A volte ritornano. Sono le iniziative della destra ed estrema destra svizzera contro gli stranieri. La storia è vecchia. È cominciata nel 1970 con l’iniziativa contro l’inforestieramento lanciata da James Schwarzenbach, che proponeva di limitare al 10% in ogni Cantone la popolazione straniera: ottenne il 46% di voti favorevoli. La seconda iniziativa, proposta sempre da Schwarzenbach nel 1974, conteneva già il concetto “contro la sovrappopolazione”, ma raggiunse solo il 34,2% di consensi. Infine, un terzo voto, nel 1977, ebbe il 29,5% di favorevoli.
Il tema è sempre quello: xenofobia e razzismo!
Negli ultimi anni è l’Unione democratica di centro che ci riprova. Nel 2014 con l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”, approvata dal 50,3% dei votanti. Unico risultato positivo anche se di misura. Poi, nel 2020, con “Per un’immigrazione moderata (iniziativa per la limitazione)”: 38,3% a favore. Dopo quattro anni sono state consegnate le firme per l’iniziativa dei 10 milioni su cui si voterà il prossimo 14 giugno.
Dunque, la destra batte sempre lo stesso chiodo. La paura dello straniero al quale vengono affibbiate tutte le colpe di una società in trasformazione. La Svizzera ha un’alta percentuale di abitanti di origine straniera, il 27%. Un dato che fa specie se confrontato con i paesi europei vicini: Italia circa 10%, Francia poco meno e Germania qualcosa di più. Tuttavia, grazie all’immigrazione, la Svizzera ha potuto mantenersi paese relativamente giovane. “Si tratta di migrazione di prossimità, – afferma il demografo Philippe Wanner intervistato da Stefano Guerra – essenzialmente europea, ben diversa da quella che hanno paesi come la Svezia, dove arrivano, attraverso l’asilo, persone provenienti perlopiù da altre culture, con tutte le difficoltà che ciò comporta a livello sociale. Da un punto di vista demografico, questo elevato apporto migratorio in Svizzera viene visto piuttosto come un vantaggio in un momento storico in cui i baby boomer lasciano il mercato del lavoro e vanno in pensione”.
L’iniziativa è dannosa
L’obiettivo è ridurre il numero di stranieri e per questo “Prima del 2050 la popolazione residente permanente della Svizzera non può superare i dieci milioni di abitanti”. Se la popolazione residente permanente superasse i 9,5 milioni di abitanti prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento dovrebbero adottare provvedimenti, in particolare nel settore dell’asilo e del ricongiungimento famigliare, che verrebbe impedito. Guardando ai numeri, finora la media pluriennale si aggira sui 70 mila immigrati all’anno, con punte di 100 mila. L’iniziativa prevede di ridurre le entrate a 40 mila persone all’anno, ma forse anche meno. Se poi venisse superato il limite dei dieci milioni, la Svizzera dovrebbe denunciare gli accordi internazionali e in particolare l’Accordo sulla libera circolazione delle persone e anche gli accordi di Schengen e di Dublino. Riecco l’obbiettivo agognato dalla destra: abolire la libera circolazione, chiuderci a riccio.
Le conseguenze di questa chiusura xenofoba causeranno alla Svizzera seri problemi economici e sociali. Mancherà personale in situazioni sensibili, come ospedali, case di cura, università, servizi pubblici, eccetera.
Disastro economico e sociale
Il volantino che invita a votare no il 14 giugno, firmato da Fabio Regazzi (quasi sempre filo UDC e astenuto in Parlamento sull’iniziativa), da Anna Giacometti, consigliera nazionale liberale e da Nicoletta Casanova, presidente AITI, dunque un trio di centro destra, mette in guardia. L’iniziativa, sostengono, creerebbe effetti negativi nei seguenti campi: sanità, assistenza, infrastrutture, servizi pubblici. Sarà colpito anche il settore industriale, con il rischio di delocalizzazioni all’estero e riduzione di attività per i ristoranti e commercio al dettaglio, artigianato, agricoltura. Per finire si sottolinea che “I perdenti saranno gli agglomerati e le regioni al di fuori dei grandi centri, dove sarà ancora più difficile mantenere le imprese e i servizi sanitari”. Il padronato ha bisogno di manodopera e l’iniziativa 10 milioni è una minaccia. Si dimentica un altro fattore negativo ma vitale per l’equilibrio e la coesione sociale elvetica: gli immigrati garantiscono il funzionamento delle assicurazioni sociali che mantengono gli anziani sempre più numerosi e permettono alla Svizzera di evitare l’inverno delle nascite, la crisi demografica che colpisce anche il nostro paese, vista la riduzione del tasso di natalità.
Nel 2024 gli abitanti in Svizzera che provengono da richieste d’asilo erano l’1,7%, i rifugiati ucraini lo 0,7%. L’asilo non rappresenta un problema. Quindi l’UDC agita uno spauracchio che non esiste.
Limitare il ricongiungimento famigliare, impedendo alle famiglie di raggiungere i parenti lavoratori, come viene proposto dall’iniziativa, è invece una violazione manifesta dei diritti umani. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea proteggono il diritto al rispetto della vita famigliare. Sfruttare i lavoratori senza offrire loro la possibilità di vivere con la famiglia è un atto di razzismo. Si tornerebbe allo statuto inumano di stagionale, che è stato applicato in Svizzera per settant’anni e ci ricorda la celebre denuncia di Max Frisch: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”.
Ipocrisia ridicola
L’iniziativa udicina non manca di ipocrisia, ma la destra ci ha abituati alle menzogne. Nell’opuscolo di propaganda in vista del voto del 14 giugno si sottolinea a piena pagina che “ogni secondo in Svizzera viene cementato circa 1 metro quadrato di terreno”. Falso. 1mq è la perdita di suolo agricolo, cementificato è solo la metà.
L’ipocrisia diventa ridicola quando l’iniziativa cerca di spacciarsi paladina dello “sviluppo sostenibile della popolazione”. Si invitano Confederazione e Cantoni a prendere provvedimenti per “proteggere l’ambiente e nell’interesse della conservazione duratura delle basi naturali della vita, dell’efficienza delle infrastrutture, dell’assistenza sanitaria e delle assicurazioni sociali svizzere”. Abbiamo letto bene? Ma chi se la racconta? L’UDC è da sempre contraria alle proposte ecologiste, ai trasporti pubblici, alla sanità e alle assicurazioni sociali! È troppo pretendere un minimo di onestà intellettuale?
Sempre a proposito dell’ipocrisia dei favorevoli all’ iniziativa 10 milioni, vale la pena citare un esempio squalificante. L’urana Heidi Z’graggen, consigliera agli stati del Centro e fino al 2020 consigliera di stato nel canton Uri, sostiene l’iniziativa. Ad Andermatt ha approvato i progetti del miliardario Sawiris, definiti “quasi geniali”, perché hanno attirato ricchi facoltosi ai quali si offrivano tasse basse. Ad Andermatt la popolazione residente è aumentata del 40% dall’inizio del progetto Sawiris e la percentuale di stranieri è passata da meno del 10% al 37% di oggi. (Infosperber).
Se l’iniziativa dovesse aver successo, la Svizzera potrebbe dover disdire l’Accordo sulla libera circolazione e anche gli accordi di Schengen e di Dublino. Infatti, per la clausola ghigliottina imposta dall’Unione europea, decadrebbero tutti gli accordi bilaterali. Non solo l’economia e il commercio sarebbero penalizzati, ma anche la ricerca, il mondo universitario, l’agricoltura, i trasporti e gli appalti pubblici. Secondo studi commissionati dalla Segreteria per l’economia (SECO), “la fine degli Accordi bilaterali causerebbe all’economia svizzera perdite di ricavi dell’ordine di miliardi di franchi e la popolazione avrebbe meno denaro a disposizione”.
150 mila stranieri clandestini
L’iniziativa dimostra tutta la sua ottusità. “Minaccia il benessere e la sicurezza interna”, afferma il Consiglio federale. È uno strumento sbagliato per risolvere problemi che la politica deve affrontare in maniera più efficace. La formula della destra è sempre la solita: proporre soluzioni sempliciste per risolvere problemi complessi, dovuti allo sviluppo della società. Oltre a un disastro economico e sociale, l’iniziativa rappresenta un paradosso, perché può creare più problemi anche nell’ambito in cui pensa di risolverli. Ci sono tre aspetti critici.
Primo: se si blocca l’immigrazione residenziale si svilupperà in modo anomalo il frontalierato. Avremo centinaia di migliaia di frontalieri che intaseranno le strade, inquineranno, condizioneranno il mercato del lavoro.
Secondo: limitare l’immigrazione non vuol dire impedire ai lavoratori di arrivare in Svizzera.
“Dopo la crisi petrolifera del 1973, – afferma il demografo Philippe Wanner – Germania e Francia chiusero le porte ai lavoratori stranieri. Ma le persone arrivarono comunque. Semplicemente, si ritrovarono senza statuto in una situazione di precarietà. Una cosa simile successe in Svizzera a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, quando ancora non c’era la libera circolazione delle persone con l’UE. Nel paese allora si contavano circa 150 mila stranieri in situazione di clandestinità. Non credo fosse una buona cosa”.
Terzo: se si abolisce l’accordo di Dublino, che permette di rinviare i rifugiati nei paesi di primo arrivo, la Svizzera diventerà un’isola privilegiata per chi cerca asilo e viene respinto dagli altri paesi europei.
Ecco, concretamente, il risultato dell’iniziativa: più frontalieri, più lavoratori clandestini, più rifugiati illegali.

