L’Unione europea e il Consiglio federale hanno concluso un accordo, denominato Bilaterali III. Il risultato è sintetizzato nel messaggio del 13 marzo 2026. Non si sa, malgrado l’importanza degli stessi, se l’accordo sarà sottoposto a referendum obbligatorio, cioè se saranno sottoposti direttamente a un voto popolare e se sarà necessaria anche la maggioranza dei Cantoni e non solo quella della popolazione oppure a referendum facoltativo. I fautori del referendum facoltativo temono che la maggioranza dei cantoni possa far cadere gli accordi e invocano quella che ritengono l’eccessiva importanza dei piccoli cantoni. Argomenti che naturalmente non hanno mai invocato in occasione di votazioni su iniziative del mondo progressista.

Le conseguenze dei Bilaterali III suscitano in ogni modo non poche preoccupazioni: per l’insufficienza delle misure di accompagnamento nel mondo del lavoro, le conseguenze sul servizio pubblico, nonché per gli aspetti istituzionali. 

Prima di addentrarsi in alcuni particolari di questi accordi, va ricordato che la natura dell’Unione europea e la politica praticata sono tali da porre dei dubbi sull’opportunità di adottare accordi di una simile importanza, in sostituzione degli accordi bilaterali attualmente in vigore.

La natura dell'Unione europea

È evidente che l’UE non corrisponde a ciò che molti di noi immaginavano anni fa, ossia a un’Istituzione in favore della pace, dell’uguaglianza e dello sviluppo delle infrastrutture pubbliche, elementi essenziali per la qualità di vita e uno sviluppo sostenibile. Negli anni Ottanta l’UE ha fatto la scelta liberista. Da allora funziona come una potente organizzazione commerciale dotata di competenze eccezionali. Essa può esigere privatizzazioni e misure di risparmio e sanzionare i Paesi che non sottostanno alle sue decisioni.

Anche la Svizzera ha fatto la scelta liberista. L’esistenza del diritto di referendum ha tuttavia permesso ai sindacati e al mondo progressista di opporsi, sovente con successo, a proposte di deterioramento, in particolare a privatizzazioni di importanti servizi pubblici (ospedali, aziende elettriche, servizi scolastici, amministrativi, sociali...). Non è un caso se, nel nostro Paese, il servizio pubblico conserva ancora un’importanza significativa rispetto ad altri Paesi europei. Le PTT (poste, telefoni e telecomunicazioni) e le FFS sono state trasformate in società anonima e sono ora gestite come aziende private solo perché le organizzazioni sindacali di categoria e la socialdemocrazia si sono lascati convincere dal mondo padronale che fossero delle scelte moderne e favorevoli alla popolazione. Se avessero invece lanciato un referendum, come chiesto da alcune parti minoritarie politiche e sindacali, queste scelte sarebbero state sonoramente bocciate.

Le conseguenze della politica liberista

Senza un’analisi delle ragioni per cui il sistema regolato dai poteri pubblici non sarebbe stato efficace, la dirigenza europea ha deciso, per preferenza ideologica, che il mercato costituito da imprese private in concorrenza tra loro fosse la soluzione migliore. Secondo l’UE, ogni problema sarebbe risolto dalla concorrenza. In realtà, la politica neoliberale dell’UE ha prodotto risultati molto negativi. Ha provocato un aumento delle disuguaglianze, una crisi ambientale, un indebolimento democratico, una disintegrazione sociale, una mancanza di etica (sanzioni differenziate per ragioni ideologiche), una subordinazione delle istituzioni all’economia e alla finanza, la promozione del riarmo invece di una politica di pace.

È quanto afferma anche Joseph Stiglitz in un recente libro, “La strada verso la libertà”: «La crescita ha rallentato, le opportunità sono diminuite e i frutti della poca crescita che si è verificata sono andati principalmente alle persone più ricche… Il fatto che i mercati conducano a risultati socialmente indesiderabili dovrebbe essere evidente a chiunque abbia vissuto l’ultima parte del XX secolo o i primi decenni del nuovo millennio… Le promesse di crescita e di un migliore tenore di vita non hanno dato i risultati sperati.»

Il neoliberismo consacra il dominio dei mercati. Le istituzioni dell’UE, infatti, non hanno il compito di garantire diritti ai cittadini, salari adeguati e qualità dei servizi pubblici, ma unicamente di assicurare la concorrenza di tutti contro tutti.

Non abbiamo meno Stato (slogan dei liberisti), ma uno Stato forte: uno Stato forte al servizio dell’economia e della finanza speculativa, e non più al servizio della popolazione. L’accordo sull’elettricità ne è un esempio. Le scelte dell’UE, invece di garantire alle famiglie e alle imprese energia pulita a prezzi ragionevoli, favoriscono la speculazione. Anche i recenti accordi con gli Stati Uniti dimostrano la sottomissione delle istituzioni ai mercati. Sei miliardari svizzeri si sono recati da Trump per mendicare nuovi accordi commerciali.

L’adesione ai Bilaterali III comporterebbe un cambiamento d’epoca in Svizzera. Significherebbe compiere un ulteriore passo verso la subordinazione del nostro Paese ai mercati, ai quali le condizioni di vita e di lavoro della popolazione non interessano assolutamente:

  • non si tratta di un’adesione a un’istituzione pubblica e democratica nella quale la popolazione avrebbe, in un modo o nell’altro, voce in capitolo.
  • sarebbe la fine di molte delle nostre libertà.
  • non si tratta nemmeno di un accordo volontario tra due istituzioni di pari dignità, poiché, in caso di mancata accettazione di una decisione da parte della Svizzera, la Commissione europea potrebbe decidere sanzioni.

Una situazione assurda e imbarazzante dal punto di vista istituzionale.

Infine, è utile ricordare che la Svizzera è in grado di adottare una posizione propria, non subordinata ad altri Paesi o gruppi di Paesi.

«Essa rappresenta l’1‰ della popolazione mondiale, ma l’1% del PIL mondiale. La nostra capacità economica è dunque dieci volte superiore al nostro peso demografico. Inoltre figuriamo tra i primi 15 contributori alle Nazioni Unite.» (Joseph Deiss, ex consigliere federale (1999-2006) – Le Temps, 24 ottobre 2025).

«La Svizzera non è la periferia dell’Europa, ma uno dei suoi motori tecnologici più avanzati. Senza la tecnologia, la scienza e l’affidabilità produttiva elvetica, una parte importante dell’industria europea semplicemente non funzionerebbe… Al centro di ogni innovazione europea c’è un pezzo di ingegneria e ricerca svizzera… La Svizzera può contare su 33 accordi di libero scambio con altri 44 Paesi.» (Oliviero Pesenti, presidente degli industriali ticinesi - laRegione, 17 novembre 2025).

Anche per quanto riguarda la ricerca medica e farmaceutica la Svizzera è uno dei leader mondiali.

In conclusione, la Svizzera si trova al centro dell’Europa. È quindi necessario mantenere buone relazioni con l’UE, ma anche con gli altri Paesi.

Le proposte del Consiglio federale

1. Condizioni d’impiego

Da anni il mondo del lavoro soffre per l’insufficienza delle misure volte a rafforzare i diritti dei salariati. I casi di dumping salariale, bassi salari e povertà nonostante l’esercizio di un’attività lavorativa regolare sono diffusi.

I Bilaterali III non tengono conto della diversità del nostro Paese. In particolare, le zone di frontiera subiscono un aumento della pressione salariale, della concorrenza sul mercato del lavoro, della sostituzione della manodopera locale con lavoratori frontalieri, nonché della precarizzazione e del peggioramento dei rapporti di lavoro.

Problemi si riscontrano persino nei settori in cui vigono contratti collettivi di lavoro. Solo un forte impegno dei sindacati permette di evitare la generalizzazione degli abusi. Il personale qualificato del settore terziario, generalmente privo di contratti collettivi, è particolarmente colpito dalla sostituzione del personale residente con personale frontaliero, che può accettare salari nettamente inferiori, poiché il costo della vita all’estero non è paragonabile a quello della Svizzera. Ciò comporta in particolare una penalizzazione per i giovani, spesso costretti a cercare lavoro in altri cantoni o all’estero.

Quanto negoziato tra Svizzera e UE, in particolare sul piano delle compensazioni interne, non è sufficiente a tenere conto di tutte le specificità.

Anche la cosiddetta 14ª misura di protezione è insufficiente. In caso di licenziamento, prevede soltanto alcuni mesi supplementari di salario, e solo per determinate categorie di lavoratori. In pratica, il datore di lavoro mantiene per tutti i lavoratori la possibilità di licenziare un dipendente in qualsiasi momento, a qualsiasi età, senza un motivo particolare. Una situazione unica in Europa.

La procedura volta a estendere il carattere obbligatorio dei contratti collettivi di lavoro rimane inoltre complessa e difficile da applicare.

Come se non bastasse, le regole destinate a evitare il dumping salariale nell’ambito dei lavoratori distaccati sono state indebolite, rendendo i controlli più difficili a causa della riduzione dei termini di preavviso.

Questi esempi dimostrano che le condizioni di lavoro e la qualità della vita dei lavoratori e delle lavoratrici non figurano tra le priorità del nostro governo.


2. Servizi pubblici e aiuti di Stato

Le misure volte a ridurre l’intervento dello Stato suscitano preoccupazioni. Secondo l’UE, esse conferiscono vantaggi economici a determinati settori o regioni e falsano così la concorrenza, che rimane il principale principio da rispettare per l’UE.

Questi principi riguardano anche i trasporti aerei e terrestri. Il divieto degli aiuti potrebbe portare a una maggiore competitività e concorrenza, anche nel traffico interno. Quest’ultimo dovrebbe essere sottoposto a gare d’appalto internazionali, nelle quali gli aspetti finanziari prevalgono a scapito della qualità e della sicurezza. Il giornale del SEV (13.2.2026) denuncia casi in cui l’impresa beneficiaria non disponeva nemmeno di ingegneri specializzati. Infatti, il processo di liberalizzazione consente la delega di lavori essenziali per la sicurezza del traffico a imprese che non garantiscono un lavoro di qualità. Questa situazione è, ad esempio, responsabile dell’incidente ferroviario avvenuto il 18 gennaio in Spagna, che ha causato la morte di 45 persone e il ferimento di altre 120. Gli incidenti dovuti alle misure di risparmio e alla conseguente insufficiente manutenzione non sono rari, nemmeno da noi.


3. Energia elettrica

In passato, nel settore idroelettrico, la maggior parte delle aziende costituiva monopoli pubblici. Produzione e distribuzione erano garantite e i prezzi erano ragionevoli. Poi è arrivata la liberalizzazione. In un tale sistema, i prezzi possono subire forti oscillazioni, anche nel breve o brevissimo termine. Gli impianti, come le centrali idroelettriche, frutto di enormi investimenti a lungo termine che richiedono tempo per essere ammortizzati, si sono trovati in difficoltà. Se in passato avessimo avuto un sistema con una tale instabilità dei prezzi, non sarebbe stato possibile realizzare le grandi infrastrutture idroelettriche.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da forti aumenti dei prezzi. Un problema per i consumatori, le famiglie e le imprese.

In conclusione, l’accordo sull’energia deve essere respinto per le seguenti ragioni: 

  • l’UE privilegia gli interessi commerciali a scapito della sicurezza dell’approvvigionamento, principio fondamentale per un servizio pubblico di prima necessità;
  • l’UE non offre alcuna garanzia di controllo dei prezzi;
  • la liberalizzazione minaccia la transizione ecologica, che richiede sicurezza e pianificazione pluriennale;
  • l’accordo prevede la possibilità di cambiare fornitore di elettricità in qualsiasi momento, privando i produttori di ogni strumento di pianificazione e investimento;
  • l’accordo prevede inoltre il divieto di concludere contratti a lungo termine per l’acquisto o la vendita di energia, favorendo così la speculazione.

Infine, va constatato che, secondo ElCom (la commissione nazionale di regolazione), nel nostro Paese non vi è motivo di temere una penuria di elettricità nemmeno senza un accordo con l’UE, contrariamente a quanto affermano i sostenitori della liberalizzazione.

4. Diritti democratici

I Bilaterali III prevedono la ripresa dinamica del diritto europeo. Ciò significa che le decisioni della Commissione europea non vengono recepite automaticamente nella legislazione svizzera, ma devono essere approvate dal Parlamento e, in caso di referendum, dai cittadini. Tuttavia, le regole prevedono che, in caso di rifiuto, l’UE possa adottare misure compensative. Si tratta in realtà di sanzioni, come già avvenuto in passato.

Ciò significa che i diritti popolari di referendum e iniziativa rimangono ancora iscritti nella nostra legislazione, ma che in pratica perderebbero il loro valore. Si tratta di un gigantesco passo indietro per la democrazia del nostro Paese. In Svizzera, molti servizi, soprattutto a livello cantonale e comunale, sono rimasti pubblici grazie ai referendum popolari lanciati, spesso con successo, dai sindacati del servizio pubblico. 


Conclusione

Senza una modifica sostanziale da parte del Parlamento che tenga conto di quanto precede ritengo che non si possa aderire agli Accordi bilaterali III e occorrerà contrastarli con ogni mezzo.

PS: Questo testo è una sintesi di una presa di posizione che ho preparato per la Commissione latina dei pensionati del Sindacato dei servizi pubblici (SSP/VPOD). Essa ha adottato la presa di posizione nella sua seduta del 23 aprile 2026.