Il governo di Pedro Sánchez è arrivato al capolinea. Con tutta probabilità verranno indette elezioni anticipate per il 29 novembre. I due decreti Maricarmen su cui il governo puntava tutto per rilanciare l’azione politica sono stati clamorosamente battuti in parlamento: 178 no contro 172 sì. Il messaggio politico è cristallino: il governo non riesce neppure a far passare un decreto sull’emergenza casa, il tema che più preoccupa la maggior parte degli spagnoli. Senza neppure una finanziaria approvata dal 2023, non ha più senso andare avanti altri sei mesi.
Il giustiziere di Sánchez è Junts, il partito indipendentista catalano guidato dall’ex president Carles Puigdemont ancora in esilio (il Tribunale supremo si è rifiutato di applicargli l’amnistia, anche se proprio in questi giorni il Costituzionale dovrebbe sbloccare la situazione in suo favore) che contro ogni pronostico ha deciso di votare No. Stavolta sembrava che la pressione delle piazze, le acampadas a Madrid e in altre città, la patente ingiustizia dello sfratto per l’avidità di un fondo immobiliare contro una signora 87enne in sedia a rotelle che aveva pagato per 70 anni il suo affitto avessero fatto il miracolo di ammorbidire il partito della caotica coalizione che appoggia Sánchez che più si opponeva alle misure di tutela degli inquilini.
E invece no: giovedì in tarda serata Junts ha deciso di opporsi anche a questa misura, come già aveva fatto in tre occasioni precedenti su decreti destinati a proteggere gli inquilini dall’avidità di un sistema speculativo ormai implacabile. L’insensibilità di Pp e Vox, che hanno cercato con tutti i mezzi di riportare il dibattito sui migranti e su Ceuta per non parlare dell’emergenza casa, non sorprende nessuno. Ma su Junts il governo aveva puntato tutto: addirittura separando in un secondo decreto la misura che sapeva più indigeribile per i sette deputati capitanati dall’altezzosa imprenditrice tessile Miriam Noguera: il rinnovo automatico degli affitti. Niente da fare: Noguera e i suoi non hanno neppure preso in considerazione l’ipotesi di astenersi.
«Questi decreti non li firmerebbe nessun giurista», ha detto in evidente difficoltà argomentativa la portavoce di un partito che difende gli interessi dei rentier al Congresso. «Non fermano i fondi-avvoltoio, non fermano la speculazione e che si continui a sfrattare», ha detto, abbracciando tesi lontane dalle sue. E per di più, dice, ottengono l’effetto contrario. «Più di 4000 appartamenti - ha sostenuto - sono stati ritirati dal mercato da quando avete varato i decreti». In un clima tesisissimo, proprio da apertura di campagna elettorale, il portavoce del principale competitore catalano di Junts, Gabriel Rufián di Esquerra Republicana, era veemente: mostrando una banconota da 50 euro ha detto a Nogueras che è quella la loro vera bandiera, la loro e quella di Pp e Vox, altro che la estelada catalana. L’ha accusata di avere interessi immobiliari che «fottono» migliaia di persone. «È denunciabile, è censurabile», ha esclamato. Per concludere: «Sí, viva la Catalogna libera (il motto indipendentista, ndr), libera da voialtri». E una promessa: «Finché resterò in politica, mi impegnerò affinché finiate nel più totale ostracismo».
Se la ministra della casa, la socialista Isabel Rodríguez aveva riassunto il suo discorso in difesa di un decreto che obiettivamente arriva tardi ed era poco ambizioso in «o la gente, o gli avvoltoi», è stato il ministro del consumo di Sumar, Pablo Bustinduy, come sempre il più incisivo ed efficace: «Ogni sfratto dopo questo voto porterà i nomi e i cognomi di coloro che oggi voteranno no a questi decreti», ha detto in un discorso molto accorato.
Il voto palese, poco abituale, chiesto dai socialisti e da Sumar, servirà sicuramente a questo nella prossima campagna elettorale: i no saranno carne da meme. E ha aggiunto: «Non si tratta di aritmetica parlamentare: oggi è conflitto di classe. Voi difendete un’oligarchia internazionale che ricava il reddito dagli stipendi delle classi lavoratrici, guadagnati con il loro sforzo, per distribuirselo come dividendo». Per concludere: «Si può gridare a squarciagola ‘Spagna’ o ‘Catalogna’, ma votare contro il decreto significa votare contro il proprio popolo per sventolare la bandiera della rendita».
Sánchez è intervenuto a sorpresa poco prima di un voto che ormai era perduto. «È evidente che le misure non risolveranno da sole tutti i problemi abitativi ma è innegabile che contribuiranno ad attenuarli», ha riconosciuto con un’onestà intellettuale poco abituale. Per chiudere con un tono davvero elettorale: «La storia vi giudicherà prima di quanto pensiate e più severamente di quanto immaginiate». Eppure ha deciso di prendersi il fine settimana prima di convocare le elezioni, la cui data più probabile sembra proprio il 29 novembre, oppure il 13 dicembre.
Forse aspetta di vedere come reagiscono le sue rilevazioni demoscopiche e le piazze: da Madrid, da Barcellona e da ogni città dove questa settimana è nata una acampada arriva forte il grido “sciopero generale”. Per oggi era già stata convocata una manifestazione a Madrid, e almeno un sindacato nazionale, la Cgt (di tradizione anarcosindacalista) ha promesso di convocarlo se il Sindacato Inquiline glielo chiede. Quest’ultimo rinnova le sue cariche questo fine settimana: saranno i nuovi dirigenti a decidere.
Intanto PP e VOX chiedono come sempre di andare al voto: il leader popolare Alberto Núñez Feijóo ha accusato Sánchez di usare la casa come «manovra elettorale». E si è detto pronto ad affrontare le elezioni: «Metta una data, noi ci saremo». Sumar, senza un candidato, si riunisce domani per decidere come affrontare la corsa elettorale.
Luca Tancredi Barone, il Manifesto, 03.10.26


