Le numerose dichiarazioni di sostegno alla campagna contro l’iniziativa “200 franchi bastano” fanno uso di un argomentario ricco e preciso ma sintetico a causa dei limiti di spazio concessi alle prese di posizione. Pensiamo che valga la pena di approfondire qualche punto.


“200 franchi bastano” è una “No Billag” travestita

Se  “200 franchi bastano” fosse accettata, la SSR subirebbe un taglio di poco meno del 50%. Certo ancor più la RSI che riceve una proporzione decisamente superiore (il 16%) a quanto gli svizzeri italiani contribuiscano con il canone e la pubblicità (4%), proporzione che sarebbe rimessa in discussione nonostante i desideri espressi dagli inizianti.

SSR e RSI non potrebbero continuare ad essere quello che sono. Nessuna persona responsabile e competente del funzionamento di un’istituzione o di un’impresa può ritenere che un taglio del genere potrebbe essere assorbito semplicemente con del “management snello”. Si tratta in realtà di uno stravolgimento che mira a indebolire l’informazione pubblica in sé, con l’ulteriore scopo di favorire l’informazione gestita dal settore privato, o la disinformazione.


“200 franchi bastano” è un’iniziativa ipocrita

La sbandierata sollecitudine degli inizianti di voler lasciare più soldi nelle tasche della popolazione, in particolare quella meno abbiente, è manifestamente falsa. Lo si vede non solo dalla noncuranza con cui, nei fatti, propongono di cancellare centinaia di posti di lavoro qualificati che in caso di un “Si” sarebbero persi nel cantone, ma anche dalla loro posizione rispetto all’iniziativa sul dumping salariale, nonché su quella del 10% per i premi di cassa malati o, ancora sugli sgravi fiscali a favore dei più ricchi nel passato recente. Se il benessere della popolazione in difficoltà fosse davvero la loro preoccupazione, avrebbero potuto proporre il finanziamento completo della SSR da parte della Confederazione, con un leggero ma proporzionale aumento delle imposte. Non l’hanno fatto, perché in realtà hanno la precisa volontà di picconare un pilastro del servizio pubblico. D’altronde, la vera importanza che i proponenti dell’iniziativa danno ai media e alla comunicazione (privata) si vede dal costo della campagna elettorale di Regazzi e Chiesa, due ferventi sostenitori che nel 2023 si sono offerti (o fatti offrire) le campagne elettorali più care del cantone (150’000.– ciascuno). 


“200 franchi bastano” è un’iniziativa ignorante e offensiva

I sostenitori dell’iniziativa non hanno capito quante competenze siano necessarie per offrire il servizio d’informazione attuale: dalle riprese sullo sport1, alla rassegna stampa di Rete due al mattino, alla preparazione di una puntata di “Falò”, per fare solo alcuni esempi. La frase di Paolo Pamini: “Oggi la televisione si fa con un telefonino” mostra il livello di cui certi nostri rappresentanti si accontentano per sé stessi o, peggio, per la popolazione che rappresentano.

La mancanza di considerazione per la qualità e la professionalità dei lavoratori RSI, nonché per gli impieghi indirettamente dipendenti dalla RSI, qualifica come i sostenitori interpretino il loro dovere di tutelare i legittimi interessi del Ticino e della Svizzera italiana, oltre che il bene comune.


“200 franchi bastano” distrugge valore

Una riflessione sul valore di un’informazione indipendente, pubblica e responsabile si declina in vari aspetti, alcuni evidenti, altri meno ovvii, ma non meno importanti.

Chiaro è il vantaggio, fosse solo in termini di tempo, di disporre di un’informazione affidabile, in un momento storico in cui la verità dei fatti è minacciata nel migliore dei casi da superficialità, nel peggiore da sfacciate menzogne. Meno visibile è come si arrivi a un’etica del servizio pubblico, finora sostanzialmente rispettata dalla SSR: è uno spirito che si costruisce negli anni per scelta politica con verifiche, approfondimenti, selezione di quadri, analisi degli errori e talvolta scuse. Tutti processi costosi che l’iniziativa ignora, per superficialità o per malafede. Pochi paesi possono essere fieri della loro radio-televisione pubblica. Il Regno Unito è un altro di questi, e non è un caso che la BBC sia sottoposta agli stessi attacchi e dallo stesso fronte politico che oggi attacca la SSR2. Al contrario, le pietose diatribe di una RAI succube e revisionista fanno le prime pagine della stampa. È alla RAI o a Mediaset che vorremmo affidare la rappresentazione della nostra identità linguistica e culturale? Perché sarà davvero così se l’iniziativa riuscisse a dimezzare la principale voce della svizzera italiana.

È vero che altri canali di informazione esistono, ma quanto dovrebbe pagare, in tempo e soldi il cittadino che vorrebbe lo stesso servizio? Non solo per l’informazione, ma anche per la cultura e lo sport? Solo di chi se li può permettere potrebbe farlo.


“200 franchi bastano” distrugge futuro

Oggi la RSI è un motore diretto e indiretto di impieghi qualificati e decorosamente remunerati nello spettacolo, nella cultura, nella comunicazione, ai quali tanti giovani si stanno preparando nelle scuole professionali e nelle facoltà del Ticino. Certamente il Ticino con una RSI dimezzata non potrebbe più offrire questi posti di lavoro.


“200 franchi bastano” mina la democrazia

In una società dove le disuguaglianze aumentano e il danaro plasma il nostro modo di vivere assieme, un media pubblico forte fa parte dei “pesi e contrappesi” di un sistema politico democratico e pluralista. Magari uno degli ultimi contrappesi, visto che progressivamente il peso dei soldi in politica è in aumento, per il fatto che le leggi non danno uguali opportunità a chi di mezzi per una campagna elettorale ne ha pochi3, e che il lobbismo è mal regolamentato. In particolare, in una democrazia diretta come la nostra, aumentare la proporzione dell’informazione privata andrebbe nel senso di “un franco-un voto”, e allontanerebbe ulteriormente dall’ideale di “un cittadino un voto” al quale si deve aspirare.


“200 franchi bastano” contribuirebbe a sfaldare la coesione sociale

Sappiamo che è in corso una rivoluzione tecnologico-cognitiva che da un lato rinchiude gli individui in “bolle” algoritmiche che confermano opinioni già radicate, dall’altro li bombarda di attualità su misura, a scapito di momenti comuni che si richiamano alla nostra identità comune, fatta di storia e di valori condivisi. Storia e valori che oggi la SSR e la RSI mantengono in vita dando loro un’attenzione commercialmente poco monetizzabile ma fondamentale per la nostra coesione sociale. Prova ne è lo spazio che la RSI consacra alla realtà regionale e al rappresentarla a livello nazionale. Se questo si perdesse, saremmo più soli e divisi tra di noi, e meno visibili a livello svizzero. Senza dimenticare i preziosi archivi in cui vengono conservati e messi a disposizione i documenti radio televisivi che raccontano la nostra storia e che ci hanno accompagnato nel tempo.


“200 franchi bastano” rinforzerebbe una logica aziendale a scapito di quella del bene comune

Negli scorsi anni di privatizzazioni e pressione sulle regie pubbliche (poste e telecomunicazioni, FFS, Ospedali, ecc.), seguendo il mantra di “più privato e meno stato” si è assistito a una progressiva modifica dello spirito di queste strutture verso la ricerca del profitto (mascherato da parole come “sostenibilità finanziaria”).  Questo le ha allontanate dalla loro missione di servizio pubblico alla cittadinanza. Tagli e redditività sono stati forzatamente seguiti da riduzione del volume e della qualità delle prestazioni. Questo è quanto in parte è già avvenuto con l’aziendalizzazione della SSR, e quanto succederebbe ancor più nel caso di vittoria dell’iniziativa, sulla traccia di quanto è già successo in paesi vicini a noi: nelle reti pubbliche italiane e francesi la quantità di pubblicità è decisamente superiore alla nostra, e si assiste a una competizione con le reti private in una corsa al rialzo sui contenuti sensazionalistici rispetto a quelli di approfondimenti o di cultura. Quanto queste reti siano degenerate verso uno spirito “tabloid” rispetto alle nostre si è potuto vedere nella diversa gestione proposta dalle stesse del dramma di Crans-Montana.


Conclusioni

Possiamo scegliere di affidare il nostro futuro informativo al mercato, nel quale i promotori hanno una fede assoluta e cieca, incapaci di vedere lo scempio che lo stesso mercato ha fatto di tante altre risorse e beni comuni che gli abbiamo affidato, dal paesaggio al petrolio. La scelta dipende da noi, e ci appartiene non solo grazie al nostro voto, ma rispetto a quante persone ci adopereremo a convincere. Certo con lettere e articoli sui giornali, ma soprattutto nelle strade, nei bar, negli stadi, nei fabbricati, e negli ambiti dove i giornali si leggono poco e l’astensione e il risentimento verso le istituzioni prevalgono.
Non dobbiamo permettere che la giusta collera di chi soffre per arrivare alla fine del mese venga diretta verso un ulteriore vittima della stessa logica privatistica che impoverisce e divide.
Senza dimenticare che se anche la RSI non ci piace sempre, se non ci convince completamente, anche se vorremmo più sport e meno informazione o invece solo informazione e cultura o, ancora, più intrattenimento e musica, sostenere la RSI votando NO è un investimento che facciamo a noi stessi, ai nostri figli, alla democrazia e al nostro territorio.

Pietro Majno-Hurst e Anna Biscossa
Presidenti dell’Associazione per la difesa del servizio pubblico


1 Vedi l’articolo di Libano Zanolari su Naufraghi del 16.01.2026
2 Si vedano i commenti sulle recenti dimissioni del Direttore e della Vice-direttrice
3 Nel Regno Unito, il massimo che un candidato può spendere per una campagna elettorale è attorno a £ 20’000 circa 21’000 CHF