaturire un’assunzione di responsabilità, collettiva e individuale, sarà necessario capirlo e affrontarlo, ma dopo.

Nella frammentata comunità ci sono anche coloro che c’erano da subito e ci sono stati tutto il tempo, per avvisarci e renderci consapevoli, aspettando qualche reazione collettiva concreta.

La presenza del CUSP è una testimonianza stabile nello spazio pubblico, sulle strade e le piazze. Nel suo bilancio di mobilitazione, il Coordinamento Unitario a Sostegno della Palestina registra: “Una rete crescente di solidarietà ha riportato la questione palestinese al centro del dibattito pubblico, nonostante tentativi di silenziamento e diffamazione. In questi lunghi mesi sono state realizzate decine di azioni concrete: manifestazioni, eventi informativi e culturali, raccolte fondi e sostegno attivo alle comunità palestinesi colpite”.

La presa di posizione delle istituzioni, che si tratti di un velo o di un vero calarsi in panni che avrebbero dovuto aver sempre indossato, deve portare a qualcosa di tangibile. Nel suo comunicato il CUSP lo palesa: “il Cantone e alcuni Comuni ticinesi stanno timidamente prendendo posizione. A queste parole simboliche, vorremmo che seguissero delle azioni concrete, come l’adozione di misure tese a congelare ogni rapporto commerciale, militare, accademico e culturale con lo Stato di Israele, al fine di dare un segnale forte a chi sta calpestando il diritto internazionale”.

Nella loro complessiva sostanza, tutti gli appelli indirizzati al Consiglio Federale convergono su richieste precise. Caposaldi inderogabili sono quelli chiariti dal CUSP: “Non basta più limitarsi a condanne formali o dichiarazioni di principio. È necessario che la Confederazione faccia un passo avanti, assumendosi la responsabilità di adottare misure concrete: sanzioni mirate e altre forme efficaci di pressione, verso uno Stato che apertamente, oltre che commettere un genocidio, dichiara la propria indifferenza rispetto al diritto internazionale e alle condanne della comunità globale”.


Per il Coordinamento è chiaro quali panni debba indossare il Consiglio di Stato: “a livello cantonale, esistono accordi con soggetti privati e pubblici israeliani, complici di foraggiare un’economia di guerra che ogni giorno sta compiendo massacri e crimini contro l’umanità. Senza parlare del lavoro di public relations e pressione, teso a ripulire l’immagine di Israele, svolto, da anni, dall’Associazione Svizzera-Israele, anche in Ticino, a cui aderiscono molti politici dei maggiori partiti di destra, centro e sinistra. A questi politici chiediamo di avere almeno la coerenza di lasciare questa associazione, che fa da portavoce dell’ambasciata israeliana in Ticino. Ai Comuni e al Cantone, chiediamo di non più patrocinare eventi di questa organizzazione che difende subdolamente il colonialismo ed il genocidio in Palestina”.

Anche quello rivolto alla collettività, a “chi si è appena “svegliato/a”, non è un invito generico alla solidarietà. È lo smascheramento dei comodi alibi dell’inconsapevolezza e dell’impotenza individuale, indossati come un rassicurante pigiama. Semplici ed efficaci azioni sono alla portata di tutti: “uscire dall’indifferenza e assumersi una responsabilità pubblica; prendere posizione contro il genocidio, l’occupazione, l’apartheid e le ingiustizie vissute dal popolo palestinese da oltre 77 anni; sottoscrivere le rivendicazioni della Federazione Svizzera-Palestina (formata da gruppi e collettivi che seguono la questione da anni); sostenere in prima persona le realtà attive sul territorio e chiedere conto alle istituzioni che continuano ad avere relazioni con Israele”.


Dunque scendere in strada con chi ha continuato a farlo da sempre. La comunità che non sia più ignava o che non riesca più nascondere a sé stessa la realtà, quali altre atroci colpe avrebbe se non manifestasse un’immediato dissenso? Si faranno i conti poi. Quanti strappi, scuciture e parti lise sulla nostra veste di brave persone. 

Dunque rivendicare: “Cessate il fuoco immediato e permanente. Ripristino immediato dei finanziamenti della Confederazione all’UNRWA. Sanzioni e boicottaggio militare, culturale, accademico ed economico dello Stato di Israele. Autodeterminazione, fine dell’apartheid e diritto al ritorno per i/le rifugiati/e palestinesi. Solidarietà con la Resistenza e i/le prigionieri/e palestinesi/e”.

Mentre saremo intenti a rammendare i buchi nella coscienza collettiva e in quella individuale, dovrà esserci chiaro che anche noi siamo stati trama di questo ordito infernale. Dovremo sapere che ogni nostro metaforico strappo corrisponde a migliaia di ferite reali e mortali; a corpi lacerati, a case distrutte, a generazioni annientate, a dignità negate, a speranze interdette, alla morte per fame. La tabula rasa di ogni velo di umanità.