La Svizzera è incapace di difendersi da sola, l’esercito è a pezzi e tanto vale abolirlo.
La propaganda sulla necessità di investire miliardi di franchi per la difesa è ingannevole.
 

Quando i venti di guerra aumentano è ora di disarmare. È ormai sempre più chiaro che la Svizzera non sarebbe in grado di difendersi in caso di guerra. Sia che la minaccia arrivi dalla Russia, come i nostri caporioni grigioverdi prefigurano (replicando come pappagalli i bellicisti tedeschi e della Nato) o anche dall’ovest, visto che non c’è più l’assoluta certezza che gli alleati di ieri rimangano tali.

Questa incapacità del nostro esercito è ormai indiscutibile. Basta valutare quanto NON è stato fatto in questi quattro anni. Invece di lavorare, per esempio, alla progettazione e produzione di droni in casa, come fa l’Ucraina o anche l’Iran (diecimila droni al mese), l’esercito elvetico vuole acquistare i caccia F-35, che avranno l’informatica collegata con il Pentagono (auguri!), compera droni giganti che non volano da Israele (complimenti!) o aspetta la consegna dei missili Patriot dagli Stati Uniti che non arrivano perché vengono impiegati in guerre vere (evviva!).


Esercito sconfitto

D’altra parte bisogna riconoscere che, con un misto di furbizia e di ingenuità, i vertici militari dichiarano bellamente che l’esercito svizzero è un rottame. Il quasi generale Süssli, che ha mollato la divisa e ha abbandonato la caserma, l’aveva detto in modo chiaro anni fa: in caso di guerra l’esercito sarebbe liquidato in due settimane. 

In una recente intervista, anche il colonnello Stefan Holenstein, presidente dell’Associazione delle società militari svizzere (AMS), ha illustrato le precarie condizioni dell’armata: un terzo dei sistemi militari non sono operativi, su quattro battaglioni d’artiglieria, solo uno è pronto. Su sei battaglioni di carri armati, solo due funzionano. Su 17 battaglioni di fanteria, solo sei sono impiegabili: un esercito sconfitto in partenza. “Sono cifre conosciute da anni” ha sentenziato (Le Temps 25.2.26). Per Holenstein non bastano i 4 miliardi supplementari appena concessi dal Parlamento, ce ne vogliono altri 60 per i prossimi anni, solo per le munizioni e l’equipaggiamento, senza parlare del riarmo. 

Dove sono finiti i circa 50 miliardi di franchi che l’esercito ha incassato negli ultimi dieci anni?

Naturalmente, questi piagnistei sono ripetuti per giustificare la necessità di investire miliardi di franchi nell’esercito. Ma se queste dichiarazioni vengono lette da un punto di vista più logico, con onestà intellettuale, bisogna invece dedurre che un esercito che dura due settimane, e che già oggi è a pezzi, è inutile. 

Chiedere più miliardi per garantire la sicurezza del Paese è una Grande Menzogna, perché questa sicurezza non ci sarà mai!


Imparare dal passato

Conferma questa tesi anche un riferimento al passato, recentemente richiamato dagli storici Erich Keller e Jakob Tanner. Il primo ha spiegato che il generale Henri Guisan, durante la seconda guerra mondiale, era pronto a sacrificare la popolazione civile per garantire la sopravvivenza dei vertici militari e politici nel ridotto nazionale, la zona fortificata attorno al massiccio del San Gottardo. Ma anche allora l’esercito svizzero sarebbe stato sopraffatto in fretta: “da tre a un massimo di cinque giorni, secondo il capo di stato maggiore Jakob Huber, e le truppe tedesche controllerebbero l’altopiano”, scrive Keller (Wochenzeitung 20.11.25).

Anche lo storico Jakob Tanner conferma che “la narrazione secondo cui il piccolo stato neutrale era sopravvissuto con sicurezza a una fase di minaccia grazie alla sua resistenza militare in una fortezza alpina (il Ridotto)” è “una bugia nazionale”. L’articolo di Tanner sul Tages Anzeiger (21.2.26) è titolato: “Ciò che la Svizzera deve imparare dal suo passato”, dunque ci sono similitudini illuminanti sulle menzogne della propaganda filo militare, bellicista e, in definitiva, guerrafondaia. 

Il dramma è che la propaganda funziona perché alla fine la gente ci crede.

La retorica sull’importanza dell’esercito nella seconda guerra mondiale è un’altra Grande Menzogna. Gli storici hanno chiarito che la Svizzera non è stata attaccata grazie al collaborazionismo con la Germania nazista: una sudditanza in nome della salvezza. La Svizzera ha acquistato l’oro rubato dai tedeschi per centinaia di milioni di franchi. Ha fornito alla Germania macchine utensili e prodotti high-tech. Ha esportato armi, così che l’esercito svizzero non aveva più carri armati. In cambio delle esportazioni, ha ricevuto molti beni, materie prime, fonti energetiche, sostanze chimiche. Ha anche garantito, la finta neutrale Svizzera, la via di transito tra l’Italia fascista e la Germania nazista con, tra l’altro, tanti treni carichi di ebrei che venivano deportati nei campi di sterminio. La neutralità è un altro mito infranto, durante la seconda guerra è stata bellamente violata e gettata alle ortiche. Inoltre: non solo asservimento interessato ai nazisti, ma anche una politica di respingimenti dei profughi alle frontiere secondo il nefasto principio de “la barca è piena”.


Legati alla Nato

Ora il novello ministro della difesa, il colonnello Martin Pfister, ha convinto il Consiglio federale che per finanziare l’esercito sia opportuno incrementare l’imposta sul valore aggiunto (IVA) dello 0,8%. Così si potrebbe finanziare un programma di armamento di 30 miliardi di franchi. “Non ci sono alternative. – ha dichiarato Pfister – È necessario un finanziamento sufficiente per l’esercito, senza il quale non siamo in grado di difenderci”. Senza difesa non possiamo garantire la nostra neutralità, afferma, per poi aggiungere: “Non possiamo difenderci da soli, a cominciare dalla difesa aerea. Abbiamo bisogno delle informazioni dei nostri vicini. Senza collaborazione, non è neanche possibile acquistare le armi necessarie alla nostra difesa”. Traduciamo: dobbiamo essere legati alla Nato mani e piedi e vanno bene gli F-35 anche se sono collegati al Pentagono. Ecco che rispunta, in modo chiaro, la Grande Menzogna, qui relativa alla neutralità ormai defunta. “La Svizzera partecipa al Partenariato per la pace (Ppp) dal 1996 (qui pace va inteso come guerra ndr). È un programma di cooperazione bilaterale tra la Nato e i paesi euro-atlantici” – affermava Pälvi Pulli, responsabile della politica di sicurezza del Dipartimento della Difesa – “La Svizzera, in funzione della propria posizione geografica, beneficia della difesa antimissile della Nato, della sua deterrenza (anche nucleare), della sua capacità di difendersi e di proiettarsi lontano dal cuore dell’Europa”.


Spesa pro capite enorme

Sulla spesa per l’esercito, che sarebbe molto al di sotto di quanto chiedono gli Stati Uniti all’Europa, vale a dire il 5% del PIL, bisogna aggiungere una precisazione. Il rapporto tra spesa militare e PIL è discutibile. Conta invece la spesa pro capite. In Svizzera la spesa militare ammonta a 976 franchi per abitante, considerando i costi complessivi che nel 2023 ammontavano a 8 miliardi e 510 milioni di franchi. La media europea tocca i 687 franchi. L’Italia spende meno di 500 franchi per abitante. La Germania e la Polonia, che guidano la classifica delle spese per la difesa, raggiungono circa 900 franchi a testa. Dunque, la piccola Svizzera, per un esercito a pezzi, chiede un investimento ragguardevole a ogni suo abitante. Altro che miliardi insufficienti, come predicano i colonnelli, altra Grande Menzogna.

C’è almeno una cosa che, finora, l’esercito svizzero ha fatto bene. Come ha rivelato il portale Republik, lo stato maggiore ha rifiutato di acquistare i prodotti informatici di Palantir, l’azienda statunitense di analisi dei big data di Peter Thiel e Alex Karp, perché ci sarebbe il rischio di veder trasmessi i dati elvetici al governo degli Stati Uniti. Palantir e i suoi due leader di estrema destra – già definiti le anime nere della Silicon Valley – alleati di Trump, non nascondono le loro velleità di archiviare per sempre la democrazia e di sostituirla con una tecno oligarchia. Quindi, ben venga stare alla larga.

Però, la Confederazione ha deciso di utilizzare Microsoft 365 per tutta l’amministrazione federale, esercito compreso. Quindi i dati, anche sensibili, scambiati all’interno delle forze armate, sarebbero facilmente disponibili alla multinazionale statunitense dell’informatica, in barba alla nostra sicurezza.


Abolire l'esercito

Le lacune del nostro esercito e i recenti eventi sul piano geopolitico sono tali da rendere evidente che la Svizzera non sarebbe in grado di difendersi. Le possibilità, in questo scenario, sono due: affidarsi completamente alla Nato, quindi rinuncia completa alla neutralità e sottomisione ai dettati degli Stati Uniti (l’Europa è ormai un fantasma), oppure imboccare una via originale e indipendente, rinunciando all’esercito. In caso di guerra, l’esito ci porterebbe comunque a una sottomissione.

Il Congresso del Partito socialista del 2010 aveva deciso di iscrivere nel suo programma l’abolizione dell’esercito. Un delegato dichiarò che “l’esercito è inutile, caro e non conduce alla pace bensì alla distruzione”. Per evitare i conflitti, secondo il PS basta una forza internazionale di mantenimento della pace integrata alle Nazioni Unite. Oggi questo tema sembra paradossale, ma è invece più importante e realistico che mai.

La destra del partito, ma non solo, intende stralciare l’abolizione dell’esercito dal programma del partito. Lo zurighese Daniel Jositsch ha presentato una mozione in questo senso. Se ne discuterà nei prossimi mesi. Sarà importante combattere questa proposta ed evitare che il partito socialista svizzero si inchini al pensiero unico bellicista.

Proprio in questi anni di guerra è necessario rilanciare la voce del pacifismo. Richiamare gli insegnamenti di Immanuel Kant, Bertrand Russel o Aldo Capitini. Un allievo di Norberto Bobbio, il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli, ha inquadrato bene il tema, sottolineando che “quanto sta accadendo sta peraltro mostrando non soltanto il fallimento del diritto internazionale ma anche il crollo della ragione, sia giuridica che politica”. “Il crollo della ragione, – scrive Ferrajoli su Il Manifesto – è dovuto al culto folle e criminale delle armi, che fa respingere come inverosimile la sola possibile garanzia razionale e realistica della pace, oltre che della sicurezza: la messa al bando e la severa punizione, come massimi crimini contro l’umanità, della produzione, del commercio e della detenzione di armi, anche delle armi da fuoco e non solo quelle nucleari, e perciò lo scioglimento degli eserciti nazionali e il monopolio della forza in capo all’Onu e alle polizie locali. È in gioco la sopravvivenza dell’umanità”.