Qual è il colmo per un giornalista? Chiedere un silenzio stampa. Tuttavia, non sarebbe male se qualche direttore di quotidiano o di telegiornale decidesse di adottare il muro del silenzio sulle notizie che riguardano Donald Trump. Censurare le sue dichiarazioni, i suoi messaggi sui social, i comunicati e le conferenze stampa. Mantenere unicamente uno spazio settimanale, dove sintetizzar le notizie più importanti che riguardano il presidente USA. Si risparmierebbe energia e si renderebbe il clima migliore, perché – come vediamo ogni giorno – Trump si contraddice, quindi tanto vale aspettare e pubblicare l’ultima sua decisione.
In questo modo si contrasterebbe una delle scelte strategiche fondamentali del tycoon, quel “to flood the zone with shit”, inondare l’area di m., inventata da Steve Bannon, ex stratega della Casa Bianca.
In cambio, giornalisti e commentatori potrebbero puntare la loro attenzione sui misfatti provocati da Trump: sulle vittime, sulle ingiustizie, sui crimini, e lavorare sulla verifica delle informazioni (fact checking) necessaria, perché buona parte della “shit” che diffonde il presidente è falsa.
Il WEF di Davos ha dato uno scossone a tutti, politici e osservatori. Dopo l’intervento del presidente USA, giunto nei Grigioni con una bella fetta della sua amministrazione, qualcuno ha capito, in ritardo, cosa ci riserva il tecnocapitalismo americano che minaccia le istituzioni democratiche. (Non che negli ultimi cinquant’anni gli USA non abbiano violato i diritti umani, in giro per il mondo).
La stampa ticinese è sembrata particolarmente ingenua, oltre che prudente come d’abitudine. Dopo il discorso di Trump, l’accento è stato posto sulla mancanza di rispetto verso le nostre autorità che sarebbero state offese; ci si è chiesti se la Svizzera debba ingoiare questi rospi, ci si è lamentati del fatto che Trump ha parlato 25 minuti più del previsto, si è scoperto che esprime valori non più condivisi e che non vengono rispettate le relazioni internazionali. Di fronte alla dichiarazione del nostro presidente Guy Parmelin, che ha salutato l’omologo americano dicendo che Davos non sarebbe stata Davos senza di lui, si è gridato allo scandalo: l’inchino non è diplomazia, ma servilismo, si è letto.
Queste sono quisquilie, adombrarsi perché Trump a Davos parla più del previsto o manca di rispetto a Karin Keller Sutter, che lo aveva malmenato, fa ridere.
Ricordiamo, a chi si fosse appisolato negli ultimi cinque anni, che Donald Trump è un criminale, perseguito in patria per un mucchio di reati. Se non fosse stato eletto, dovrebbe essere in galera. Noam Chomsky lo diceva già quasi sei anni fa: “Può suonare forte, ma è vero: Trump è il peggiore criminale della storia, senza dubbio. Non c’è mai stata un figura nella storia politica che si sia dedicata con tanta passione a distruggere i progetti per la vita umana organizzata sulla terra nel prossimo futuro. Non è un’esagerazione”. Poi vanno aggiunti i provvedimenti penali per decine di imputazioni (pornostar e dintorni) e, soprattutto, per il suo ruolo nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 (un colpo di stato!) e i tentativi di frode elettorale in Georgia e Arizona.
A Davos Parmelin ha scelto la via diplomatica e ha blandito l’ospite come si fa con un bambino capriccioso. La diplomazia è fatta anche così: lusingare per raggiungere compromessi. Anche Ignazio Cassis, bontà sua, l’ha capito e ha dichiarato che, ormai, si devono fare i conti con la realpolitik: siamo in una nuova era e forse può essere utile osservare altri punti di vista, come quelli dei Paesi africani e asiatici, che denunciano la doppia morale dell’occidente, ha detto il ministro degli esteri. Meglio tardi che mai.
Dalla politica ci possiamo attendere due atteggiamenti. O la condivisione della via diplomatica, ossia, volenti o nolenti, confronto sereno e pacifico con la controparte, oppure la linea dura. La Svizzera ha scelto la prima strada, fin dall’ossequio alla Casa Bianca degli imprenditori elvetici con oro, incenso e mirra.
La seconda strada è apparentemente semplice. Si può far male agli Stati Uniti, basta volerlo. Rinunciare all’acquisto degli F-35, una storia nata male. Vendere i buoni del tesoro americani in possesso della Svizzera (circa 300 miliardi di dollari). L’arma del debito è già stata proposta da diversi osservatori e la Cina l’ha usata recentemente. Riportare in Svizzera i miliardi di franchi del fondo AVS concessi alla State Street Bank americana dal 2024. Aumentare i dazi all’importazione di merci USA, dalla Tesla ai beni agricoli. Sono solo alcuni spunti e possono essere utilizzati a discrezione. In larga scala potrebbero diventare dirompenti, in misura contenuta armi di pressione.
Reagire al bullo, al gangster, al criminale, al boss mafioso, come viene definito Trump da molte voci, è una misura che qualche politico comincia a prendere in considerazione. Il premier belga Bart de Wever ha dichiarato che “essere vassalli felici è una cosa, schiavi miserabili tutt’altra”. Il governatore democratico della California Gavin Newson ha detto che “Trump è un T-Rex. Europei, se non smettete di inginocchiarvi, vi divorerà”. Mark Carney, primo ministro canadese, ha sostenuto che “le potenze medie devono agire insieme perché, se non siamo al tavolo delle trattative, finiremo nel menu”. “Il presidente americano comprende solo il linguaggio della forza – ha dichiarato Justin Vaïsse, direttore del Forum di Parigi sulla pace – L’Europa detiene effettivamente 8 mila miliardi di dollari del debito americano. Lo può usare e anche minacciare di prendersela con le aziende statunitensi del digitale e, in particolare, con gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Questa impennata può fare molto male agli Stati Uniti. Potrà fare molto male anche a noi ma, in nome della sopravvivenza e della propria esistenza, l’Europa deve condurre questa lotta”.
Da ultimo, merita di essere rilanciato uno slogan e un concetto degli anni settanta: “Yankee, Go Home”. In Europa sono stanziati da 65 a 105 mila soldati americani, distribuiti in una cinquantina di basi militari di vario livello, colme di armi, caccia, bombardieri e bombe atomiche. Basi servite agli USA per la politica imperialista degli ultimi 50 anni, con interventi armati in Iraq, Iran, Siria, Bosnia, Somalia, Libia, Yemen, Afghanistan. Se l’Europa vuole rendersi indipendente, sfratti gli americani, mandi a casa soldati, armi e bombe.
Facile a dirsi ma difficile a farsi: l’Europa è un fantasma e sarà arduo che riesca a passare da cinquant’anni di vassallaggio all’indipendenza dall’amministrazione americana.
Tratto da Naufraghi 27.01.26


