Riesce ad associare tradizione marxista e psicanalisi lacaniana senza rimanere intrappolato in un linguaggio criptico, proponendo analisi accessibili e come nel caso di “Trump e il fascismo liberale” stimolanti. Slavoj Žižek interroga abilmente la realtà in cui le patologie del presidente americano si intrecciano con gli sconvolgimenti politici di un Paese che rivendica con una prevaricazione continua e sconvolgente le sue prerogative sul resto del mondo. L’esplicito riferimento al fascismo nel titolo richiede un paio di considerazioni. Non si tratta in effetti di un proclama facile e demagogico che liquida con un improperio una realtà complessa. “Fascista” è un termine usato con rigore.

Si potrebbero avanzare obiezioni di tipo filologico (il fascismo come fenomeno storico associato al contesto europeo fra le due guerre), ma il filosofo sloveno è convincente nel definire i contorni dell’ideologia, della politica statunitense nonché del personaggio Donald Trump: violenza verbale, culto dell’uomo forte, antiparlamentarismo, razzismo, uso della forza che sostituisce le regole del diritto, bellicismo, nazionalismo esacerbato, strapotere delle élite economiche.

D’altronde prima di Žižek altri nomi illustri dallo storico Robert Paxton, al saggista conservatore Robert Kagan all’ex “chief of staff” John Kelly fino al professor Timothy Snyder (Yale), avevano rispolverato le caratteristiche del “ventennio” per inquadrare il 47esimo presidente americano. Trump gareggia con Israele – scrive Žižek – nell’imporre con brutalità il potere nudo e arbitrario senza alcun vincolo etico: si ostenta con orgoglio la violenza di polizia e militari, la sofferenza di immigranti o detenuti, di avversari, nemici, civili, la violazione del diritto umanitario e del diritto internazionale.

Trump e il suo alleato israeliano stanno portando all’estremo ciò che Putin sta facendo in Ucraina e ciò che gli Stati Uniti vogliono fare con la Groenlandia o il Panama. “Il male risiede nello sguardo di chi vede il male ovunque” scriveva Hegel: se Žižek ripesca il grande filosofo tedesco è per illustrarci la profonda perversione che anima Trump. Per lui il mondo è terra del male, terra di conquista, a tutti i costi: visione messianica infarcita di aperti interessi economici: libero mercato a parole, in realtà Far West economico in cui vi è un solo sceriffo, quello americano. Nessun ossimoro: fascismo e liberismo, secondo Žižek possono coesistere senza troppi intoppi.

Quale civiltà – si chiede retoricamente il filosofo – racchiude politicamente corretto, ambientalismo, rispetto delle minoranze, cioè la triade combattuta da Trump? Solo una: la civiltà europea nella forma più recente dell’Illuminismo. Il fascino che esercita Putin sul presidente americano è proprio da leggersi in chiave anti-europea: sono i valori della società aperta ad essere sgraditi e aggrediti in questi ultimi anni. Žižek forte della sua formazione psicanalitica sviscera, e lo fa in modo convincente e originale, i meccanismi mentali del presidente e dei suoi seguaci. Certo, come analizzava l’ex ministro degli esteri britannico David Owens, medico e psicanalista di formazione, Trump è affetto da sindrome patologica da “hubris” (disprezzo e sete di vendetta). Ma allora come spiegare il suo successo tra l’opinione pubblica americana? Gli insulti, le menzogne plateali, il fatto che sia un criminale pregiudicato, funzionano paradossalmente a suo favore: il suo trionfo ideologico – leggiamo nel saggio del filosofo sloveno – risiede nel fatto che i suoi seguaci vivono la propria obbedienza come una forma di resistenza sovversiva. Si può in altre parole sostenere un leader fascista in ascesa come un atteggiamento di totale obbedienza, sentendosi al tempo stesso radicali, ribelli, antisistema.

Che la sudditanza sia diffusa anche tra gli ambienti più conservatori e bigotti, in particolare tra gli “evangelicali” (“born again”) non deve sorprendere: Freud scriveva che nella perversione tutto ciò che è stato represso torna in tutta la sua oscenità. E in questa oscenità trumpiana non c’è nulla di liberatorio: serve unicamente a rafforzare l’oppressione e la mistificazione sociale. Momento storico e contesto inedito e pericoloso quello che vede il rilancio neo-imperiale dell’America di Trump: cade quella che Hegel (sempre lui, uno dei grandi riferimenti di Žižek) chiamava Sittlichkeit, la convivenza, il rispetto delle regole e delle persone, un minimo di solidarietà sociale. 

Roberto Antonini, giornalista, attuale Direttore
del Corso di giornalismo della Svizzera italiana