Zahra Banisadr, figlia dell’effimero primo Presidente eletto in Iran dopo la caduta dello Shah, residente a Neuchâtel, specialista in relazioni interculturali al COSM e al Club 44, esprime la sua opposizione a una guerra che sta colpendo il suo paese d'origine e che sta prendendo di mira direttamente un popolo già schiacciato da una dittatura.
Traduzione di Francine Rosembaum.
Mentre Gaza crolla, annientata, il governo israeliano ha aperto un nuovo fronte contro l'Iran. Un'aggressione presentata come "preventiva", ma che calpesta la sovranità delle nazioni, nega il diritto internazionale e cancella metodicamente vite umane.
Lo scenario è ben noto: un nemico è personificato, è demonizzato, vecchie paure sono riesumate per giustificare l'ingiustificabile. E sono sempre i popoli ad essere cancellati, messi a tacere, radiati dalle mappe e dalle storie.
Più di 400 morti!
Questa guerra aveva lo scopo di colpire un regime. In realtà, ha colpito un intero popolo. Un popolo già oppresso e schiacciato da una dittatura, che cerca, con coraggio, di rialzarsi e di riconquistare il suo destino. Perché la storia dell'Iran è anche una storia di resistenza ostinata, di lotte continue, di intere generazioni che hanno affrontato la tirannia per affermare la loro dignità.
Oggi, gli iraniani rimangono stretti in una morsa. Da un lato, la brutale repressione interna. Dall'altro, la paura di una guerra imposta dall'esterno. Quarantaquattro anni dopo la guerra scatenata da Saddam Hussein, con la tacita complicità dell'Occidente, la storia sembra ripetersi. E, ancora una volta, è il diritto di un popolo a vivere che vacilla.Questa guerra non risparmia nemmeno la popolazione israeliana, anch'essa coinvolta nelle violenze scatenate dal suo governo. La perdita di vite umane e la distruzione che la colpisce non possono essere ignorate, perché nessuna vita o casa dovrebbe essere sacrificata.
Ma sarebbe incompleto non menzionare le responsabilità del regime iraniano nelle tragedie regionali. Da anni interviene militarmente o per procura, a dispetto della sovranità di questi popoli, e talvolta con conseguenze devastanti per le società civili. Queste ingerenze, come quelle delle potenze occidentali o regionali, alimentano cicli di violenza e di alienazione.
Oggi, opporsi a questa guerra non significa difendere il potere iraniano. È difendere un popolo. Il suo diritto all'esistenza, alla memoria, alla dignità, alla sua sovranità. Significa difendere il diritto delle nazioni all'integrità, il diritto internazionale e, con esso, la speranza di un mondo che non sia governato solo dalla legge del più forte.
Perché la guerra non è solo uccidere. Cancella. Sradica. Distrugge gli esseri, le case, ma anche le anime e le tracce che lasciano. A Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iraq, intere fasce della memoria umana sono scomparse: antiche città rase al suolo, moschee millenarie dinamitate, musei saccheggiati, manoscritti ridotti in cenere. Non sono soltanto pietre: sono le identità, intere culture che vengono assassinate.
E domani, potrebbe essere la volta dell'Iran. Il suo patrimonio – Persepoli, Isfahan, Shiraz, i suoi mosaici, i suoi poeti – fa parte del patrimonio dell'umanità. E sono anche questi tesori ad essere in pericolo.
Nato dalle ceneri delle guerre del passato per proteggere i popoli, il diritto internazionale viene oggi calpestato, e con esso sta crollando la fiducia nelle istituzioni, nei discorsi, nei valori che si presumono universali.
Questa violenza non risparmia nessuno. Uccide coloro che la subiscono. Ma corrompe anche coloro che la sostengono, che se ne rendono complici o che distolgono lo sguardo. Non c'è vittoria o gloria in questa follia. Solo rovine, coscienze insozzate, generazioni sacrificate.
Umanità, diritto, dignità: queste parole suonano vuote quando si uccide in loro nome, quando la democrazia viene invocata in mezzo alle macerie.
Lo sappiamo. Lo vediamo. Eppure, ricominciamo. L'indifferenza uccide. Il silenzio legittima.
Quindi dobbiamo dire. Dobbiamo scrivere. Testimoniare. Rifiutare l’oblio. Difendere ciò che resta di umano. Ciò che resta della memoria.
Tratto da ARC INFO
tradotto da Francine Rosembaum


