L’iniziativa «200 franchi bastano» non è un episodio isolato né una semplice discussione sul canone radiotelevisivo. È, al contrario, uno degli ulteriori attacchi frontali al servizio pubblico e a un pilastro fondamentale del servizio pubblico svizzero. Di fatto si inserisce in una strategia più ampia che mira a ridurre il ruolo dello Stato e delle sue istituzioni a favore di una logica puramente di mercato.

Chi sostiene questa iniziativa afferma di voler alleggerire il carico finanziario sulle economie domestiche. Ma dietro questo slogan apparentemente innocuo e accattivante si nasconde una visione ideologica ben precisa: quella di una Svizzera in cui il servizio pubblico è visto come un costo superfluo, anziché come un investimento collettivo nella democrazia, nella coesione sociale e nella diversità culturale.

La SSR non è solo un’azienda mediatica. È uno strumento essenziale di informazione indipendente, accessibile a tutte e tutti, nelle quattro lingue nazionali, capace di raggiungere anche le regioni periferiche e le minoranze linguistiche. Ridurne drasticamente i mezzi significa indebolirne la capacità di adempiere al suo mandato costituzionale. Non si tratta quindi di “fare efficienza”, ma di svuotare progressivamente il servizio pubblico della sua sostanza.

L’indebolimento della SSR, inoltre, avrebbe conseguenze concrete anche sul tessuto professionale e culturale del Paese. Migliaia di posti di lavoro qualificati, la produzione audiovisiva indigena e il sostegno a eventi culturali, sportivi e sociali verrebbero messi a rischio. Il servizio pubblico funge da motore per un intero ecosistema mediatico e creativo che il mercato, da solo, non è in grado di garantire in modo equo e sostenibile. Ridurre drasticamente il canone significa quindi impoverire non solo l’offerta informativa, ma anche la vitalità culturale e democratica della Svizzera.

Illudersi che la destra del “meno Stato” si fermerà a questa iniziativa è pericoloso. Se «200 franchi bastano» non verrà chiaramente respinta, il messaggio politico sarà inequivocabile: è legittimo andare avanti a colpire il servizio pubblico, ridurlo, smantellarlo pezzo dopo pezzo. Oggi tocca alla SSR; domani potrebbe essere la scuola pubblica, il sistema sanitario, i trasporti o altre infrastrutture che garantiscono pari opportunità e solidarietà.

Indebolire il servizio pubblico in un momento storico segnato da crescenti disuguaglianze, polarizzazione politica e disgregazione sociale è una scelta miope e irresponsabile. In un contesto dominato da piattaforme private, algoritmi opachi e disinformazione, un servizio pubblico forte è più che mai necessario per garantire un dibattito informato e pluralista.

Difendere la SSR significa difendere qualcosa che va ben oltre un canone: significa difendere l’idea di una comunità nazionale che investe in sé stessa, che non lascia indietro nessuno e che riconosce nel servizio pubblico un collante essenziale della propria coesione sociale. Per questo l’iniziativa «200 franchi bastano» va respinta con decisione: non solo per salvare la SSR, ma per affermare una visione solidale e democratica della Svizzera.

di Françoise Gehring, giornalista, membro di comitato
dell’Associazione per la difesa del servizio pubblico

Tratto da LaRegione del 24.01.26