Ci risiamo, il prossimo 27 settembre i cittadini svizzeri saranno chiamati alle urne per esprimersi su un’iniziativa della destra. Questa volta la proposta viene da Pro Schweiz, associazione nazionalsovranista vicina a Christoph Blocher. Si tratta di una sorellina dell’Unione democratica di centro e quindi, ancora una volta, il partito di destra si garantisce la sua campagna elettorale permanente utilizzando il “potenziale di seduzione plebiscitaria degli strumenti democratici diretti” (Niccolò Raselli).

L’idea è arguta. Dopo il “dagli allo straniero”, che ha caratterizzato le iniziative degli ultimi decenni, si risuscita l’acciaccato mito elvetico della neutralità. 

L’iniziativa propone di inserire nella Costituzione un articolo che affermi che la Svizzera ha una neutralità permanente e armata; non aderisce ad alleanze militari o difensive, a meno che vi sia un’aggressione militare diretta o in caso di atti preparatori in vista di una simile aggressione; la Svizzera non partecipa a scontri militari tra Stati terzi e non adotta misure coercitive nei confronti dei belligeranti; infine si avvale della propria neutralità permanente per risolvere i conflitti e offre i propri buoni uffici in qualità di mediatrice.

Neutri e più spese militari

Sulla carta la proposta può sembrare allettante, in particolare perché prevede di vietare le sanzioni agli stati belligeranti, come il Consiglio federale ha fatto e fa nei confronti della Russia e impedisce di aderire alle alleanze militari. In verità è solo fumo negli occhi, perché la neutralità è ormai un concetto stravolto dalla storia e dalla politica.

Punto cruciale è che Pro Svizzera, assieme all’UDC, vuole ancorare nella Costituzione il principio della “neutralità armata”. Quindi, in sostanza, l’articolo costituzionale diventa di fatto una ulteriore base legale per aumentare le spese militari e per sviluppare l’esercito. Lo dice bene Pro Svizzera nell’argomentario sull’iniziativa: “Solo un Paese in grado di difendersi autonomamente (sic) può rivendicare una neutralità credibile e rispettata a livello internazionale”. E come si fa ad avere capitali sufficienti per armare la Svizzera fino ai denti? Semplice: “Prima di chiedere nuovi sacrifici ai contribuenti, la Confederazione dovrebbe procedere a una seria revisione delle proprie priorità di spesa”. Morale: neutralità significa miliardi di franchi per il riarmo e tagli alla spesa che, per l’UDC, ricordiamolo, vuol dire tagli al sociale, aiuto all’estero, politica d’asilo, formazione, ricerca e ambiente. Inserire nella Costituzione la neutralità significa più spese militari e tagli nei confronti dei più fragili.

La supercazzola della difesa autonoma

Come spesso succede con le iniziative della destra le proposte, per ottenere facili consensi secondo le regole della demagogia e del populismo si rivelano ridicole e campate in aria a un’analisi razionale. Basta pensare al giochino della recente iniziativa sui dieci milioni che faceva riferimento a una improbabile “sostenibilità”. 

Qui si direbbe che la narrazione UDC si trasforma in favoletta. Come si fa a credere che la Svizzera possa “difendersi autonomamente”? Ma dai! Potrebbe funzionare se ad attaccare fosse il Liechtenstein, che non possiede l’esercito. Ma per il resto del mondo, la Svizzera sarebbe liquidata in un paio di settimane, come diceva l’ex capo dell’esercito Süssli. Piccolo dettaglio istruttivo: il Liechtenstein ha abolito le sue forze armate nel 1868 per motivi di bilancio e di neutralità. È uno dei venti stati sovrani al mondo senza un esercito. Pro Svizzera è così concentrata sull’ombelico elvetico che non vede cosa sta succedendo nel mondo. Ucraina si difende da sola? E Israele? 

Sulla NATO il Governo gioca sporco. Infatti, come segnala Maurizio Binaghi, “fin dal 1956, il Consiglio federale conclude un memorandum segreto con la NATO, che stabilisce che la Svizzera manterrà la sua neutralità fino a un’eventuale invasione del suo territorio. Questo accordo allinea gli interessi della Confederazione con quelli dell’Alleanza atlantica, suggerendo che l’esercito svizzero sia ormai parte, di fatto, del sistema di difesa occidentale”.

La confusione di fondo dell’iniziativa, e la sua ipocrisia, è far credere che, ancorando il concetto di neutralità armata nella Costituzione, il Consiglio federale cambierà politica.

Affermare che “gli atti preparatori di un’aggressione” giustificherebbero “le collaborazioni con le alleanze militari” straniere potrebbe bastare fin da oggi per affossare la neutralità. I nostri politici e strateghi militari ci ripetono ogni giorno che la Russia potrebbe attaccarci nei prossimi anni. 

Intanto, anche se venisse approvata, l’iniziativa potrebbe venir implementata con una legge che l’annacquerebbe. Gli articoli costituzionali proposti da iniziative popolari che non vengono applicati alla lettera sono numerosi. Dall’Iniziativa delle Alpi a quella contro l’immigrazione di massa, che non era compatibile con gli accordi internazionali, all’iniziativa sulle abitazioni secondarie. Sono le regole della democrazia semi diretta.

Neutralità inesistente

La neutralità è stiracchiata da sempre, si cerca di venderla come un concetto identitario elvetico ma, di fatto, è uno strumento di politica estera adattata alle varie necessità politiche. Durante la seconda guerra mondiale la neutralità elvetica è stata liquidata dal collaborazionismo con la Germania nazista: si comperava l’oro dai nazisti e si respingevano i profughi in fuga dalle SS. Ricordiamo anche le bufale sul ridotto nazionale che doveva salvare il paese. La Svizzera non poteva essere difesa militarmente, lo ammetteva lo stesso generale Guisan: “Da tre a un massimo di cinque giorni, secondo il capo di stato maggiore Jakob Huber, e le truppe tedesche controllerebbero l’altopiano” (Erich Keller). Lo storico Jakob Tanner conferma: “la narrazione secondo cui il piccolo stato neutrale era sopravvissuto con sicurezza a una fase di minaccia grazie alla sua resistenza militare in una fortezza alpina, il Ridotto, è una bugia nazionale”.

La neutralità può essere pericolosa. Il politologo Pascal Sciarini ricorda che, durante la seconda guerra mondiale, “per difendere gli interessi economici e finanziari della Svizzera (…) le autorità federali hanno invocato la neutralità per giustificare condotte opportunistiche, senza riguardo per le conseguenze umanitarie”, in particolare per la politica restrittiva nei confronti dei rifugiati e degli ebrei. Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale – dice Sciarini – il generale Guisan ha firmato un accordo segreto con l’esercito francese che avrebbe permesso a questi di occupare il nord ovest della Svizzera. La storia è venuta alla luce negli anni cinquanta e il direttore dei Documenti diplomatici, Sacha Zala, ha sottolineato recentemente: “non bisognava ammettere che lo Stato neutro non è stato neutro, così che potesse continuare a non esserlo”. In caso di necessità, l’attenzione del Consiglio federale nei confronti della Costituzione è relativa e l’UDC dovrebbe averlo imparato nel 2014 (Iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”).

Sono stati pubblicati decine di libri di storici che hanno affrontato il tema della neutralità.

Edgar Bonjour: “La neutralità svizzera non è mai stata un fine in sé, ma uno strumento della politica estera”.
Hans-Ulrich Jost: “La neutralità è stata anche uno strumento ideologico e politico utilizzato per legittimare determinate scelte dello Stato”.
Jakob Tanner: “La neutralità è sempre stata interpretata in modo pragmatico e adattata alle condizioni politiche ed economiche del momento”.
Sacha Zala: “La neutralità svizzera è stata spesso interpretata in maniera molto elastica”.
Georg Kreis: “La neutralità assoluta non è mai esistita”.
Orazio Martinetti: “Durante la guerra fredda, la neutralità fu elevata a dottrina di stato irrinunciabile, benché la Svizzera ‘de facto’ appartenesse all’Alleanza atlantica”.


Sanzioni a gogo da trentíanni

La neutralità è stata sempre un aspetto della politica di sicurezza e utilizzata per perseguire interessi economici. “La neutralità svizzera è un concetto utilizzato con arte e costanza dall’oligarchia imperialista per mascherare la propria prassi”, scriveva Jean Ziegler. In un rapporto del Consiglio federale del 1993 – spiega Pascal Sciarini – si assiste a un vero e proprio cambio di paradigma in materia di neutralità: “In un mondo interdipendente, non è più possibile per uno Stato difendere la sua indipendenza da solo, isolandosi dal resto del mondo; ormai, la difesa dell’indipendenza passa al contrario per la cooperazione a livello internazionale”.

Pro Svizzera e l’UDC si svegliano trent’anni dopo e fa sorridere che ritengano compromessa la neutralità dalla decisione di adottare sanzioni contro la Russia. Con quella che viene definita “neutralità differenziata”, la Svizzera ha partecipato alla sanzioni economiche decretate dall’ONU contro l’ex Yugoslavia nel 1991, la Libia nel 1992, Haiti nel 1993, la Sierra Leone nel 1997, l’Angola nel 1998, l’Afganistan nel 2000, l’Iran nel 2010 e la Libia nel 2011. E anche quelle imposte dall’Unione europea contro l’ex Yugoslavia nel 1998, la Birmania nel 2000, l’Iran nel 2010 e la Siria nello stesso anno. Fa doppiamente ridere che oggi l’UDC accetta le misure decise dalle Nazioni Unite – che verosimilmente avranno avuto effetti negativi sulle popolazioni – ma nel 2002 fu contraria all’adesione della Svizzera all’ONU.

La neutralità svizzera è stata declinata a seconda delle necessità. Nel 2006 la ministra socialista Micheline Calmy-Rey ha inventato la “neutralità attiva”. Ignazio Cassis ha proposto la “neutralità cooperativa”, non adottata dal Governo, ma che è servita per far perdere alla Svizzera le possibilità di svolgere il suo ruolo di nazione mediatrice e di offrire i propri buoni uffici. Se si organizzano conferenze senza invitare uno dei duellanti (vedi Bürgenstock), i buoni uffici vanno a farsi benedire. E sono anni che il ruolo della Svizzera come mediatrice si è dissolto!

La neutralità è ormai uno specchietto per allodole, un concetto buono per distogliere l’attenzione da politiche che, come abbiamo visto, sono spesso opache o perfino segrete. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata l’ultima possibilità per riaffermare la neutralità, ma bisognava restare super partes, un ruolo che la Svizzera, dopo ottant’anni di politica atlantista, non ha potuto permettersi.

Sostenere l’iniziativa sulla neutralità, come propongono la destra, l’estrema destra e i compagni comunisti, vuol dire appoggiare la politica demagogica dell’UDC. La neutralità è ormai un guscio vuoto, come affermano gli storici, e la proposta della destra equivale al rilancio del riarmo e a tagli delle politiche sociali. 

I sondaggi affermano che la maggioranza dei cittadini svizzeri sostiene la neutralità. Basta guardare un telegiornale per convincersi che si sta bene alla larga di quanto succede nel mondo. Ma sarebbe interessante scoprire cosa sanno veramente gli svizzeri a proposito di neutralità. Probabilmente è una rosea illusione che si basa su un mucchio di favole che la politica, opaca e menzoniera, ha contribuito a diffondere.

No all’iniziativa per la “Salvaguardia della neutralità”. Non se ne può più delle ipocrisie, delle bufale e della campagna elettorale permanente dell’UDC. La neutralità deve essere disarmata se vuole essere promotrice di pace.

È sul piano politico che la sinistra deve darsi una mossa, senza salire sullo sgangherato carro della destra sovranista: con attività sociali e lavoro nei parlamenti per costruire una politica estera improntata alla solidarietà e al pacifismo e per una politica interna che riduca le spese per le armi, combatta le disuguaglianze e sostenga socialità, protezione ambientale, formazione e ricerca.