Attenti ai super ricchi che vogliono ostacolare la democrazia diretta chiedendo cauzioni milionarie (che solo loro potrebbero pagare) e aumentando il numero delle firme necessarie
La democrazia è in pericolo. Lo si sente ogni giorno, a proposito della situazione politica mondiale, dove le guerre e l’imperialismo stanno imperversando. È un fenomeno preoccupante, non privo di contraddizioni e di ipocrisie, se si pensa all’atteggiamento delle democrazie occidentali che spesso e volentieri, negli ultimi decenni, hanno tradito i loro valori.
Occupiamoci però del nostro orticello, della Svizzera, che a giusta ragione è già stata definita “la campionessa mondiale della democrazia diretta”. I due strumenti che permettono al nostro Paese di conquistare l’alloro sono l’iniziativa e il referendum. Con la raccolta di 100 mila firme i cittadini elvetici possono proporre una modifica della Costituzione, che viene sottoposta al voto popolare. Al contrario, il referendum, con la raccolta di 50 mila firme o la proposta di 8 cantoni, può abrogare in votazione popolare una legge approvata dal Parlamento. In media quattro volte su dieci il popolo ha respinto le decisioni del legislativo.
Queste due istituzioni sono il fiore all’occhiello della democrazia diretta svizzera, unica al mondo, e rappresentano l’essenza dell’identità politica elvetica.
Non sono mancati, negli anni, coloro che criticano e cercano di limitare questi diritti. Avenir Suisse, pensatoio liberale che dimentica i principi costituzionali del liberalismo, ha già proposto in passato di aumentare il numero delle firme per arginare l’uso di questi strumenti. Nel 2016 voleva aumentare le firme per l’iniziativa al 4% del corpo elettorale, vale a dire a più di 210 mila, più del doppio di oggi, quindi un freno non indifferente al diritto di iniziativa.
Ora, una proposta simile viene lanciata da Riccardo Braglia (CdT 15.3.26), imprenditore italo svizzero a capo dell’industria farmaceutica Helsinn (e figlio del fondatore). Braglia ritiene che “per i referendum servano regole più rigide”. Non parla di iniziativa, forse rimane condizionato dal sistema italiano in cui vige solo il referendum. La sua preoccupazione parte dai “costi impressionanti dei referendum, inefficaci e inutili” per cui “servono nuove, stringenti regole per proteggere la democrazia diretta”. Propone di aumentare il numero di firme necessarie, in Ticino almeno 40 mila (oggi 7 mila) e in Svizzera 6-700 mila per il referendum federale (oggi 100 mila). Ma non è tutto: ciliegina sulla torta del multimilionario Braglia, “sarebbe utile l’introduzione di una cauzione economica significativa”. Quindi in Ticino chi proponesse un referendum dovrebbe sborsare un milione di franchi, in Svizzera 3 milioni di franchi.
Pessima proposta! Populismo delle élite? Liquidazione della democrazia diretta? Fascino per le autocrazie?
Una prima risposta alle preoccupanti proposte di Braglia è giunta tre giorni dopo (CdT 18.3.26) da parte di Fulvio Pelli, liberale radicale, già presidente nazionale del partito. Pelli commenta i risultati delle votazioni dell’8 marzo, tutte nate da iniziative popolari, “fiore all’occhiello della nostra democrazia” ed elogia lo strumento dell’iniziativa, “introdotta formalmente con la geniale costituzione federale del 1848, ma divenuta quel che è oggi solo grazie a una riforma costituzionale votata nel 1891”. Conclude il suo commento sottolineando che “per ora apprezziamo di poter far uso di uno strumento di partecipazione politica di estremo valore: duttile e creativo”.
Attenzione a chi vuol manomettere la democrazia diretta. E, soprattutto, è bene che i multimilionari si occupino dei loro affari e stiano alla larga da proposte antidemocratiche ed elitarie, benché siano di moda visti i venti che spirano.
“Se anche ammettiamo che innalzare il numero delle firme influenza il numero delle votazioni federali, ci si può opporre a questo rialzo per ragioni di equità. Verosimilmente, un tale rialzo avrebbe effetti asimmetrici: punirebbe i gruppi meno dotati di risorse, ma non creerebbe problemi ai più ricchi.” – afferma il politologo Pascal Sciarini, che sottolinea l’attaccamento degli svizzeri alle istituzioni della democrazia diretta. Sciarini ricorda che negli anni le riforme cantonali della democrazia diretta sono sempre andate verso “una grande apertura istituzionale”, abbassando il numero di firme e aumentandone i tempi di raccolta. “Queste riforme – dice Sciarini – hanno così soddisfatto i partigiani di una posizione democratica, secondo la quale conviene ridurre il ‘prezzo d’entrata’ al fine di facilitare il compito dei piccoli partiti, organizzazioni e movimenti”.
Pubblicato da Naufraghi il 23.03.26


