Due pagine di intervista, poca visione politica. In Svizzera c’è povertà ma le disuguaglianze vanno bene. Bisogna limitare i diritti popolari e lavorare più a lungo

 

Il Tages Anzeiger ci aggiorna sull’Ermotti-pensiero. Il CEO dell’UBS afferma che la Svizzera non è più quella di una volta, dobbiamo smetterla di autocompiacerci. Nel nostro Paese non va tutto bene, come si è visto a Crans Montana.

Ermotti vede il suo Paese anche dall’estero, dove molti si chiedono: cosa succede in Svizzera? “Date un’occhiata ai grandi dossier e ai temi più importanti della Svizzera negli ultimi 15 anni: ad esempio la previdenza per la vecchiaia, la politica europea, l’approvvigionamento energetico: ne trovate molti che abbiamo concluso con successo? Io no. Abbiamo un ingorgo, un blocco di riforme” (Reformstau).

Quali sono i consigli del CEO di UBS?

Il federalismo va bene, può anche essere esteso, se si seguono gli esempi dei cantoni Zurigo, Svitto e Zugo. Beh, facile, sono i templi della finanza ormai più che dell’industria e le patrie dei grandi ricchi che pagano poche imposte.

Più preoccupante l’esternazione sulla democrazia diretta, che gli sta molto a cuore, però bisognerebbe limitarla, perché votiamo su troppe iniziative e referendum. Bisognerebbe aumentare a 350 mila le firme per l’iniziativa (oggi sono 100 mila). “La democrazia diretta è troppo spesso abusata – sostiene – questi strumenti sono troppo spesso utilizzati da persone e partiti per posizionarsi, invece di migliorare la prosperità della popolazione”.

La tredicesima AVS o sussidiare i premi di cassa malati per le persone più fragili non sono aiuti alla popolazione? Forse Ermotti ha dimenticato di essere cresciuto a Molino Nuovo. Certo, ricorda che ha cominciato da apprendista con 350 franchi al mese, ma questo non gli impedisce di considerare equo lo stipendio di 14 milioni di franchi all’anno. Passati i tempi del capitalismo dal volto umano, come predicava Adriano Olivetti, secondo cui un dirigente non doveva guadagnare più di dieci volte il salario più basso dell’azienda.

“Stiamo perdendo in qualità della vita e stabilità sociale – ammette Ermotti – le soluzioni politiche sono più difficili di prima perché i fossati si stanno addensando”.

Non manca di una certa lucidità osservando la situazione, ma poi le soluzioni non ci sono o, peggio ancora, sono in linea con la politica che ha creato questi “fossati”.

Infatti si lamenta che in Svizzera si denuncino le disuguaglianze di reddito sempre più marcate. “Purtoppo anche in Svizzera c’è la povertà – ammette – ma non come all’estero. La gente si rende conto che sta meno bene che in passato, ma meglio rispetto ai paesi vicini”. Ottima consolazione: prendano atto i lavoratori che hanno salari fermi da anni e vedono i profitti raggiungere apici stellari, c’è chi sta peggio. “Dobbiamo migliorare il potere d’acquisto dei redditi bassi piuttosto che ridurre le differenze di reddito.”

Domanda: come miglioriamo il potere d’acquisto se non cambiando paradigma e distribuendo in modo più equo la ricchezza prodotta?

L’estero che piace a Ermotti è Singapore. È lì che bisogna guardare e imparare, un paese che privilegia l’innovazione. E non solo, per esempio: “Il diritto di sciopero è sancito dalla Costituzione, ma è impossibile da esercitare e i lavoratori che osano farlo vengono imprigionati”. E c’è anche la pena di morte…

L’apertura commerciale è importante per la Svizzera. E qui ben venga la diversificazione del commercio: quindi affari aperti anche con Cina, Asia e America latina che rappresentano un grande potenziale per la Svizzera. Almeno non si inginocchia a Trump, come fanno tanti suoi colleghi: “Non dobbiamo essere ingenui: l’amicizia non esiste nelle relazioni internazionali. Ciò che unisce gli stati sono gli interessi comuni”.

A proposito di Europa fa specie che Ermotti non sia ancora in chiaro sul nuovo pacchetto di accordi. “Non mi sono ancora fatto un’opinione definitiva al riguardo.” Ma come? Il CEO di UBS non ha fatto i compiti? È favorevole o contrario ai nuovi accordi? Probabilmente l’ufficio studi di UBS sta calcolando quanto potranno fruttare alla grande banca. Forse, qui, è influenzato dal partito liberale che ha nominato due copresidenti disfunzionali che rappresentano le due opzioni: una a favore, l’altro contrario.

È però in chiaro sull’iniziativa 10 milioni dell’UDC. Bisogna comprendere le preoccupazioni della popolazione rispetto all’immigrazione, ma la Svizzera avrà bisogno di 400 mila lavoratori nei prossimi dieci anni.

Il CEO di UBS si lamenta della persistenza del compromesso elvetico. Sospira pensando al compromesso. Qui cita la sua passione, nata sui campetti di Molino Nuovo, il calcio. “Non si vince il campionato solo con il pareggio. La politica deve superare i compromessi ed essere più coraggiosa, solo così possiamo andare avanti e superare il ristagno delle riforme”.

Fra le riforme che propone, c’è la necessità di ridurre il debito pubblico, molto appesantito dalla spesa sociale. Propone il prolungamento dell’età pensionabile fino a 67 o a 70 anni. È appena stata bocciata dal popolo, in votazione popolare (ma come visto le votazioni sono troppe!) Sembra l’unica misura che il mondo liberale sia in grado di avanzare.

La lunga intervista si conclude con le trattative tra UBS e Consiglio federale in merito alla necessità di avere riserve sufficienti per proteggersi dal too big to fail.

Due anni fa, in un’intervista, era stato molto critico contro i lacci e i laccetti che il governo voleva imporre a UBS. Oggi è più diplomatico e, qui, approva il compromesso: “Accetto quanto verrà da Berna”. Infatti il Parlamento sta andando incontro a UBS, si dimostra meno severo di Karin Keller Sutter, la ministra che aveva malmenato anche Trump. “Ora la discussione sta lentamente diventando più obiettiva, – afferma Ermotti – cosa che sostengo. Purtroppo c’è ancora troppa paura e voci che affermano che in Svizzera abbiamo regole meno severe che all’estero. Semplicemente non è vero. Ma se ora in politica c’è un lento ripensamento, è un bene”.

Certo, con il Parlamento che ci ritroviamo, a maggioranza di centro destra, non c’è da stupirsi che si aprano le braccia alla grande banca. Così, sappiamo che se dovesse fallire, nei prossimi anni, lo Stato sarà pronto a elargire garanzie  (leggi miliardi di franchi) per salvarla, in nome dell’interesse nazionale e dei posti di lavoro.

Comunque, per ora, UBS taglierà, come previsto, 3 mila posti di lavoro. “Ogni posto perso addolora”, afferma Sergio Ermotti.

Tratto da Naufraghi del 17.01.26