Le misure di risparmio a livello federale e cantonale stanno colpendo l'educazione, la ricerca e l'innovazione. Per la prima volta dagli anni '90, scuole universitarie ed istituti di ricerca disporranno di meno fondi rispetto al passato. Il messaggio del Consiglio federale per il periodo 25-28 fissa un tetto alle spese di 29 Mrd. di franchi senza ridurre obiettivi e compiti previsti. Insomma, si chiede di fare di più con meno risorse.
Dietro tali tagli si nasconde una scelta politica precisa: privilegiare le spese militari a scapito del futuro del Paese. Anche il Ticino risente di questa politica d'austerit‡, che trasferisce sulla popolazione il costo di politiche fiscali a favore delle persone estremamente benestanti.
Ma qual è la narrazione che ci viene somministrata per giustificare i tagli alla spesa pubblica? Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’austerità. Sulle finanze pubbliche aleggia un allarmismo permanente: l’economia va male e lo Stato deve dunque risparmiare. Stranamente, aumentare le entrate – in particolare di quei settori che approfittano massicciamente dell’attuale situazione geopolitica facendo miliardi e delle persone estremamente ricche – non è mai preso in considerazione. Chissà perché.
Anche la Svizzera ne risente pesantemente. La consigliera federale Karin Keller Sutter, responsabile della politica finanziaria, non fa altro che parlare del ‘risanamento delle finanze pubbliche’ della riduzione del debito e del mitico pareggio di bilancio. Sotto questo pretesto vengono attuati massicci tagli alla sanità, all’istruzione e alla ricerca, così come al servizio pubblico e alle misure contro la crisi climatica.
Ma per quale motivo lo Stato deve risparmiare? L’austerità non è una necessità economica, bensì una chiara scelta politica e di classe, volta a preservare le strutture di potere esistenti e a proteggere il capitale.
La vera causa della politica di austerità nazionale è la militarizzazione e i miliardi di franchi che vengono attualmente sperperati nell’esercito. Senza queste spese sproporzionate non ci sarebbe alcuna necessità di implementare tagli così drastici in settori fondamentali per la società. Tramite il pacchetto di misure di risparmio 27 (o di ‘sgravio’ come viene ufficialmente denominato) votato dal Parlamento in primavera, s’intende tagliare nei prossimi due anni oltre 5 Mrd. facendo ricadere sulla popolazione i costi del potenziamento dell’esercito. Con il pretesto del risparmio e del freno all’indebitamento la politica borghese intende dunque tagliare le spese sociali. E la tattica del salame funziona: KKS ha già dichiarato che tale pacchetto è solamente una tappa intermedia, con l’intenzione di implementare ulteriori risparmi negli anni a venire.
È inaccettabile che si tagli in settori fondamentali, indispensabili per il benessere della popolazione, al fine di finanziare un esercito che non garantisce alcuna sicurezza concreta, ma si rivela piuttosto un apparato estremamente costoso e poco trasparente, che sperpera denaro pubblico in folli progetti completamente inadeguati che non vedranno mai la luce.
Una delle vittime concrete di questa politica d’austerità borghese è proprio il settore della ricerca e della formazione. Oltre ai tagli federali nella ricerca è prevista una riduzione dei contributi federali al Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica1 (FNS) che promuove presso le università e altre istituzioni progetti di ricerca a lungo termine d’importanza strategica per la Svizzera.
A livello nazionale, i tagli previsti nel settore ammontano in media a 265 Mio. di franchi l’anno per i prossimi due anni con conseguenze dirette per il Ticino di circa 7 Mio per l’Università della Svizzera italiana (USI) e 8.5 Mio per la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI).
Tenendo conto dell’architettura della Confederazione, è prevedibile che ai tagli a livello nazionale, indubbiamente ne seguiranno altri a livello cantonale. Detto fatto: ad aprile 2026 il Consiglio di Stato ticinese ha presentato un pacchetto, volto a finanziare altre misure politiche, riducendo ulteriormente dal 2027 i contributi agli istituti universitari locali. Le misure potrebbero comportare tagli complessivi di oltre 7 Mio. di franchi l’anno così ripartiti: 5.5 Mio. per l’USI 1.3 Mio per la SUPSI e 0.25 Mio per il Dipartimento della formazione apprendimento (DFA) e l’alta scuola pedagogica (ASP).
Ma non è finita qui: le indennità di stage per la formazione di ergoterapia e fisioterapia alla SUPSI verranno abolite per chi si iscrive all’anno universitario 26-27 con un costo di oltre 1 Mio. di franchi.
La logica della maggioranza borghese a Berna come a Bellinzona dimostra tutta la propria crudele miopia quando millanta una compensazione ai tagli cercando altrove nuove entrate, ad esempio aumentando le rette studentesche. Uno scenario plausibile vedrebbe il raddoppio delle tasse universitarie per il corpo studentesco svizzero e domiciliato, e un ulteriore aumento per il corpo studente internazionale. Detto chiaramente: sarà soprattutto chi intende studiare (e nei casi più privilegiati la loro famiglia) a dover pagare il prezzo di questa politica efferata.
L’USI è già ora l’università con le tasse più elevate a livello nazionale: circa 4.000 franchi l’anno per le persone con passaporto svizzero e domiciliate, 8.000 per tutte le altre. Poco importa che la retta sia rimasta invariata nei trent’anni di storia dell’istituto.
Ciò è da ricondurre ad una ‘privatizzazione’ dell’università locale: rispetto ad una media nazionale del 51%, l’USI è l’ateneo meno finanziato dai Cantoni, con un misero 29% di contributo pubblico. Le tasse universitarie così alte rimangono così una ‘necessità’, visto un finanziamento inferiore da parte dello Stato.
Ma c’è un piccolissimo ulteriore guaio in tale faccenda: con la negoziazione e probabile attuazione del pacchetto d’accordi con l’Unione europea (i cosiddetti Bilaterali III) in futuro si prospetta inoltre il principio di non discriminazione tra corpo studentesco svizzero e chi proviene dall’UE. Ciò significa che non sarà più possibile imporre tasse universitarie nettamente superiori a quanto pagato da chi ha il passaporto svizzero o ha domicilio nella Confederazione.
Rispetto ad altri atenei USI e SUPSI – essendo attive in un contesto di frontiera ed avendo come lingua principale degli studi l’italiano – dipendono in misura maggiore dalle entrate generate dal corpo studente internazionale. Concretamente nell’anno accademico 24/25 esso rappresentava il 65% delle persone iscritte all’USI e il 43% alla SUPSI.
Un adeguamento delle tasse universitarie per il corpo studentesco proveniente dall’UE comporterebbe per entrambi gli istituti perdite rilevanti: sulla base dei dati attualmente a disposizione circa 3 Mio di franchi l’anno in meno alla SUPSI e oltre 9 Mio per l’USI.
In Ticino si gioca attivamente con il fuoco. Le conseguenze di questa politica fiscale rappresentano un concreto peggioramento delle condizioni di lavoro del personale accademico e tecnico. Ma non solo: meno risorse per la ricerca pubblica significano riduzione dell’occupazione e limitazione al diritto di studio, con in sintesi un minore valore aggiunto per l’intero territorio. Già oggi in ambito universitario si fanno sempre più sentire problemi legati al precariato, ai salari bassi e alle rette elevate per il corpo studentesco, e i tagli prospettati rischiano di aggravare ulteriormente questa situazione facendo ricadere il peso delle misure di risparmio proprio su chi lavora e studia all’università. Il risultato sarà un ulteriore aumento delle tasse universitarie, una riduzione della qualità dell’insegnamento e della ricerca, e di conseguenza un sistema formativo sempre più elitario, che lascia indietro chi non può più permetterselo.
È in tal contesto che il Sindacato del personale dei servizi pubblici e sociosanitari (VPOD) sostenuto dai movimenti giovanili progressisti – Gioventù socialista, Giovani Verdi, Gioventù Comunista, Giovani Verdi Liberali e il sindacato indipendente studenti ed apprendisti (SISA) – ha lanciato una petizione che chiede il ritiro dei tagli cantonali. Le rivendicazioni sono chiare: un piano di compensazione dei risparmi a livello federale, un programma di stabilizzazione dei contratti a tempo determinato, un contratto collettivo anche per il corpo intermedio e per finire un sistema retributivo più equo e trasparente.
Oltre le singole rivendicazioni sindacali e giovanili tagliare formazione e ricerca significa compromettere il futuro stesso del Ticino. In un contesto fragile dove condizioni di lavoro adeguate e salari degni non sono garantiti, investire in un settore cruciale come quello della formazione e della ricerca contribuirebbe a trattenere sul territorio persone attive in ambito accademico, stimolare l’innovazione e creare valore economico duraturo.
L’università non è un costo da abbattere, ma un motore che genera conoscenza, occupazione qualificata e competitività. Ogni franco tolto oggi all’USI e alla SUPSI è un franco che non produrrà innovazione, non formerà persone competenti, non attrarrà talenti e non contribuirà a costruire un’economia resiliente.
Invece di praticare a tutti i livelli una politica di austerità che guarda solo al breve termine, servirebbe investire maggiormente nella formazione e nella ricerca, poiché quanto seminato oggi darà i suoi frutti negli anni a venire. Ma ormai qui da noi si fanno solamente esercizi contabili a somma zero e amministrazione a scadenza quadriennale, dove il calcolo elettorale prevale sulla visione strategica di più ampio respiro. La scelta tra finanziare un esercito che non ci rende più sicuri o un’università che forma il nostro futuro dovrebbe essere ovvia. Eppure, si continua a raschiare il fondo del sacco, sacrificando le generazioni future sull’altare di un’ideologia che ha fallito ovunque sia stata applicata. Il Ticino merita di meglio: merita una classe politica che abbia il coraggio di guardare oltre la prossima scadenza elettorale e di investire seriamente in ciò che davvero conta.
1 Si tratta di una fondazione di diritto privato che dovrebbe garantire indipendenza alla ricerca e la cui principale attività è incentrata sulla valutazione delle richieste di finanziamento ai progetti di ricerca universitaria.

