Il presidente accusa la Ue di non rispettare gli accordi. Bruxelles: «È lui a non farlo». Italia, Germania e Francia i paesi più esposti
Ha scelto il primo maggio, festa dei lavoratori, Donald Trump per colpire la forza lavoro europea del settore automobilistico, e lo ha fatto come spesso accade tramite Truth Social, dove ha annunciato che dalla prossima settimana i dazi sulle auto e i camion importati dall’Unione europea saliranno dal 15 al 25 per cento. «Sono lieto di annunciare ha scritto Trump che, in considerazione del fatto che l’Unione europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale, pienamente concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi su automobili e autocarri in ingresso negli Usa».
In un secondo messaggio, ha ritenuto opportuno alzare ulteriormente i toni: «Ci hanno derubato per anni, ma non lo faranno più». L'accordo in questione era stato siglato a Turnberry, in Scozia, nel luglio 2025, quando Trump e la presidente della Com missione europea Ursula von der Leyen avevano fissato le tariffe al 15 per cento. Rappresentava già un aumento rispetto al passato ma, con una giravolta semantica, era stato presentato come una tregua.
Ora Bruxelles dice di averlo rispettato, lavorando alla legislazione necessaria per attuarlo, mentre Trump sostiene il contrario. Scott Linci come del Cato Institute ha detto che gli europei «stavano sostanzialmente rispettando» l’accordo.
I nuovi dazi entreranno in vigore da lunedì 4 maggio, con l’unica eccezione per i veicoli prodotti negli stabilimenti americani. «Numerosi impianti sono attualmente in fase di costruzione ha sottolineato Trump con investimenti superiori ai 100 miliardi di dollari, un record nella storia dell’industria automobilistica». Il messaggio all’Europa è esplicito: delocalizzate, oppure pagate.
La reazione europea è arrivata attraverso Bernd Lange, presidente della Commissione commercio internazionale del Parlamento europeo, che ha scritto su X: «Quest’ultima mossa dimostra quanto siano inaffidabili gli Stati uniti. Il Parlamento europeo continua a rispettare l’accordo siglato in Scozia, lavorando per finalizzare la legislazione. Mentre l’Ue mantiene gli impegni, la controparte statunitense continua a non rispettarli». E non è la prima volta, ha ricordato Lange: «Dai dazi su oltre 400 prodotti in acciaio e alluminio fino all’attuale presa di mira delle auto, questo dimostra una chiara inaffidabilità».
Un portavoce della Commissione ha aggiunto che l’Ue «si riserva ogni possibilità di azione per tutelare i propri interessi», aprendo alla possibilità di controdazi su prodotti americani e di ricorsi all’Organizzazione mondiale del commercio. La pressione è particolarmente alta su Germania, Francia e Italia, i tre paesi europei con la maggiore esposizione nel settore. In Germania, dove l’industria dell’auto vale circa il 5% del Pil e impiega quasi un milione di persone, i sindacati hanno chiesto un incontro urgente con il governo. Per l’Italia l’impatto è diretto: Ferrari, Lamborghini e Maserati vedranno i propri prezzi sul mercato americano aumentare ulteriormente, mentre l’intera filiera della componentistica, di cui l’Italia è tra i principali produttori mondiali, subirà il contraccolpo lungo tutta la catena produttiva.
Questo è solo l’ultimo capito lo di un anno di guerra commerciale. I dazi sull’auto erano già stati imposti con la Section 232 su basi di sicurezza nazionale, sopravvivendo anche alla sentenza della Corte Suprema che a febbraio aveva dichiarato illegali quelli del cosiddetto Liberation Day, imposti il 2 aprile 2025 con l’International Emergency Economic Powers Act, Ieepa, la legge sui poteri economici di emergenza.
Ora vengono innalzati ulteriormente, in un contesto in cui Trump usa le tariffe anche come leva geopolitica: i paesi che non hanno appoggiato la guerra in Iran vengono colpiti su più fronti, dai dazi al prospettato ritiro delle truppe americane.
L’industria europea ora si trova di fronte a una scelta sempre meno ipotetica: investire negli Usa per sfuggire ai dazi, oppure accettare una perdita strutturale di competitivi tà sul mercato americano.
Pubblicato da il Manifesto, il 03.05.26


