
La malvagità è cresciuta al massimo
e si è diffusa su tutta la terra.
Pausania (II sec. d.C.)
L'evento di cui si parla è l'ennesima conferma dell'opinione di Pausania di quasi duemila anni orsono. L'umanità non fa progressi.
Sul quotidiano Il Popolo di Roma del 9 settembre 1943, dopo che la sera del giorno prima era stato reso noto l'armistizio fra Italia, Stati Uniti, Inghilterra e Russia, lo scrittore e poeta Corrado Alvaro scrisse che il maresciallo Badoglio, capo del governo dal 25 luglio al posto di Mussolini, aveva compiuto "un atto di patriottismo...di obiettiva sublime gravità." L'Italia non aveva alcuna speranza di resistenza e di vincere la guerra. Badoglio "ha compiuto l'ardua e dolorosa missione con la massima avvedutezza e sagacia...[con] coraggio e altissimo senso del dovere." Niente di più falso. Il re e Badoglio avevano deciso l'armistizio senza alcun piano politico e militare e senza preavvisare le truppe: l'unico loro personale obiettivo era di non finire nelle mani dei tedeschi. L'8 settembre, scrive Ernesto Ragionieri" rappresentò la pagina più buia delle classi dirigenti italiane...in cui si espressero...i tratti di egoismo e di pavidità, di incompetenza e di incuria nei confronti del destino del paese." Alle 23 e 50 dell'8 settembre, dopo ore d'incertezza, i comandanti delle Forze armate a Roma, in Italia e nei territori occupati, appresero la resa.
L'ordine del Comando supremo imponeva che "non deve essere presa l'iniziativa di atti ostili contro germanici" anche se essi stavano già conducendo un'azione di guerra. Inizia un allucinante susseguirsi di inganni, menzogne, violenze, viltà, caotiche incertezze e anche di episodi di coraggio di soldati italiani, lasciati alla ventura contro i tedeschi. La storica Elena Aga Rossi dedica ai tragici eventi uno studio magistrale.
A mezzogiorno dell'8 settembre 1943 il re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoia ricevette l'ambasciatore tedesco Rudolph von Rahn. Nel rapporto a Berlino riferì che il re ammirava lo spirito combattivo delle truppe tedesche e che contava sulla convinzione del governo del Reich circa la fedeltà del governo e dell'esercito italiano. Il re garantì che "l'Italia non capitolerà mai" e continuerà "fino alla fine la lotta al fianco della Germania." In realtà il doppio gioco era già iniziato con Mussolini.
A partire dagli inizi del 1943 sollecitò ripetutamente, invano, l'appoggio del Giappone per convincere Hitler, col quale di ciò non osò parlare, ad una pace con la Russia, per concentrare le forze contro gli angloamericani. Il Duce aveva perso il senso della realtà. Il genero Galeazzo Ciano lo chiamava "il testone". Alle 18.30 dello stesso giorno radio Algeri e radio Londra trasmisero il messaggio col quale il capo delle forze armate delle Nazioni Unite Dwight Eisenhower comunicava la resa incondizionata dell'Italia.
L'armistizio era stato approvato dal Regno Unito, degli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica e sottoscritto il 3 settembre a Cassibile, in provincia di Siracusa, occupata dagli angloamericani dopo lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943. Il messaggio precisava che l'armistizio, era "effettivo da quest'istante. Le ostilità tra le Forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell'Italia cessano immediatamente. Tutti gli Italiani che agiranno per aiutare a scacciare l'aggressore germanico dal territorio d'Italia avranno l'assistenza e il sostegno delle Nazioni Unite." Von Rahn al telefono chiese spiegazioni al capo di stato maggiore italiano Mario Roatta, che gli garantì che la dichiarazione degli angloamericani era "una sfacciata menzogna...una truffa, da respingere con indignazione." Un'ora e un quarto più tardi Badoglio, alla radio, rese nota la decisione di non proseguire il conflitto per evitare ulteriori lutti, e che "ogni atto d'ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza." Poco dopo le 19 il ministro degli esteri italiano Raffaele Guariglia convocò l'ambasciatore tedesco per comunicargli che Badoglio, "vista la situazione militare disperata, è stato costretto a chiedere un armistizio".
Il diplomatico, nel rapporto a Berlino, scrisse d'aver risposto che si trattava di "tradimento...il re mi ha detto ancora oggi che l'Italia...continuerà la lotta a fianco della Germania. Badoglio mi ha dato la stessa assicurazione. Ora è provato che cosa valga la parola del re e del maresciallo". Subito dopo la nomina a capo del governo Badoglio aveva proposto un incontro a tre fra lui, Hitler e il re, respinto dai tedeschi. Nell'incontro del 6 agosto 1943 a Tarvisio del ministro degli esteri tedesco Joachin von Ribbentropp col collega italiano Raffaele Guariglia e i capi di stato maggiore Wilhelm Keitel e Vittorio Ambrosio, gli italiani si presentarono col saluto fascista, anche se il partito era stato sciolto il 26 luglio. Guariglia garantì la fedeltà italiana all'alleanza coi tedeschi e Ambrosio, secondo fonti tedesche, avrebbe chiesto di portare a 16, da 9 che erano, le divisioni tedesche in Italia. Cosa che i tedeschi avevano già avviato il 26 luglio, dopo la caduta di Mussolini.
La mattina del 9 settembre, alle ore 0.20, il capo delle forze armate italiane generale Vittorio Ambrosio aveva emesso "l'ordine categorico di non prendere iniziative di atti ostili contro i germanici." Poche ore prima aveva inviato un fonogramma al maresciallo Albert Kesselring, capo delle forze armate tedesche nel centro e in sud Italia, perché cessasse ogni atto ostile per evitare un conflitto con gl'italiani. Non si emanò alcuna direttiva ai comandi delle forze in Italia, nei Balcani in Francia e nelle isole dell'Egeo. Ciò provocò il collasso delle forze italiane su tutti i fronti. Il caos è evidente dall'impegno di sommergibili e aerei italiani, l'8 settembre, di contrastare lo sbarco americano a Salerno e dalla pubblicazione, nei giornali del 9 settembre, di un bollettino di Ambrosio sui "combattimenti locali" con i quali, in Calabria "reparti italiani e germanici ritardano l'avanzata delle truppe britanniche." Inoltre "l'aviazione italotedesca aveva danneggiato cinque navi nemiche... affondato un piroscafo da 15 mila tonnellate... abbattuto dieci aerei angloamericani." Alle 22 dello stesso giorno Ambrosio ordinò al generale Giacomo Carboni, capo delle forze armate attorno e a Roma, di "non prendere l'iniziativa di atti ostili contro germanici", che avevano iniziato l'aggressione alle truppe italiane.
Alle ore 05.30 del 9 settembre sette automobili lasciavano Roma lungo la strada Tiburtina, l'unica non occupata dai tedeschi, verso Pescara. Nella prima avevano preso posto re, regina e un assistente del re. Nelle altre il principe Umberto, poco convinto della scelta di lasciare Roma in incognito, e quasi tutti gli esponenti del comando supremo e dello stato maggiore dell'esercito, compreso il generale supremo Vittorio Ambrosio, ma nessun membro del governo. Un'ora dopo partirono per Pescara anche i capi di stato maggiore dell'esercito Mario Roatta e Raffaele De Courten, senza lasciare ordini e informazioni. Nella notte, a bordo della corvetta Baionetta, oltre sessanta fuggiaschi raggiunsero Brindisi, controllata dagli italiani.
La storiografia sull'8 settembre 1943 e le sue tragiche conseguenze, scarsa nei primi anni del dopoguerra, a partire dal primo, amplissimo e discusso lavoro del giornalista Ruggero Zangrandi del 1964, e di un ulteriore suo saggio del 1971, è vasta e ricca non solo di saggi ma anche di biografie, autobiografie e relazioni di suoi protagonisti, molte tese all'esigenza di autoassolversi. Molte incertezze erano ancora oscure: perché re, Badoglio e militari se ne andarono via da Roma la mattina del 9 settembre senza avvertire i ministri? Perché le forze armate furono lasciate senza informazioni e senza ordini? Perché non si ordinò l'attacco ai tedeschi, che a Roma e nei dintorni avevano truppe inferiori a quelle italiane? Roma fu letteralmente consegnata ai tedeschi. La monografia della Rossi, con un'immensa bibliografia, cerca la verità.
La mattina del 10 settembre la radio informò che "La città di Roma è tranquilla" e che "sono in corso trattative con il comando delle truppe germaniche dislocate nella zona, per il trasferimento dei reparti verso il nord." Il messaggio era falso. Non erano in corso trattative coi tedeschi, che stavano occupando la città.
Durante il viaggio verso Pescara le macchine in fuga da Roma furono fermate in cinque posti di blocco, di cui due tedeschi e uno misto: tutte poterono proseguire. Ciò fece sospettare a Zangrandi che Badoglio avesse concordato con Kesselring che il re, lui e i militari potessero, indisturbati, lasciare Roma, che i tedeschi potevano poi occupare. Una conferma di quest'ipotesi non assurda non è stata trovata. Già il giorno 11 l'occupazione tedesca di Roma e del Lazio era completa. I comandi militari italiani sostennero che uno scontro con i tedeschi, meno numerosi ma più armati degli italiani, avrebbe avuto effetti disastrosi per la popolazione. Si poteva difendere Roma? Re e Badoglio avevano deciso l'armistizio senza visione strategica e l'assenza di direttive per contrastare la prevedibile reazione tedesca.
Solo nei Balcani 36 divisioni, cioè 400mila soldati italiani, sorpresi e confusi per l'annuncio dell'armistizio, furono presi prigionieri e portati a lavorare in Germania. I soldati italiani portati in Germania furono 650mila. Sentimenti fascisti nelle forze armate non erano rari e italiani passarono alle truppe tedesche, giurando fedeltà al Führer. La resistenza a Roma, scrive la Rossi, ci fu e vide atti di eroismo...non voluta dai vertici, bensì condotta spontaneamente dai comandanti di diverse unità, che agirono senza alcun coordinamento tra loro e subirono di conseguenza molte perdite." A Napoli carabinieri e militari opposero resistenza, provocando rappresaglie ed eccidi. Attorno a Roma ci furono combattimenti contro i tedeschi per tutta la giornata del 9 settembre. Un feroce scontro di quattro ore si ebbe per impedire ai tedeschi di occupare la stazione Termini.
Badoglio e il re avevano deciso di consegnare Roma ad Albert Kesselrig. "La mancanza di ordine scritti ed espliciti", sostiene la Rossi, era "una scelta precisa del capo di stato maggiore generale [Ambrosio]; infatti nelle ore seguenti, alle richieste dei tanti comandanti in Italia e nei paesi occupati di avere delle direttive, non venne data alcuna risposta." Si era sicuri che i tedeschi si sarebbero ritirati verso nord senza combattere. Invece già alla sera dell'8 settembre truppe tedesche, al comando di Erwin Rommel, si presentarono alle caserme di gran parte delle città del Nord Italia, facendo prigioniera la maggior parte delle truppe, ignare dell'armistizio.
In un'intervista al Times di Londra nell'aprile 1944 il principe Umberto ebbe l'impudenza di sostenere che il popolo italiano aveva voluto ardentemente la guerra a Francia e Inghilterra, e che suo padre l'aveva dichiarata suo malgrado. Benedetto Croce, il 3 maggio 1944, reagì con una critica spietata divulgata dalla stampa angloamericana e dalla radio inglese. Già il 10 ottobre 1943 Croce aveva scritto che le ansiose famiglie italiane, più volte al giorno, ascoltavano le radio proibite e "seguivano con commozione e speranza i progressi delle armi inglesi, russe e americane."
"La mancata difesa di Roma" conclude la Rossi "ebbe un'importanza decisiva...ed è rimasta... una macchia indelebile."
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- Zangrandi Ruggero
1943 25 luglio - 8 settembre
Feltrinelli Milano 1964, in particolare p.525-743;
L'Italia tradita 8 settembre 1943
Garzanti Milano 1971 - De Felice Renzo
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in Mussolini l'alleato 1940-1945 Vol.2 Crisi e agonia del regime
Einaudi Torino 1990 pp.1089-1410 - Gentile Emilio
25 luglio 1943
Laterza Bari-Roma 2018 - Croce Benedetto
Momenti di una crisi in corso in Scritti e discorsi politici (1943-1947)
Laterza Bari 1963 Vol.1 p.5
L'intervista del Principe di Piemonte
p.75-77 - Ragionieri Ernesto
Storia d'Italia Volume quarto
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Einaudi Torino 1976
Tomo terzo p.2311-2357 - Mieli Paolo
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