Lo scorso mese di marzo, mentre gli Stati Uniti e Israele attaccavano l’Iran e il Libano, la rivista di categorie delle piccole e medie imprese romande titolava in prima pagina: «Armement: l’industrie suisse monte au front. Poussées par la nouvelle donne géopolitique, les dépenses militaires explosent. Les PME romandes, fort de leur savoir-faire, doivent profiter de cette manne». La guerra come opportunità di mercato, esplicitata senza imbarazzo.
Sotto la Cupola federale di Berna, nel frattempo, il parlamento aveva già fatto il suo: in dicembre, grazie alla larga maggioranza di centro-destra, aveva approvato la revisione della Legge federale sul materiale bellico (LMB), volta ad allentare le restrizioni alle esportazioni di armi. Il 17 aprile una vasta coalizione di sinistra, ONG e organizzazioni della società civile ha depositato il referendum. In autunno i cittadini svizzeri voteranno quindi su una domanda semplice ma gravida di conseguenze: la Svizzera vuole continuare a essere un paese che rispetta il diritto internazionale, oppure vuole diventare un fornitore di armi per chiunque, guerre civili incluse?
Una legge dettata dallíindustria
La revisione tocca tre punti chiave. Primo: le imprese svizzere potranno vendere armi a una lista di venticinque paesi — tra cui gli Stati Uniti di Donald Trump — anche se coinvolti in un conflitto armato. Secondo: per tutti gli altri Stati, il Consiglio federale potrà derogare al divieto di esportare verso nazioni in guerra o che violano gravemente i diritti umani. Terzo: viene soppressa la dichiarazione di non riesportazione che oggi i paesi acquirenti devono firmare. Il risultato pratico, come ha denunciato la consigliera nazionale socialista Priska Seiler Graf, è che «armi elvetiche potranno atterrare ovunque, Gaza inclusa». Il materiale bellico svizzero potrà transitare per la Germania o i Paesi Bassi e finire in Sudan, nello Yemen, o in Israele.
Chi ha scritto questo testo? Secondo Seiler Graf e il collega socialista Fabian Molina, la versione adottata porta la firma di Stefan Brupbacher, direttore di Swissmem, la potente associazione mantello dell’industria meccanica, elettrica e metallurgica svizzera. La tesi sarebbe stata confermata dallo stesso Brupbacher in una conferenza di settore. L’interessato respinge l’accusa: «Sono i parlamentari a elaborare le leggi». Ma ammette di aver partecipato direttamente alle discussioni. D’altronde il lobbista dispone di un accredito a Palazzo federale, rilasciatogli dalla consigliera nazionale PLR Regine Sauter.
All’interno di Swissmem opera Swiss ASD, il gruppo che riunisce le imprese attive nelle tecnologie di difesa: Ruag, Rheinmetall, Sig Sauer e Elbit Switzerland, la filiale bernese del colosso dell’armamento israeliano a cui il Consiglio federale ha deciso di acquistare i controversi droni Hermes 900. Il loro principale lobbista presso le autorità federali è Matthias Zoller, segretario generale di Swiss ASD, che negli ultimi mesi ha dipinto il settore come una vittima del proprio quadro normativo: «Il mondo intero si sta riarmando, mentre l’industria svizzera degli armamenti è con le spalle al muro.» In effetti, nel 2023 le esportazioni autorizzate erano calate del 27%, e del 5% nel 2024. Alcuni paesi avevano rinunciato ad acquistare armi elvetiche proprio a causa delle restrizioni sulla riesportazione.
La rete sotto la Cupola
Il lobbying di Swissmem agisce attraverso due strutture che mescolano indistricabilmente interessi industriali e mandati politici. La prima è il Gruppo di lavoro sicurezza ed economia (ASUW/CTSE), che si autodefinisce «l’elemento politico dell’industria dell’armamento elvetica». Ha tre copresidenti, tutti e tre membri della Commissione di politica di sicurezza (CPS) della rispettiva Camera: la consigliera nazionale PLR Maja Riniker, il consigliere nazionale UDC Michael Götte e il senatore del Centro Charles Juillard. Il CTSE è gestito dallo stesso Zoller. Nel 2019, Transparency International stimava che una sessantina di parlamentari ne facessero parte. Oggi non è più verificabile: l’organizzazione ha smesso di pubblicare la lista dei propri membri. La seconda struttura è l’Alleanza Sicurezza Svizzera (ASS), fondata nel 2021 con l’obiettivo dichiarato di «contrastare il Gruppo per una Svizzera senza esercito». Tra i suoi membri: il senatore UDC Werner Salzmann, colonnello ed ex presidente della CPS; Thierry Burkart, ex presidente del PLR e promotore principale della revisione della LMB al Consiglio degli Stati; e il consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi come vicepresidente. Stando alla piattaforma Lobbywatch, almeno undici parlamentari collegati al CTSE e all’ASS siedono nelle CPS delle due Camere, su un totale di 38 membri: una sovra rappresentanza che non lascia spazio ai dubbi sull’efficacia della rete.
A completare il quadro vi è anche l’associazione ticinese: il Gruppo Difesa e Sicurezza della Svizzera italiana (GMDS), presieduta dall’ex senatore ed attuale municipale di Lugano Filippo Lombardi. La segretaria generale del GMDS, Maria Luisa Bernini Burkhard, da anni ha accesso diretto alla zona riservata di Palazzo federale grazie all’accredito del consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri.
Un braccio di ferro lungo ventíanni
La storia della LMB è una storia di spinte e controspinte. Nel 2007 il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) depositò un’iniziativa per vietare tutte le esportazioni di armi. Respinta in votazione, spinse tuttavia il Consiglio federale a irrigidire le norme. Nel 2014 e 2016 l’esecutivo tornò sui propri passi. Nel 2018 il ministro dell’economia Schneider-Ammann — ex membro del CTSE — propose di autorizzare le esportazioni verso paesi in guerra civile: il clamore lo costrinse a ritirare la proposta. La risposta della società civile fu immediata: l’«iniziativa correttiva» raccolse oltre centomila firme in meno di due mesi. Nel 2021 fu ritirata in cambio di un controprogetto parlamentare ritenuto soddisfacente, entrato in vigore nel 2022.
Ma i lobbisti avevano già cominciato a smontarlo. Sfruttando il clima di riarmo europeo seguito all’invasione russa dell’Ucraina, Swissmem e i suoi alleati parlamentari hanno condotto una campagna sistematica culminata nell’approvazione della revisione del dicembre 2025. Gli scandali, nel frattempo, si erano accumulati: nel 2015 fucili Sig Sauer comparirono nello Yemen; nel 2018 granate Ruag finirono in mano allo Stato islamico in Siria; nel 2021 un Pilatus fu coinvolto in un bombardamento in Afghanistan.
Esportazioni da record
I numeri raccontano una storia diversa da quella del «settore in crisi». Nel 2025 le imprese svizzere hanno esportato materiale bellico per 948,2 milioni di franchi — la seconda cifra più alta della storia, in aumento del 43% rispetto all’anno precedente. In vent’anni le esportazioni di armi elvetiche sono più che triplicate. L’anno scorso la SECO ha accordato nuove autorizzazioni per 2,1 miliardi di franchi.
La campagna autunnale si preannuncia aspra. L’industria ha già scelto il suo slogan: «Regole chiare. Una Svizzera sicura.» La coalizione referendaria dovrà convincere i cittadini svizzeri che «sicurezza» non significa vendere sistemi d’arma a chi bombarda ospedali. Charles Juillard, copresidente del CTSE, sostiene che la revisione è «indispensabile alla sopravvivenza delle imprese svizzere» e alla sicurezza nazionale: senza le esportazioni, il mercato interno sarebbe troppo piccolo. È l’argomento classico del complesso militare-industriale ovunque: prima le armi devono circolare per ammortizzare i costi fissi, poi difenderanno la patria.
La Svizzera è il paese delle Convenzioni di Ginevra, sede del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Per decenni ha costruito la sua reputazione sulla neutralità e sul rispetto del diritto umanitario. Oggi un pezzo consistente del suo parlamento, coordinato da una lobby ben organizzata e ben finanziata, sta smantellando pezzo per pezzo questa eredità. Il voto di autunno non è solo sulla LMB: è su quale Svizzera vogliamo essere. Mentre l’industria bellica invita a «profiter de cette manne», qualcuno dovrebbe ricordare che quella manna, in fondo alla filiera, ha il colore del sangue.

