In un mondo sull’orlo del disastro, è sempre più evidente la perenne crisi del capitalismo, un sistema economico che sin dal principio ha continuato a coltivare le dinamiche oppressive da parte di pochi nei confronti di una moltitudine. Un sistema che ha bisogno di segmentare, categorizzare, dividere la classe lavoratrice, per convincerci che i lavoratori e le lavoratrici non condividano gli stessi interessi e le medesime necessità.
Nel frattempo, l’accumulazione di potere economico e politico da parte di pochi continua a crescere, grazie allo sfruttamento della forza lavoro a livello globale, all’erosione dei diritti e allo smantellamento dei servizi.
Il neoliberismo avanza imperterrito, infarcito di idee neocolonialiste (che purtroppo non sono mai morte), sovraniste e fasciste. Nel mentre, nelle agende politiche dei Paesi europei ma non solo, spuntano purtroppo proposte di aumento della spesa militare, riconversione bellica e la necessità di riarmo.
Viviamo con la minaccia costante di una guerra, che non porterà nulla alla classe lavoratrice, se non un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni, sacrificio, dolore e una spinta maggiore allo sfruttamento in nome degli interessi della patria. Un concetto, questo, che dovremmo invece condannare e contrastare, in favore dell’ideale di unica nazione, composta dagli oppressi di tutto il mondo.
La corsa al riarmo e le sue sirene securitarie ci spingono a credere che sia nostro dovere concedere più di quanto ci sia già richiesto in termini di tempo ed energie. Tempo che già ci viene costantemente rubato: sia allungando la nostra vita lavorativa con il tendenziale aumento dell’età pensionabile, sia erodendo giornalmente il nostro tempo libero, con giornate lavorative più lunghe, turni spezzati o lavori su chiamata in base alle necessità aziendali. E quando un impiego invece non c’è, le giornate sono scandite dal costante pensiero di doverlo trovare e dallo sforzo di ignorare lo stigma purtroppo ancora fortemente presente verso chi non ha un’occupazione.
Oggi, opporsi alle politiche neoliberiste e guerrafondaie senza al contempo sentirsi parte della moltitudine di persone in tutto il mondo che come noi, qui e ora, necessitano di un reddito per vivere e che non hanno alcun interesse nell’accumulazione del capitale, è un enorme errore che non fa altro che dare ossigeno a chi coltiva gli interessi di classe opposti ai nostri.
Basti pensare alla costante svalorizzazione su scala globale della forza lavoro, giocata alla bisogna da parte del capitale su categorizzazioni in base alla provenienza, il genere, l’età. Oppure all’erosione, fino all’eliminazione, di servizi e diritti a sostegno delle persone in situazioni di difficoltà, coltivando la narrazione neoliberista per la quale chi si trova ai margini, è di fatto responsabile della propria condizione.
In questo contesto, si rende ancor più necessaria la costruzione di percorsi di lotta e di dissidenza collettivi, in grado di creare ponti tra le lavoratrici e i lavoratori. E ciò, nell’ottica dell’edificazione di una via che proponga una visione anticapitalista e intersezionale, incentrata sui bisogni di tutte e tutti, opponendoci fortemente a chi ci vuole divisi e indeboliti, capaci solo di misere reazioni individuali e puntuali.
È necessario sentirci parte di un gruppo coeso di milioni di persone nel mondo a cui non interessa accumulare potere e capitale, e, al contempo, sostenere chi nel mondo viene oppresso e chi alza la testa per contrapporsi alle dinamiche di oppressione.
Questo primo maggio, invitiamo tutte e tutti a unirvi allo spezzone antifascista portando la vostra voce al corteo delle lavoratrici e dei lavoratori a Bellinzona.
Contro tutte le guerre (tranne quella di classe e di autodeterminazione di popoli), contro lo sfruttamento del capitale, contro la brutalità del neoliberismo, per un mondo più equo in cui le risorse sono distribuite secondo i bisogni di ognuno, ORGANIZZARSI E LOTTARE!



