Dopo la storica sentenza revisionista con cui la Corte suprema ha abrogato le tutele del voto afroamericano, negli Usa gli eventi stanno precipitando alla vigilia delle primarie: il primo turno delle prossime, cruciali elezioni di mid term il prossimo novembre.
Si profilano sempre più chiaramente i contorni di un’operazione istigata dal presidente e attuata dai repubblicani col concorso del massimo tribunale per destabilizzare il processo democratico.
Lo svuotamento a tutti gli effetti del Voting Rights Act, la legge conquistata negli dal movimento per i diritti civili per porre rimedio all’esautorazione degli Afroamericani negli stati segregazionisti del sud, è stato l’atto finale di un’operazione già in corso con le acrobazie amministrative chieste da Trump a stati come Florida e Texas: ridisegnare i contorni dei collegi uninominali per ottimizzar le maggioranze repubblicane nel Congresso.
Con mappe che “spalmano” gli elettori in modo “creativo” all’interno dei collegi è possibile così ottenere maggioranze assolute.
Il ritmo forsennato con cui gli stati repubblicani si sono precipitati ad attuare riforme spesso fuori tempo massimo, a volte in circoscrizioni dove il voto per posta era addirittura già avviato, ha dato il senso della portata di una manovra che non si cura più di dissimulare lo spirito antidemocratico e che sta ripiegando il paese sui capitoli più nefasti della propria storia. Nella maggior parte degli stati ex confederati, in particolare, si stanno producendo scene che sembrano uscite da cinegiornali e le lotte per ottenere il diritto di voto sessant’anni fa.
Drammatiche quelle viste in Tennessee in occasione della seduta speciale convocata dal parlamento dello stato per estinguere l’ultimo dei nove distretti elettorali in cui i neri erano ancora in grado di esprimere un parlamentare. Il collegio di Memphis, seconda città a maggioranza afroamericana del paese (dopo Detroit), è stato suddiviso in tutta fretta in tre settori ognuno arbitrariamente accorpato a sobborghi bianchi (in un caso fino a 200 km di distanza) per diluire sufficientemente la popolazione nera e impedire che possa esprimere una maggioranza. Il tipo di operazione comune ai tempi del Ku Klux Klan (associazione fondata nel 1865 proprio in Tennessee), e tutto tornato improvvisamente legale secondo la Corte suprema a maggioranza trumpista.
La riforma messa all’ordine del giorno in fretta e furia è stata apapprovato in mezzo a proteste, cori e canti gospel della moltitudine di cittadini che si sono riversati all’interno del parlamento a Nashville. Nel Tennessee i neri sono il 17% circa del totale, il 45% dei cittadini vota democratico. Con il nuovo assetto non avranno nemmeno un rappresentante in parlamento.
Il tutto tanto più doloroso in una storica capitale black, la città di Beale Street, di Sun e Stax Records, di Otis Redding, Al Greene e BB King dove ancor più dolorosa è stata la eco delle leggi Jim Crow che si credevano relegate ad una storia vergognosa ma archiviata dopo il movimento in cui era culminata la lotta secolare per un pieno diritto alla cittadinanza, quello di Martin Luther King – il leader che proprio a Memphis era stato assassinato nel 1968. «Sono entrato in aula nel 2026», ha detto Justin Jones parlamentare afroamericano che per protesta fuori dall’aula ha bruciato la bandiera stella-crociata dei confederati. «Quando siamo usciti eravamo tornati al 1965».
Parole che hanno descritto il trauma collettivo di una comunità che ha visto svanire in un paio d’ore o i diritti di cittadinanza conquistati con lacrime e sangue da madri, padri e nonni. Prima del Voting Rights Act in tutto il paese vi erano non più di 72 neri eletti agli organi politici. Nel 1980 il numero era salito a più di 1500. Con il nuovo regime i 60 parlamentari neri nel Congresso potrebbero scendere a meno di 40. Tutto regolare e giustificato per un partito Maga apparentemente deciso a giocarsi il tutto e per tutto in quest’anno elettorale, a costo di dar fuoco alla democrazia.
Con la manomissione ormai palese della appare sempre più lampante la crisi di rappresentatività nei sistemi elettorali maggioritari ed intermediati, suscettibili di trucchi giurisdizionali ed escamotage come il collegio elettorale, che permettono di beffarsi di volontà popolari con evidente profitto di un regime post-democratico.
«La lotta per controllare il Congresso è una battaglia per la civiltà, il futuro, la sicurezza, l’economia e la forza della nazione», ha affermato il vice governatore dello stato Randy McNally. «Con questa mappa il Tennessee si unisce alla battaglia».
Una battaglia che sembra sempre più chiaramente mirata a ristabilire antiche gerarchie suprematiste e, nel sud degli Usa, ad agitare fantasmi di una dolorosa storia ancora recente. Un’accelerazione promossa dall’amministrazione, dalle legislature Gop e dai tribunali, come quello che in Virginia ha contemporaneamente invalidato il referendum con cui i cittadini di quello stato avevano votato per prendere contromisure.
Le scene fuori dal parlamento di Nashville hanno rimandato a quelle di sbiaditi documentari su Selma e Montgomery, Little Rock e Birmingham, le tappe sanguinose di un calvario nazionale che l’opportunismo repubblicano sembra intenzionato a ripetere. Immagini che hanno restituito quella di un’America sempre più schiacciata sulla propria storia e avvitata in una spirale verso il baratro, ma anche di un attacco frontale ad una comunità nera che, ad esempio contro la "grande deportazione", era rimasta relativamente ai margini ma che ora promette una nuova mobilitazione politica.
«Non staremo in silenzio, nessuno ci azzittirà», ha gridato ancora il parlamentare nero, Justin Jones, che durante le operazioni di voto ha denunciato al megafono i colleghi bianchi come degni discendenti del KKK. «Se credi nella democrazia, devi batterti per essa. Questo razzismo non passerà in silenzio. Le voci nere contano, i voti neri contano. Non torneremo mai indietro!».
Tratto da il Manifesto del 09.05.26


