La votazione sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” rilancia il dibattito sull’Unione democratica di centro. Sconfitta nettamente dalle urne (54,5% di no), la proposta ha raccolto maggiori consensi (45,2%) rispetto alla forza del partito a livello federale, 27,9%. Anche con questa chiamata alle urne l’UDC ha confermato di garantirsi una campagna elettorale permanente. Anche se ha perso, ha raccolto consensi, ha fatto parlare e discutere e si è esibita nel teatrino di partito “solo contro tutti”.

Molti commentatori hanno messo in evidenza la contrapposizione tra città e campagna. Le città hanno votato contro l’iniziativa, le campagne piuttosto a favore.

Un esempio ticinese: nel comune di Bedretto, 101 abitanti con 8 stranieri, il 75% dei votanti ha sostenuto l’iniziativa UDC. Bedretto ha le strade intasate di traffico? Ha un numero sproporzionato di stranieri? Ha il paesaggio cementificato? Ha carenza di alloggi e prezzi delle case alle stelle? No, niente di tutto questo, quindi i cittadini di Bedretto hanno sostenuto l’iniziativa non per quanto denunciava, ma evidentemente per altri motivi.

All’opposto, nel comune di Massagno – 7250 abitanti di 96 nazionalità con il 47,15% di stranieri – il 61,4% dei votanti ha bocciato l’iniziativa. A Massagno ci sono strade super trafficate, tanti stranieri, il verde è ridotto, la speculazione immobiliare non ha risparmiato palazzine recenti con appartamenti in vendita sopra il milione di franchi. A Massagno non si temono gli stranieri, si convive con il verde scarso, con il traffico intenso e con un’offerta immobiliare non sempre a prezzi abbordabili. Dunque, l’iniziativa è stata stracciata malgrado denunciasse come problematici gli aspetti con i quali il comune è confrontato.

Nelle città, dove si vivono tutti i problemi denunciati dall’UDC, la maggioranza ha votato contro l’iniziativa. Nelle campagne, esenti da questi problemi, è stata sostenuta.

Un fattore che sembra determinante nella decisione del voto, ma che è stato sottovalutato, è il razzismo e la xenofobia: in sostanza la paura e l’utilizzazione dello straniero come capro espiatorio di tutti i difetti della società.

L’iniziativa dieci milioni riproponeva quanto chiedeva James Schwarzenbach nel 1970, con la prima chiamata alle urne per lottare contro l’inforestieramento (“Überfremdung”).  A cinquantasei anni di distanza è cambiato poco, perfino il risultato è fotocopia: 54% di no contro 46% di sì. Oggi come allora una buona percentuale di Svizzeri dimostra intolleranza contro chi viene dall’estero, soprattutto per lavorare garantendo il benessere elvetico. A proposito dei mondiali di calcio, torna alla mente Bignasca con “Troppi neri in nazionale”.

“Il razzismo strutturale è saldamente ancorato nella nostra società. – si legge nella presa di posizione della Gioventù socialista svizzera sul razzismo – Ne sono affette sia le persone con una storia di migrazione che quelle senza. Un’ampia raccolta e integrazione di studi dell’Università di Berna mostra chiaramente che il razzismo strutturale colpisce praticamente tutti gli ambiti della vita dei gruppi razzializzati in Svizzera”.

Un altro fattore è il timore della sostituzione. Nel 1970 gli operai socialdemocratici delle industrie di Winterthur votarono Schwarzenbach per paura che altri operai, allora soprattutto italiani immigrati, gli rubassero il lavoro. Oggi nei servizi può accadere qualcosa del genere.

All’immigrazione si attribuiscono tutte le colpe di ciò che non funziona e, per esempio, anche l’aumento della criminalità. Un tema che negli ultimi anni, con il successo dei sovranisti di destra ed estrema destra, è diventata “una credenza radicata nell’opinione pubblica”. Niente di più falso. Gli studi dimostrano che non esiste un legame causale tra immigrazione e aumento della criminalità. Un recente articolo della rivista Il Mulino spiega che, analizzando quindici anni di dati relativi ai flussi migratori e ai tassi di criminalità in 216 regioni di 23 Paesi europei, non c’è “nessun collegamento significativo tra i livelli di immigrazione e i tassi di criminalità. Anzi, utilizzando metodi statistici rigorosi, emerge che, anche in aree con un’immigrazione sostanziale, i tassi di criminalità non aumentano”. “Perché percezione e realtà divergono?- si chiede Il Mulino – Una delle principali ragioni per cui il mito che l’immigrazione alimenti la criminalità persiste è l’influenza dei media e della retorica politica”.

Uno studio dell’università di Lucerna mette in luce un altro possibile fattore a sostegno della destra radicale: “Populismo come risentimento periferico studia come il voto populista nelle zone rurali derivi da un’alienazione culturale e geografica piuttosto che da un declino puramente economico”. Lettura sicuramente valida per stati come gli USA, la Germania, il Regno Unito, forse meno per la nostra realtà.

In Romandia si è data una certa importanza al voto sui dieci milioni come espressione favorevole o contraria all’avvicinamento all’Europa. Può darsi che ci sia anche questo fattore, ma probabilmente si tratta di una causa molto parziale. Sarà piuttosto nelle votazioni sull’iniziativa per la neutralità, a settembre, della serie UDC in campagna permanente, e sul voto dei bilaterali tre che entrerà in gioco il tema pro o contro l’Europa.

Il politologo portoghese Vicente Valentim ha studiato la teoria della “normalizzazione” della destra radicale. Secondo lui “molti elettori avevano già preferenze di destra radicale, ma non le hanno mostrate in pubblico per paura del giudizio sociale e dell’isolamento. Il boom elettorale della destra radicale non è causato da un improvviso cambiamento di idee dei cittadini, ma dall’erosione delle norme sociali che prima censuravano queste stesse idee”. In Svizzera questo fenomeno è stato indotto da Christoph Blocher, che ha rivoltato l’UDC, facendone un partito populista di destra radicale. In Ticino più di trent’anni di Mattino della domenica hanno lasciato il segno. Quando la destra radicale comincia ad aver successo emergono elettori timorosi che salgono sul carro reazionario e così il processo di crescita del sostegno si auto alimenta.

In Svizzera, negli ultimi sessant’anni, dal 30% (1977) al 50% (2014) dei votanti sui temi dell’immigrazione si è espresso a favore delle proposte della destra. Lo zoccolo duro è questo e non ha fatto registrare cambiamenti drastici.

Per contrastare questa campagna elettorale strisciante bisogna che i partiti di centro, democristiani e liberali, non rincorrano le stesse proposte dell’ultradestra. Se si vuole veramente dare priorità alla forza lavoro indigena, bisogna aumentare i salari e garantire la buona qualità del lavoro (per esempio mettendo in pratica le richieste dell’iniziativa sulle cure). Se si vuole calmierare il mercato immobiliare, bisogna ostacolare la speculazione edilizia (per esempio, sostenendo l’iniziativa “Sì alla protezione contro affitti abusivi”). Se si desidera migliorare le condizioni del traffico, bisogna sviluppare i trasporti pubblici. Se si vuole maggiore sostenibilità, bisogna promuovere politiche ambientali verdi (per esempio, sostenendo in Ticino il controprogetto all’iniziativa spazi verdi).

La lista è lunga, ma la destra e anche il centro agiscono in maniera opposta: solo chiacchiere e ipocrisia! Allora non ci si lamenti se il populismo della destra radicale cresce.

Fabio Dozio, Naufraghi, 25.06.26