I nuovi copresidenti del partito liberale nazionale, una coppia disfunzionale, una a favore dell’Europa, l’altro contrario, sono d’accordo su una cosa: bisogna abbattere lo Stato sociale

 

Cara elettrice e caro elettore del partito liberale, e radicale (se ci sei batti un colpo), leggi l’intervista di ieri sul Tages Anzeiger, dove i due neo presidenti nazionali del partito, Susanne Vincenz-Stauffacher e Benjamin Mühlemann, hanno illustrato il loro pensiero.

In sintesi: i costi dello Stato sociale vanno abbattuti, bisogna investire prioritariamente nell’esercito grazie a un nuovo pacchetto di risparmio di miliardi di franchi, si deve tagliare sull’AVS, aumentare l’età pensionabile, ridurre i sussidi e rincorrere l’Unione democratica di centro. Perla assoluta: sui rapporti con l’Unione europea hanno posizioni opposte, una a favore dell’accordo con l’UE, l’altro contrario. Per loro una dimostrazione di democrazia, in realtà trattasi di confusione.

Intanto va detto che le due paginate di intervista rivelano una certa fragilità dei personaggi, ingenui e poco arguti. Si lamentano della doppia morale dell’UDC, perché questo partito applaude all’accordo con Trump e si oppone al pacchetto con l’Unione europea. Ricordiamo, gli intervistatori lo fanno, che il rapporto con l’UE è istituzionale, mentre quello con gli Stati Uniti è soprattutto commerciale (finora). Piagnucolano perché l’UDC avrebbe tradito la promessa di discutere di risparmi in Parlamento, dopo che il PLR ha votato a favore del pacchetto UE.

“È giunto il momento di ricordare valori come la decenza e l’onestà” dice Vincenz-Stauffacher. A proposito di decenza, i due copresidenti applaudono all’accordo con Trump, ottenuto dai magnati svizzeri, e l’ex consigliere di stato glaronese Mühlemann afferma: “anche quando ero consigliere di stato ricevevo uomini d’affari nel mio ufficio”. Benjamin piccolo Donald!

Ma la sostanza del liberal pensiero si sintetizza nella necessità di far fare alla Svizzera un “colpo liberatorio” (Befreiungsschlag), un salto di qualità o, meglio, un salto nel vuoto.

Non basta il pacchetto di risparmi proposto da Karin Keller Sutter – già una bella stangata! – bisogna tagliare di più. “La spesa federale è in costante aumento – dice Mühlemann – abbiamo bisogno di più soldi per l’esercito e dobbiamo investire urgentemente anche nelle infrastrutture, ad esempio nelle strade nazionali. Lo sviluppo sociale costante e perenne deve finire”. Nessun accenno al disastro dell’esercito, in mano da anni a incompetenti, tutti fuggiti, e una dimenticanza non certo di dettaglio: sulle strade nazionali il popolo ha appena bloccato i progetti di espansione. Ma alla coppia non basta: vogliono abolire il contributo della Confederazione all’AVS e frenare l’assunzione di  personale. E ancora: vogliono ridurre i numerosi sussidi della Confederazione: “bisogna smettere di distribuire fondi con l’innaffiatoio”. Infine, va anche diradata la nostra legislazione. Tabula rasa, insomma.

Il mantra del duo presidenziale è “responsabilità personale”. Lo diceva già la dama di ferro Thatcher: “There is no such thing as society”. La società non esiste, esiste solo l’individuo. L’uno per tutti, tutti per uno, vecchio slogan liberale, è buttato alle ortiche. I due neopresidenti, una coppia disfunzionale, perché su uno dei punti più importanti della politica elvetica, i rapporti con l’Unione europea, la pensano all’opposto, esprimono un pensiero liberista vecchio e scontato ma pericoloso.

Vale la pena ricordare quanto dice Giuliano da Empoli: “La vita politica è una continua commedia degli errori, in cui i personaggi, quasi sempre inadeguati al ruolo che ricoprono, cercano di barcamenarsi per trovare una via d’uscita da situazione impreviste, spesso assurde e a volte ridicole”.

Cara elettrice e caro elettore liberale, e radicale (se ci sei batti un colpo), osserva attentamente dove stanno andando i tuoi presidenti nazionali, perché è chiaro che stanno dalla parte dei guerrafondai, dei privilegiati, degli ereditieri e dei profittatori. In sostanza sono “predatori” come suggerisce Giuliano Da Empoli nel suo ultimo libro.

Tratto da Naufraghi del 23.11.25