La strage di Capodanno ha sconvolto tutto il paese ed in particolare i giovani, confrontati con un evento difficile da elaborare alla loro età. Una parte dello shock è sicuramente dovuto al fatto che pochi da noi, e probabilmente ancora meno all’estero, pensavano che “qualcosa di simile fosse possibile in Svizzera”. E anche tralasciando certi commenti sguaiati di una parte dei media italiani, non c’è dubbio che l’immagine del nostro paese sia uscita sgualcita da questa tragedia.
Anche se la giustizia farà il suo corso, nonostante qualche grosso intoppo iniziale di troppo, ci sembra che probabilmente non è un caso che la tragedia sia capitata in Vallese, cantone dominato per più di cent’anni da un solo partito (vecchio PPD, ora Centro), vessillifero del “meno stato” e dove la corruzione e gli inciuci tra politica ed affari non sembrano proprio sconosciuti. Il pedigree, anche penale, e l’affarismo scatenato (con legami mafiosi?) dei proprietari dell’ormai famigerato La Constellation avrebbero normalmente dovuto rendere attente le autorità. È assodato invece che i controlli e la regolamentazione erano altamente insufficienti. Tutti questi aspetti sono stati denunciati con forza dall’ex-consigliera federale Micheline Calmy-Rey, che ben conosce la situazione locale.
Di fronte a ciò dobbiamo chiederci: sarebbe potuto capitare anche in Ticino? Inciuci simili a quelli vallesani crediamo non siano da escludere e quindi diffusi anche da noi e l’improvvisa frenesia messa in campo dalle nostre autorità nel moltiplicare le proposte di nuove regolamentazioni è un po’ sospetta. Importante ci sembra anche un altro aspetto, che magari non per caso è stato poco sottolineato. La Svizzera con i suoi due centri specializzati per pazienti gravemente ustionati (Zurigo e Losanna) non è stata in grado di gestire l’afflusso massiccio di queste vittime e ha dovuto chiedere l’attivazione del meccanismo comunitario della Protezione Civile dell’Unione Europea, pur non essendo membro del gruppo né naturalmente dell’EU. Nonostante ciò, la solidarietà europea ha giocato alla perfezione ed una serie di paesi hanno immediatamente accolto anche pazienti svizzeri gravemente ustionati. Com’è stato sottolineato dai direttori del CHUV e dell’Universitätsspital di Zurigo, l’aumento delle capacità di accoglienza per simili pazienti richiederebbe un investimento enorme, ammesso di trovare poi le necessarie risorse umane. Investimento che sicuramente non si giustifica tenuto conto, speriamo, della rarità di simili eventi.
Limitandoci al settore sanitario, questo non è l’unico esempio dove la Svizzera al giorno d’oggi fatica a garantire la necessaria qualità richiesta dal mondo sanitario moderno. Pensiamo per esempio all’approvazione dei nuovi farmaci: Swissmedic, la nostra agenzia deputata a questo compito, deve fare lo stesso, complesso lavoro di valutazione dell’efficacia dei nuovi farmaci che fa l’Agenzia Europea EMEA ad Amsterdam, che ha cinquanta volte più impiegati, anche perché serve un mercato di 500 milioni di persone. Da troppo tempo Swissmedic lavora oltre il limite delle sue possibilità, creando anche tutta una serie di ritardi o di valutazioni non ottimali.
Pensando al CERN, all’agenzia spaziale europea e a tutta una serie di simili istituzioni, l’esempio può essere sicuramente moltiplicato. Ciò non vuol dire che dobbiamo seguire i dettami neoliberali della destra (sempre più spesso in combutta con la destra estrema) che governa l’attuale Commissione UE. Ma ciò dimostra che anche il nazionalismo gretto, di chi pensa di vivere ancora nell’Ottocento e che quindi possiamo continuare ad essere sempre auto-sufficienti, non ha più ragion d’essere.

