Cosa avevano in comune Sergio Salvioni e Werner Carobbio? E che hanno in comune oggi – tanto per fare un esempio possibile – Paolo Pamini e Ivo Durisch.? A parte che tutti fanno politica attiva, gli ultimi due non hanno nulla in comune, mentre i primi due – pur essendo avversari politici – condividevano un punto fondamentale. Seppure da punti di partenza diversi si rifacevano – coscientemente o inconsciamente, questo non lo so – alla filosofia economica dell’800 e di buona parte del ‘900, che va da John Stuart Mill (1806–1873) e John Maynard Keynes (1983-1946).

Mill è un economista classico che condivideva buon parte delle idee di Adam Smith. Considerava fondamentale la libertà delle imprese ma riteneva altresì importante l’intervento dello Stato per correggere gli errori del sistema. Nel suo caso di parla di socio liberalismo.

Il passaggio da Mill a Keynes non è lineare, anzi è intramezzato dalla nascita della scuola neoclassica il cui obiettivo era di fare dell’economia politica una scienza esatta: un’idea assurda, ma che ebbe grande seguito tanto da essere ancora – a grande linee – alla base del neoliberismo [Il neoliberismo (o neoliberalismo) è una dottrina economica e politica nata nel secondo dopoguerra in reazione all’intervento statale e al collettivismo, che promuove il libero mercato, la deregolamentazione, le privatizzazioni e la riduzione del welfare state.]

Comunque con Keynes si torna al ruolo centrale dello stato, in particolare nel regolare le crisi e redistribuire la ricchezza. Keynes è un liberale convinto tant’è che scrisse un libro “Sono un liberale?” dove spiega perché non aderisce né al partito laburista né a quello conservatore.

L’adesione alle teorie di Keynes fu molto ampia dopo la seconda guerra mondiale, praticamente da parte di tutti i partiti democratici occidentali. Pur da approcci politici diversi, tutti condividevano il ruolo centrale dello stato e la necessità di una tassazione con aliquote progressive. Possiamo quindi tornare a Salvioni e Carobbio.

Il mio ricordo è quello di un dibattito televisivo negli anni ’70 o inizio anni ’80 (non ricordo il tema) che a me sembrò particolarmente intenso e interessante, tra due politici estremamente preparati e motivati, tant’è che alla fine non ero in grado di decidere chi dei due avesse ragione o, come di dice oggi, “vinto”. Ma quello che è importante evidenziare è che entrambi sapevano che il sistema economico aveva bisogno di un arbitro e che, in qualche modo, bisognava governarlo. Stiamo parlando di un membro del Partito liberale radicale (Salvioni) dove l’area radicale era dominante e uno del partito socialista (ma forse al momento del dibattito Carobbio faceva ancora parte del Psa) che adottava il welfare state sviluppato da Beveridge (1942).

Il sunto di tutto questo discorso era che fino alla fine del secolo scorso, pur con posizioni politiche diverse alla fine si raggiungeva un compromesso democratico a beneficio – quasi sempre – dell’intera società e di un benessere economico diffuso. Oggi tutto questo non è più possibile.

Con l’esplosione del neoconservatorismo (su Arte c’è una serie di tre documentari della nascita di questo movimento negli Usa che vale la pena di guardare) e del neoliberismo economico, il punto di incontro tra forze politiche diverse non è più possibile. Del Plr è rimasta solo l’ala liberale e quindi oggi la maggioranza in Ticino, è decisamente neoliberista (dalla destra moderata a quella estrema). I dibattiti politici sono inguardabili e di un livello indecente, dove tutto è ridotto a slogan infantili (ultimo della serie: il politico che per risolvere il problema del cambiamento climatico fa l’esempio dell’Alabana dove tutti hanno l’aria condizionata, dimenticando di dire – tra le altre cose – che farà la popolazione dell’Alabama, dell’Africa, dell’India quando la temperatura dagli attuali 45 gradi passerà a 55 o oltre: verranno in Ticino dove abbiamo l’aria condizionata?). Anche chi tenta di mantenere il dibattito a un livello più che dignitoso (ad esempio Durisch, uno tra i pochi) non ha nessuna possibilità di essere ascoltato.

Ecco che allora la domanda di Fabio Dozio su Naufraghi, sulla necessità di valutare il passaggio delle forze di sinistra (o di centro sinistra) all’opposizione ha grande diritto di cittadinanza. Che senso ha perdere quasi tutte le battaglie? Non sarebbe meglio un’opposizione forte, libera da vincoli istituzionali, che potrebbe (forse) far capire alla popolazione che il problema non è l’immigrazione e la violenza ma cose ben più importanti?

Anche la replica dell’ex consigliere di stato, Manuele Bertoli, è naturalmente un punto di vista da considerare, ma contiene anche il nucleo del problema quando dice che alcune decisioni sono state sfumate grazie alla presenza del Ps in consiglio di Stato, ma che sono sconosciute al grande pubblico.

Ronny Bianchi, Naufraghi, 22.10.26