Salvare il trasporto combinato, e con esso il sistema del traffico merci su rotaia, oggi significa difendere anni di politica a tutela delle Alpi e della qualità di vita dei cittadini. Ormai non c’è più altra via d’uscita. Per chi da questa primavera si sta battendo per salvaguardare ciò che si è costruito – che vale non pochi posti di lavoro – il treno dei desideri (e delle rivendicazioni) va decisamente all’incontrario.
Per il Comitato contro lo smantellamento di Ffs Cargo la locomotiva dei tagli deve fermarsi. E non è il solo a levare questa richiesta pressante. In questi giorni è stata depositata all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio una proposta di risoluzione che sollecita una moratoria delle misure prese e chiede al Consiglio federale di annullare quindi la chiusura dell’autostrada viaggiante – annunciata per fine anno – e l’abbandono dei terminali di Cadenazzo e Lugano-Vedeggio e di rinunciare al progetto che prospetta la chiusura del deposito di Chiasso.
Per le Ferrovie però la strada (ferrata) è tracciata. Piani di riorganizzazione, ridimensionamenti e perdita di posti di lavoro sembrano essere inevitabili se si vuole poter contare ancora sul sistema Cargo, quindi su un asse di trasferimento delle merci su rotaia da nord a sud. Il Ticino insomma se ne faccia una ragione, sembrano dire le Ffs. E si accontenti del fatto che i dipendenti sin qui toccati dai risparmi vengano ricollocati nelle altre Divisioni delle Ffs e soprattutto al di qua del Gottardo. Un po’ poco dopo l’investimento in capitale umano e territoriale che il Cantone ha fatto credendo per decenni nella strada ferrata e nella possibilità di alleggerire le sue strade dal traffico e dai Tir, caricando sempre più merci sul treno, come peraltro scritto nei patti stretti con la popolazione svizzera. E ciò spiega perché proprio il Ticino – e il Mendrisiotto in particolare –, rispetto ad altre regioni del Paese, ha scelto di non rassegnarsi e di fare resistenza, mobilitando, con il fronte sindacale, la politica – cantonale e comunale – e la società civile. Come succederà oggi a Bellinzona.
Lo stesso Consiglio di Stato del resto si dice preoccupato per lo scenario – anzitutto occupazionale – che ha di fronte e intende incontrare di nuovo i vertici delle Ferrovie. Ffs che dal canto loro tengono il punto e non vogliono rinunciare alla strategia messa in campo con la cessione (a terzi) dei terminali di Cadenazzo e Lugano-Vedeggio e la valutazione di fare a meno pure del deposito macchinisti di Chiasso (se non tutto, in parte). La Confederazione ha affidato una missione – far quadrare i bilanci, in perdita – e la si vuole portare a termine. A che prezzo però?
Viene dunque da chiedersi come mai si sia giunti a questo punto dopo le cospicue iniezioni di denaro pubblico fatte – a ragion veduta, certo – nel ‘progetto Ferrovia’. Solo la primavera scorsa con la revisione della Legge sul trasporto merci – come ricorda pure la risoluzione parlamentare – non solo si è riaffermato “il valore strategico di un trasporto ferroviario merci efficiente”, ma si sono assicurate nuove risorse: da qui al 2029 si parla di circa 680 milioni di franchi. Come dire un sostegno generoso. E allora non esistono proprio altre alternative alla ‘politica dell’accetta’? L’impressione diffusa, anche tra i lavoratori (ormai sfiduciati), è che le Ffs stiano cedendo posizioni. Nel frattempo chi si muove sulla strada vede aprirsi fette di mercato.
Tratto da laRegione del 06.10.25


