Le disuguaglianze aumentano, i miliardari sono sempre più ricchi e la povertà è ormai strutturale.
La Svizzera è incapace di raggiungere l’obiettivo di ridurre il tasso di povertà.
Lo conferma il “Monitoraggio della povertà in Svizzera” appena pubblicato.
Quando si parla di povertà si utilizzano cifre e percentuali. Ma dietro ogni numero c’è una storia, una persona. Per avere cognizione di causa è quindi utile, se non necessario, ascoltare le storie di chi è confrontato con la povertà. Il Monitoraggio della povertà in Svizzera, pubblicato alla fine dello scorso anno dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS), ha fatto bene a introdurre il rapporto con testimonianze di persone che vivono o hanno vissuto la povertà.
“Solo tre anni fa la mia situazione economica è diventata precaria, quando mio marito e io ci siamo separati. Vivevamo insieme in una vecchia casa nel Canton Argovia. Quando se n’è andato, da un giorno all’altro ho dovuto pagare tutte le bollette da sola. Per fortuna sono potuta rimanere nella casa, in questo modo risparmio ancora oggi sull’affitto. Ma questo significa anche che non posso mai scivolare nell’aiuto sociale, se no perderemmo la casa”. (Elisabete, 44 anni, Argovia).
“Ho avuto sempre dei problemi con i servizi sociali. Mi davano 980 franchi per i bisogni primari, l’appartamento e la cassa malati erano presi a carico. Visto che mia moglie e io ci dividevamo l’autorità parentale, i figli passavano la metà del tempo con me e i 980 franchi non bastavano per niente. Per due anni ho litigato fino a quando i servizi sociali hanno iniziato a calcolare le spese per i miei figli come bisogno primario” (Alfred, 63 anni, Zurigo).
“Capisco che tanti giovani non vogliono il sostegno dell’aiuto sociale, perché si vergognano. Gli consiglio però di non aspettare troppo a lungo e di prendere in mano la propria vita il più velocemente possibile. Sennò, prima o poi, si imbocca una strada sbagliata. Perché in situazioni di povertà le occasioni perse sono la cosa peggiore” (D., 29 anni, Ticino).
“Attualmente guadagno circa 3 mila franchi al mese. L’aiuto sociale me ne dava 2677 con cui dovevo pagare tutto da sola, anche l’affitto e la cassa malati. Oggi non sono più così povera, ma ‘solo’ a rischio povertà: si tratta di un importante miglioramento” (Nadja, 24 anni, Argovia).
Ridurre la povertà obiettivo mancato
Il Monitoraggio della povertà è un rapporto minuzioso e ricco (più di 600 pagine) curato dall’UFAS su mandato della Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Consiglio degli Stati. Lo scopo è di fornire alla Confederazione, ai Cantoni e ai Comuni conoscenze utili per definire e gestire le politiche di lotta alla povertà. È solo uno strumento, si tratta ora di vedere se sarà utile alla politica per correggere la povertà che nel nostro Paese è ormai diventata strutturale. Negli ultimi anni, dal 2014 al 2017, il tasso di povertà reddituale è aumentato, per poi attestarsi a un livello tra l’8 e il 9% circa. Vale a dire che più di 700 mila persone sono considerate povere, fra queste figurano 100 mila bambini.
Una considerazione importante dello studio è che “l’obiettivo di lungo periodo di ridurre la povertà, che la Svizzera si è impegnata a raggiungere nel quadro dell’attuazione della ‘Strategia per uno sviluppo sostenibile 2030’ e nel programma di legislatura del Consiglio federale, resta però nettamente mancato”.
È ormai chiaro, da anni, che la definizione di povertà non può far riferimento solo al denaro disponibile per una persona o per una famiglia. Il concetto è multidimensionale: “una persona è considerata povera se il reddito dell’economia domestica in cui vive, dopo aver considerato tutte le entrate (compresi i trasferimenti e le prestazioni sociali), è inferiore al minimo vitale sociale. Oltre alle condizioni finanziarie, che costituiscono il fulcro della definizione di povertà, vengono considerati anche altri sei ambiti fondamentali della vita: formazione, attività lucrativa, salute, alloggio, relazioni sociali e partecipazione politica”.
Per definire la povertà in Svizzera l’Ufficio di statistica considera due dati: il minimo vitale sociale che ammonta a 2779 franchi mensili per persona, oppure la soglia di povertà, 2315 franchi. Si distinguono i due dati perché il secondo esclude i premi dell’assicurazione obbligatoria delle cure medico sanitarie, mentre il primo li include.
I dati servono per dare una misura del fenomeno. Però è importante sottolineare che vi è un numero consistente di persone che vivono appena al disopra della soglia di povertà. Secondo l’Ufficio di statistica oltre 1,4 milioni di persone in Svizzera vivono appena al di sopra della soglia di povertà. Si tratta di circa il 16% della popolazione. Un altro fenomeno, indica il Monitoraggio, è che “la povertà in Svizzera è raramente duratura, ma spesso si ripresenta. La ricerca attuale mostra che circa la metà delle persone che escono da una situazione di povertà vive un altro episodio entro cinque anni. Inoltre, più è lungo il periodo di povertà e più si riducono le possibilità di superarlo. Circa un decimo delle persone colpite da povertà reddituale resta in questa situazione per molti anni.”
Non solo macanza di denaro
La povertà non è una semplice mancanza di denaro. Per esempio circa la metà delle persone colpite da povertà reddituale soffre di malattie croniche e il 10% rinuncia a visite necessarie dal dentista o dal medico per motivi finanziari. L’alloggio è ormai diventato un problema per la maggioranza delle famiglie a basso reddito. Il 90% delle economie domestiche povere – rivela il Monitoraggio – spende più del 40% del proprio reddito per l’alloggio. E, molto frequentemente, le famiglie povere devono convivere in abitazioni sovraffollate.
“Le storie delle persone povere – sostiene l’UFAS – mostrano con chiarezza che a essere determinante non è soltanto la quantità di denaro fruibile, ma anche la gamma delle possibilità di cui si dispone per condurre una vita autodeterminata e appagante e partecipare alla vita sociale. Questo è il concetto fondamentale dell’approccio delle capacità dell’economista e premio Nobel Amartya Sen”.
La formazione è strettamente legata alla povertà, perché ha un effetto determinante sulle opportunità di una persona sul mercato del lavoro. In Svizzera esiste una forte correlazione tra estrazione sociale e opportunità di formazione di bambini e giovani. Qui si dimostra che le posizioni liberali, che contrastano le politiche inclusive a scuola, possono contribuire a causare povertà. “Il 9,6 % delle persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni senza una formazione postobbligatoria – dice il rapporto - è colpito da povertà. A presentare il rischio di povertà più basso (5,6%) sono invece le persone con un titolo di studio terziario”. “In questo contesto – sottolinea UFAS – la sensibilizzazione degli insegnanti è un possibile approccio per evitare che i bambini provenienti da economie domestiche a basso reddito ricevano sistematicamente valutazioni troppo basse. Un altro fattore è la composizione sociale delle classi. Quali possibili contromisure per contrastare la segregazione sociale nelle scuole si può ad esempio considerare l’estrazione sociale sia nell’assegnazione delle classi che nella definizione del bacino d’utenza, perseguire l’eterogeneità sociale come uno degli obiettivi centrali nella politica di sviluppo urbano e erogare risorse supplementari alle scuole”.
Puntare sulla formazione
Ecco un bel tema per le autorità scolastiche elvetiche. Inclusione attiva per frenare l’impoverimento. Eterogeneità per sostenere la coesione sociale. C’è molto da fare anche perché “circa il 10% degli adolescenti e dei giovani adulti non consegue un titolo di studio di livello secondario entro i 25 anni. L’obiettivo di politica formativa del 95%, fissato da Confederazione e Cantoni, non è quindi raggiunto”.
La formazione è un punto cardine della lotta alla povertà e rimane un caposaldo della democrazia. Risparmiare sulla scuola è un delitto.
Altro aspetto che riguarda la povertà è il lavoro. L’attività lucrativa è fondamentale per permettere ai cittadini di non finire in povertà. Ma non è una certezza perché sappiamo, da decenni, che siamo confrontati con il fenomeno dei working poor. “Nel 2023 circa 168 mila persone di età compresa tra i 18 e i 64 anni erano colpite da povertà lavorativa nonostante l’esercizio di un’attività lucrativa. Se vi si aggiungono i familiari delle economie domestiche coinvolte, circa 300 mila persone, tra cui circa 78 mila figli a carico, vivono in economie domestiche colpite da povertà reddituale”.
La rete di salvataggio del sistema di sicurezza sociale svizzero, costituito dalle assicurazioni e dalle prestazioni sociali, contribuisce in modo sensibile ad evitare la povertà, anche se l’obiettivo consiste nel compensare perdite finanziarie dovute a disoccupazione, malattia, invalidità, perdita del partner. “Senza alcuna prestazione sociale, – afferma il Rapporto – il 16% della popolazione residente permanente che vive senza rendite di vecchiaia si ritroverebbe in una situazione di povertà”.
Chiedere aiuti sociali non è sempre facile. Molte persone hanno vergogna oppure non sono in grado di destreggiarsi fra ostacoli amministrativi. Infatti tra il 20 e il 40% circa delle persone che hanno diritto alle prestazioni sociali legate al bisogno non ne usufruisce.
La povertà è una sfida a livello politico. Il Monitoraggio curato dall’UFAS offre una serie di indicazioni utili per far fronte a questo fenomeno. Abbiamo visto, in breve, i fattori che possono determinare povertà. “La prospettiva multidimensionale del Monitoraggio mette in evidenza la stretta correlazione tra ambiti diversi della vita. Questo incide sulla politica di lotta alla povertà: per ottenere effetti duraturi, il ricorso ai singoli interventi mirati si presta soltanto in misura limitata. È importante invece adottare approcci interconnessi e coordinati sul lungo periodo”.
Basta soldi all’esercito
L’UFAS conclude invitando la politica ad affrontare in modo articolato la lotta alla povertà. La formazione è un aspetto fondamentale, come pure l’attenzione alla qualità delle condizioni di lavoro, soprattutto con i tempi parziali; le persone sole o le economie domestiche monoparentali vanno protette sistematicamente e bisogna tener conto delle differenze regionali, così come della condizione dei cittadini stranieri che vivono in Svizzera. Bisogna anche facilitare l’accesso alle prestazioni sociali, perché sono troppe le persone che non ne usufruiscono pur avendone diritto.
Il Monitoraggio non affronta nel dettaglio le politiche per ovviare alla povertà. Lo fa invece la Caritas, anche di più e meglio di quanto faccia la sinistra, sottolineando, in un recente documento, come intervenire. Caritas denuncia il divario crescente tra ricchi e poveri e sottolinea che “come società dobbiamo garantire una maggiore uguaglianza delle opportunità e un maggiore equilibrio”. Costo della vita, cassa malati, mercato immobiliare, stipendi troppo bassi, minimo vitale insufficiente, carente sostegno alle famiglie. “I ricchi vengono agevolati – afferma Caritas – i poveri penalizzati: le famiglie povere non beneficiano dell’attuale tendenza agli sgravi fiscali, un aumento dell’IVA invece colpisce molto più duramente rispetto ai ricchi”. “Occorre prevenire l’ulteriore aumento della disuguaglianza, eventualmente introducendo imposte più elevate sul patrimonio o sulla successione”.
La prospettiva di un’azione politica efficace da parte della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni contro la povertà è più che mai fosca. Il bilancio della Confederazione prevede tagli e risparmi anche sulla formazione e sugli aiuti sociali. Ci dicono che i miliardi devono andare a favore del riarmo, come suggeriscono Trump e Von der Leyen, comperando armi negli Stati Uniti. La politica neoliberista di questi ultimi decenni ha prodotto povertà, ha bloccato salari e stipendi della classe media e ha reso più ricchi i super ricchi.
Fra cinque anni ci sarà un nuovo Monitoraggio della povertà: si faranno passi avanti nella lotta per migliorare le condizioni di vita dei più fragili?

