Contro le lavoratrici e i lavoratori poveri e contro la volontà popolare. È l’obiettivo della misura federale che impone la supremazia dei contratti collettivi sui salari minimi obbligatori nei cantoni e nei comuni dove sono stati approvati dal popolo.
Ciò equivale a impoverire nuovamente lavoratrici e lavoratori la cui paga è migliorata grazie all’introduzione del salario minimo dove introdotto. Non solo, la misura riguarda il destino futuro di altri lavoratori. Sono diversi i cantoni e i comuni in cui presto si voterà sull’introduzione di salari minimi obbligatori. Tutte le iniziative prevedono la superiorità del minimo salariale sui ccl. La nuova norma approvata dalle Camere Federali andrebbe così ad impattare gravemente la vita di decine di migliaia di lavoratrici e di lavoratori attivi nell’albergheria, nella ristorazione, nelle pulizie, nei saloni di parrucchiere, nelle panetterie, nelle macellerie o in altri rami professionali dove le remunerazioni sono già basse, impoverendoli ulteriormente.
A Zurigo ad esempio, l’impiegato della ristorazione perderebbe 3’600 franchi all’anno, un parrucchiere ginevrino 1’620 franchi mentre un addetto alla vendita lucernese perderebbe oltre duemila franchi. Per contrastare questa eventualità, sindacati e partiti politici dell’area rosso verde hanno lanciato un referendum contro la misura approvata dalle camere federali. Entro l’8 ottobre dovranno essere raccolte 50’000 firme per poter votare sull’abrogazione del primato dei ccl.
In Ticino dovremmo ricordarci bene cosa significhi il primato dei ccl su salari minimi. Il caso dello pseudo sindacato leghista Tisin che siglò dei ccl con ditte per aggirare il salario minimo cantonale, è un monito sufficiente. Ci sono però ticinesi a cui conviene scordarsi del pòro Tisin.
A votare a favore del primato dei ccl al Consiglio degli Stati sono stati Marco Chiesa e Fabio Regazzi, mentre al Nazionale i voti favorevoli arrivarono da Farinelli, Gianini, Pamini, Marchesi e Quadri. La destra al servizio del padronato. Gli elettori ticinesi dovrebbero chiedersi quali reali interessi rappresentino questi rappresentanti cantonali.
Se questa norma non fosse abrogata, a farne le spese saranno soprattutto le lavoratrici, da sempre in fondo alla scala delle paghe e ben presenti nei rami professionali dove imperversano la precarietà e i ricatti padronali. In Ticino, malgrado la nuova legge appena entrata in vigore preveda la priorità del salario minimo rispetto ai ccl, non è certo giuridicamente che la decisione federale non possa ripristinare la priorità dei ccl in alcuni ambiti professionali. Un’eventualità che si può escludere soltanto firmando il referendum e andando poi a votare per cancellare la nuova norma federale.

