Si comportano in modo ben diverso i soldati impiegati nella Cisgiordania occupata quando a lanciare pietre, un reato grave per la legge israeliana, contro autoveicoli e forze di sicurezza è un colono ebreo o un palestinese. Con il primo evitano di sparare, con il secondo fanno fuoco senza esitazioni.

«Gli spari dei soldati contro gli ebrei hanno profonde conseguenze sociali», ha dichiarato in un recente forum a porte chiuse il generale Avi Bluth, capo del Comando delle forze armate israeliane in Cisgiordania, aggiungendo con orgoglio di aver allentato le regole d’ingaggio per l’apertura del fuoco contro i palestinesi, in particolare coloro che tentano di oltrepassare il Muro e di entrare in Israele. Quasi sempre sono manovali rimasti senza lavoro dopo il 7 ottobre 2023 che sperano di trovare un’occupazione per mantenere le famiglie.

Nei giorni scorsi è stato il quotidiano Haaretz a riferire le dichiarazioni di Bluth, un comandante militare che piace molto al governo Netanyahu e alla destra al potere per la sua «deterrenza aggressiva» nei confronti dei palestinesi sotto occupazione. Qualcuno già prevede per lui un futuro in politica quando lascerà gli incarichi militari.

Di sicuro Bluth non teme di confermare l’applicazione da parte di Israele di due leggi diverse, una per i coloni ebrei e un’altra per i palestinesi. In sostanza, un palestinese residente in un villaggio e un colono in un insediamento vicino non sono sanzionati allo stesso modo. Riferendosi ai palestinesi che lanciano pietre, Bluth ha parlato di «terrorismo». Nel 2025, ha detto il generale secondo Haaretz, «abbiamo ucciso 42 (palestinesi) lanciatori di pietre sulle strade». Invece per i coloni che commettono lo stesso reato, Bluth ha affermato di essere contrario all’uso della forza, pur riconoscendo che il pericolo è lo stesso.

Abbiamo colpito due ebrei mascherati », ha raccontato riferendosi a un caso della scorsa estate, quando un soldato e un poliziotto hanno sparato contro coloni che lanciavano pietre contro auto palestinesi, ferendo un adolescente. E ha citato un altro caso in cui un agente di polizia ha sparato contro attivisti di destra che lo avevano aggredito, ferendone mortalmente uno. «Non so se ricordate il trambusto che (questi casi) hanno causato», ha sottolineato, aggiungendo di preferire che i soldati utilizzino mezzi non letali per disperdere i manifestanti ebrei. «(Con i coloni) non dobbiamo necessariamente ricorrere alle armi da fuoco. E sì, ciò implica discriminazione… Ma ci sono implicazioni oltre l’impatto pratico».

Con i palestinesi le cose vanno in modo molto diverso. «Abbiamo ucciso 1.500 terroristi in tre anni. Allora, come mai non c’è un’Intifada? Perché non scendono in piazza? Perché l’opinione pubblica palestinese è indifferente? Perché non ci sono rivolte? Perché il 96% dei 1.500 uccisi era coinvolto nel terrorismo, solo il 4% non lo era, il 70% era armato», ha proclamato l’alto ufficiale. I centri per i diritti umani e la stampa locale hanno riferito di centinaia di civili palestinesi uccisi da soldati e coloni negli ultimi due anni e mezzo. «Stiamo uccidendo come non facevamo dal 1967», ha aggiunto Bluth.

In un unico territorio, quindi, vengono applicati due sistemi giuridici: uno civile per i cittadini israeliani e uno militare per i palestinesi. Il risultato è una discriminazione istituzionalizzata, originata da leggi separate e diverse che incidono su ogni aspetto della vita quotidiana. Decreti militari, sentenze e modifiche legislative permettono ai coloni che si sono insediati in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, di rimanere soggetti alla legge israeliana con tutti i benefici che ne derivano. I palestinesi affrontano una legge militare rigida, fatta di ordini dell’esercito a partire dal 1967 e delle precedenti leggi giordane. Sono processati da giudici militari per ogni reato, dalle infrazioni al codice della strada al furto. Qualche anno fa il ministero della Giustizia non ha negato la discriminazione, giustificandola con «considerazioni di sicurezza».

Tratto da il Manifesto del 06.05.26