Più veloce, più radicale: la straordinaria transizione energetica della Cina sta rimodellando il panorama energetico globale. Obiettivo, l’eliminazione delle energie fossili in tempi rapidi

 

Per decenni la Cina è stata accusata di essere il principale responsabile del surriscaldamento del clima. Essa è infatti responsabile di circa 30% delle emissioni globali di gas a effetto serra. Ciò non significa tuttavia che i cittadini cinesi siano quelli che inquinano di più: nell’ultimo quinquennio un cittadino cinese ha prodotto in media 8,9 tonnellate di CO2 all’anno, un americano ne ha prodotte dal canto suo 13,4 tonnellate, un australiano o un canadese circa 15, uno del Kuwait 24 e uno del Qatar addirittura 35. Ma i cinesi essendo molto più numerosi, le loro emissioni pesano ovviamente di più.

Ora però le cose stanno rapidamente cambiando. È proprio dalla Cina che ci arriva la notizia del superamento di uno dei rarissimi “Tipping Points” positivi, un punto di svolta critico nella lotta contro il surriscaldamento del clima


Pechino sta dimostrando che crescita economica non rima più con aumento del consumo di combustibili fossili

Per troppo tempo, le economie emergenti si sono viste confrontate a quello che sembrava un compromesso impossibile tra crescita e sostenibilità, un assioma che ora la Cina ha rovesciato, mostrando che lotta contro il surriscaldamento del clima (sicurezza energetica) e crescita economica non si escludono affatto a vicenda. Al contrario: tramite una pianificazione oculata, innovazione ed economie di scala, Pechino sta dimostrando che la decarbonizzazione può andare a braccetto con il potenziamento industriale, la creazione di posti di lavoro, il miglioramento della qualità della vita e, soprattutto, con la protezione del clima. Accelerando sulla transizione energetica, allargandone il campo e rendendola più sistematica, il governo di Pechino ha iniziato a rimodellare le prospettive economiche e le realtà energetiche non solo del proprio paese, ma addirittura a livello globale.

Il dispiegamento massiccio dell’eolico e del fotovoltaico, la costruzione di enormi impianti di stoccaggio di elettricità su batterie, il rafforzamento massiccio della rete elettrica, combinati con una rapida elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento degli edifici e della produzione industriale, hanno fatto del gigante asiatico, in appena un decennio, il campione mondiale delle rinnovabili, riducendo nel contempo i costi dell’energia e accelerando l’adozione di tecnologie elettriche pulite anche in numerosi altri paesi emergenti, in particolare dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ecco perché in questo inizio 2026 si intravvede per la prima volta la possibilità di un declino reale del consumo di combustibili fossili.


Boom di eolico e fotovoltaico in Cina

Le cifre sono da capogiro. In soli 3 anni, dal 2022 al 2024, la capacità della Cina di generare elettricità tramite l’eolico e il solare è più che raddoppiata, passando da 635 GW a 1’408 GW. Nei 12 mesi precedenti  il luglio del 2025, gli impianti eolici e solari cinesi hanno generato 2’073 TWh di elettricità, ossia più elettricità di tutte le altre fonti energetiche che non emettono CO2 (nucleare, idroelettrico e bioenergia) messe insieme (1.936 TWh), e all’inizio dello scorso anno, la capacità produttiva combinata dell’eolico e del solare ha superato quella del carbone il che permetterà alla Cina di ridurre per la prima volta del 2% il suo consumo di combustibili fossili.

Questo risultato è stato ottenuto tramite enormi investimenti nel fotovoltaico, nell’eolico, nello stoccaggio di elettricità su batterie e nell’ampliamento della rete elettrica. In questi 4 campi, nel solo 2024, la Cina ha speso complessivamente ben 625 miliardi di dollari, ovvero il 31% dei 2’033 miliardi di dollari investiti a livello globale. Nei tre anni fino al 2024 la capacità di stoccaggio energetico su batterie è addirittura triplicata e un’ulteriore accelerazione s’è vista a cavallo fra il 2024 e il 2025, quando gli investimenti cinesi nel campo dello stoccaggio di elettricità su batterie sono cresciuti del 69%. Quelli nella rete elettrica non sono stati da meno e hanno raggiunto nel 2024 il massimo storico di 85 miliardi di dollari. Con queste cifre la Cina rappresenta oggi il più grande investitore nelle energie rinnovabili a livello mondiale.


La Cina si è lanciata nella transizione energetica per tutta una serie di ragioni

Il governo cinese è stato il primo a comprendere che il vecchio paradigma di sviluppo incentrato sui combustibili fossili, che ha permesso alla Cina di assurgere a prima potenza industriale mondiale, ha fatto il suo corso e che non è più adatto alla realtà del 21° secolo. Il nuovo obiettivo definito dal governo di Pechino è quello di creare una “civiltà ecologica”, che raggiunga contemporaneamente tutta una serie di obiettivi economici, sociali e ambientali. Nel 2018 questo obiettivo strategico è stato inserito formalmente nella Costituzione cinese.

Si tratta di un obiettivo destinato a permettere alla Cina di ridurre pure i costi energetici, di stimolare la crescita e l’occupazione, di sviluppare nuovi mercati per le sue esportazioni e di affrancarsi nel contempo dalla dipendenza da combustibili fossili importati. Non a caso l’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, ha fissato la scorsa primavera a 20 anni il termine per il raggiungimento della completa autosufficienza energetica. In parole chiare la Cina intende essere completamente attrezzata entro due decenni “per sostituire gli oltre 500 milioni di tonnellate di petrolio greggio consumati ogni anno”.

Come prossimo passo di questa strategia la National Energy Administration cinese ha annunciato proprio lo scorso 23 febbraio che nell’ambito del 15° piano quinquennale (2026-2030) il sistema energetico cinese subirà tutta una serie di profondi e complessi cambiamenti. Ren Yuzhi, il capo del dipartimento di pianificazione dell’amministrazione, ha sottolineato in particolare il fatto che la crescente frammentazione geopolitica del commercio energetico globale, l’aumento di eventi meteorologici estremi, le crescenti minacce alla sicurezza, insieme ai rapidi cambiamenti tecnologici, obbligano la Cina a rimodellare a fondo il suo intero settore energetico.

Quale baluardo a tutte queste minacce, il paese intende da un lato migliorare ulteriormente i flussi energetici e ammodernare le proprie infrastrutture, e dall’altro aumentare l’autosufficienza e decentralizzare l’offerta in modo che nel giro dei prossimi 5 anni l’offerta locale delle varie provincie possa coprire almeno il 70% dell’aumento previsto della domanda di energia. Questo anche nelle regioni industriali costiere, che sono particolarmente energivore e che finora coprivano gran parte del loro fabbisogno di elettricità tramite linee di trasmissione ad alta tensione a lunga distanza, importando elettricità dalle regioni occidentali del Paese, che sono ricche di risorse energetiche ma scarsamente popolate.

La messa in atto di questo vasto programma era già ben ingaggiata nel piano quinquennale precedente e, nel solo 2024, gli investimenti e la produzione di energia pulita hanno contribuito al prodotto interno lordo della Cina per un ammontare di 1’900 miliardi di dollari, una somma equivalente a circa un decimo del suo PIL. Si tratta per di più di un settore che sta crescendo tre volte più velocemente di tutta l’economia cinese nel suo insieme.


Nel 2025, il 75% dei brevetti concernenti le rinnovabili depositati a livello mondiale sono stati cinesi

Questa offensiva industriale è accompagnata da investimenti estremamente importanti anche nei campi della formazione e della ricerca. Non a caso le università cinesi, outsider fino a qualche anno fa, sono entrate quest’anno con ben 7 atenei nella classifica delle top 10 migliori a livello mondiale nei campi dell’informatica e delle scienze fisiche. Per dare un’idea della velocità di questa scalata basta ricordare che appena un anno fa nelle top 10, di università cinesi ce n’erano solo 4. I risultati nel campo della ricerca sono altrettanto impressionanti: mentre nel 2010 i brevetti depositati dalla Cina nel settore delle rinnovabili rappresentavano un marginale 5% del totale globale, 15 anni più tardi, nel 2025, erano passati al 75%. Oggi la Cina detiene oltre 700’000 brevetti per le energie rinnovabili, più della metà del totale mondiale.

Gli enormi investimenti cinesi nei campi della formazione, della ricerca, della produzione e in quello dello stoccaggio delle energie rinnovabili hanno avuto un impatto determinante sui costi di produzione delle turbine eoliche, dei pannelli solari, delle batterie di accumulo e dei veicoli elettrici, che sono diminuiti drasticamente. In appena 15 anni, sul mercato internazionale, il prezzo dell’elettricità prodotta tramite l’eolico terrestre è così passato da 86 dollari al megawattora a circa 50, mentre quello dell’elettricità prodotta col fotovoltaico è addirittura crollato da circa 400 dollari al megawattora a meno di 30 dollari. Parallelamente il prezzo delle batterie al litio è calato del 90% al kWh, cementando così il dominio assoluto della Cina nel campo delle rinnovabili. Il costo dell’elettricità prodotta tramite il fotovoltaico e l’eolico, incluso il suo stoccaggio su batterie, è oggi oramai nettamente inferiore a quello dell’elettricità prodotta utilizzando qualsiasi tipo di carburante fossile, incluso l’uranio.


La Cina sta rimodellando il mercato globale dell’energia

Mentre su suolo cinese il dispiegamento dell’energia eolica, di quella solare e dello stoccaggio di elettricità su batterie cresce in modo esponenziale, anche l’esportazione di tecnologie rinnovabili cinesi segna un boom, e ha già consentito al 63% dei paesi emergenti di superare gli USA in termini di quota di produzione elettrica tramite il fotovoltaico. L’esempio dell’Africa è molto eloquente: l’anno scorso in questo continente sono stati installati 4,5 gigawatt di nuova capacità solare, oltre il 50% in più rispetto all’anno precedente, e, stando all’Africa Market Outlook for Solar, i paesi africani potrebbero aggiungerne altri 33 GW entro il 2029, oltre 7 volte quelli aggiunti nel 2025. A trainare questa crescita esplosiva del solare sono il Sudafrica (+1,6 GW nel 2025), la Nigeria (+803 MW), l’Egitto (+500 MW), l’Algeria (+400 MW), il Marocco (+204 MW), lo Zambia (+139 MW), la Tunisia (+120 MW) e il Botswana (+120 MW). Il fatto è che un pannello fotovoltaico costa oramai appena 60 dollari, e nel giro di soli 6 mesi si rivela già più economico di un generatore al gasolio. Un pannello fotovoltaico fornisce infatti 550 kWh di elettricità all’anno, mentre con la stessa somma si possono comperare circa 100 litri di gasolio, di che produrre con un solo generatore 275 kWh di elettricità.

Al ritmo con cui la Cina sta producendo pannelli solari, turbine eoliche e batterie, molte cose rischiano di essere spazzate via entro pochi anni, compresi i problemi finora apparentemente irrisolvibili, come la penuria energetica o la dipendenza dai combustibili fossili. Nel 2024, la capacità di produzione di elettricità installata sul nostro intero pianeta era di circa 10 terawatt   (1 TW = 1000 miliardi di watt), una cifra che include tutte le fonti, ossia carbone, gas, idroelettrico, nucleare, eolico e fotovoltaico. Ebbene oggi l’industria solare cinese è in grado “sfornare” ogni anno pannelli fotovoltaici per una capacità totale di 1 terawatt. L’economia di scala di questo gigantesco parco industriale ha permesso di abbassare il costo medio per generare 1 chilowattora (kWh) di elettricità fotovoltaica a soli 4 centesimi: in altre parole Pechino ha fatto del fotovoltaico la forma di energia più economica di tutta la storia dell’umanità.


Protezionismo, sovvenzioni, dumping, concorrenza sleale, le accuse rivolte alla Cina sono molte, ma mascherano solo l’incapacità dell’Occidente capitalista di pianificare il proprio futuro sul lungo termine

I governi e la stampa occidentali hanno spesso accusato la Cina di concedere ingenti sussidi alle aziende che producono energia rinnovabile e auto elettriche, e di praticare il dumping, ma ciò non corrisponde affatto alla realtà. Il fatto è che il modello economico cinese non è quello capitalistico tradizionale del libero mercato in cui ognuno fa quello che gli pare, bensì un modello ibrido che combina, tramite una pianificazione sul medio e lungo termine (piani quinquennali), i vantaggi di una pianificazione centralizzata con i meccanismi di mercato tipici delle economie capitaliste. Il governo centrale di Pechino definisce così gli obiettivi strategici nell’interesse del paese e favorisce le aziende che implementano questi obiettivi, ma una volta raggiunti tali obiettivi , i favori cessano. Nel gennaio dell’anno scorso, il governo di Pechino ha ad esempio annunciato la fine della politica che aveva effettivamente favorito le rinnovabili, ancorandone il prezzo di vendita a quello dell’energia prodotta dalle centrali a carbone di ciascuna provincia, centrali che forniscono elettricità a prezzi molto più elevati delle rinnovabili. In questo modo aveva spinto molte aziende a investire grosse somme nel campo delle rinnovabili. A gennaio dell’anno scorso, preso atto che il mercato delle rinnovabili è oramai maturo, ha tuttavia stabilito che le capacità di solare messe in rete a partire da luglio 2025 non avrebbero più potuto usufruire di tale privilegio. Da notare che questo tipo di politica non è poi tanto diverso da quello praticato dall’Unione Europea, dove in gran parte dei paesi gli acquirenti di auto elettriche godono di sovvenzioni cospicue e dove il prezzo dell’energia elettrica fornita dagli impianti fotovoltaici ed eolici è ancorato a quello della fonte energetica più cara, ossia a quello dell’elettricità fornita dalle centrali a gas: un fatto che spiega in parte anche il caro bollette degli ultimi anni, visto che il gas importato dagli USA costa parecchio di più di quello importato in passato dalla Russia.


La fine del loro regime privilegiato ha provocato un boom di rinnovabili

Ciò che è accaduto in Cina a seguito dell’annuncio della prossima fine del regime privilegiato delle rinnovabili è stato del tutto prevedibile: un boom senza precedenti di fotovoltaico provocato da tutti gli imprenditori pubblici e privati che hanno voluto ancora approfittare dell’ultima occasione per ottenere il prezzo garantito particolarmente vantaggioso per la loro produzione di elettricità fotovoltaica. Così nei primi tre mesi del 2025 sono stati aggiunti alla rete nazionale cinese 60 gigawatt di nuova capacità solare. Ad aprile ne sono stati aggiunti altri 45 gigawatt e a maggio addirittura 92, ossia in 5 mesi una media di +3 gigawatt al giorno. Per mettere queste cifre in prospettiva, basta ricordare che una tipica centrale nucleare come quella svizzera di Leibstadt ha una capacità produttiva di 1,2 gigawatt di elettricità. In altre parole in Cina è stata aggiunta in soli 5 mesi una capacità fotovoltaica equivalente a quella di 164 centrali nucleari del tipo di quella di Leibstadt.

Dopo la scadenza di questo regime privilegiato, il ritmo di messa in rete di nuove installazioni fotovoltaiche è tuttavia tornato a ritmi più normali e negli ultimi quattro mesi dell’anno scorso sono stati aggiunti ogni mese alla rete elettrica cinese in media 10 gigawatt di nuova capacità solare, il che corrisponde comunque a quella di altre 33 centrali nucleari.


Continuando a questi ritmi, la Cina potrebbe riuscire a elettrificare tutta la sua economia entro il 2051

Da notare che in pochi anni la Cina ha realizzato una capacità di produzione di elettricità da eolico, fotovoltaico e idroelettrico superiore alla somma di tutti i reattori nucleari mai costruiti nella storia dell’umanità. Secondo Mark Zachary Jacobson, professore di ingegneria civile e ambientale presso la Stanford University e direttore del suo Atmosphere/Energy Program, “al ritmo attuale, se la Cina elettrificasse i trasporti, gli edifici e l’industria e continuasse a implementare le energie rinnovabili, potrebbe raggiungere il 100% di energia rinnovabile in tutti i settori entro il 2051. Gli Stati Uniti, dal canto loro, raggiungerebbero lo stesso obiettivo attorno al 2148, ossia circa 100 anni più tardi”.

In questo ultimo quinquennio la Cina, oltre ad accelerare massicciamente la sua transizione energetica verso le rinnovabili, ha pure continuato ad elettrificare a tappe forzate la sua economia. Il governo di Pechino può così vantarsi d’aver raggiunto gli obiettivi che si era fissato nel suo piano quinquennale parecchio tempo prima del previsto, ossia: con 2 anni di anticipo, quello di realizzare 30 GW di accumulo di energia, con 3 anni di anticipo quello di raggiungere una quota di mercato del 20% per i veicoli elettrici (nel 2025 il 33% delle auto vendute in Cina sono state auto al 100% elettriche) e addirittura con 6 anni di anticipo quello di raggiungere i 1’200 GW di capacità eolica e solare, quest’ultimo obiettivo era stato fissato, è bene sottolinearlo, per il 2030 ed invece è già stato raggiunto nel 2024. Ciò a dimostrazione del fatto che quando c’è una chiara volontà politica le cose possono andare molto in fretta.


Gli Stati Uniti fanalino di coda delle rinnovabili, ma vi sono anche alcune notizie che lasciano sperare

La politica del “drill, baby drill” di Donald Trump ha provocato nel primo anno della sua presidenza un aumento del 2,4% delle emissioni di gas serra, un tasso quindi superiore a quello della crescita del PIL (+2%). La forte crescita della domanda di elettricità dovuta al proliferare dei data center è stata infatti coperta in parte aumentando il consumo di carbone, ma un’altra parte anche tramite l’espansione del fotovoltaico, la cui parte nel mix elettrico degli USA è aumentata da un modesto 6,9% ad un poco meno modesto 8,7%. Fra i vari stati dell’Unione vi sono tuttavia lodevoli eccezioni, ad esempio il Dakota del Sud, che l’anno scorso ha prodotto circa il 120% del suo fabbisogno elettrico tramite l’eolico, l’idroelettrico e il solare. Attualmente ci sono una dozzina di stati USA che producono tra il 50 e il 120% del loro consumo di elettricità tramite fonti rinnovabili. Sorprendentemente molti di questi stati sono governati dal Partito Repubblicano, come lo Iowa, che produce quasi l’80% della sua elettricità con l’eolico e altri stati repubblicani come il Montana, il Kansas, l’Oklahoma e il Texas che stanno rapidamente espandendo le loro capacità di rinnovabili. Le grandi pianure del Middle West dispongono infatti di un enorme potenziale eolico, esportabile anche nel resto del paese e non a caso c’è chi ha definito le “Great Plains” l’Arabia Saudita del vento.


Inarrestabile e con un impatto colossale

I cambiamenti epocali non si sono mai verificati senza scossoni e ciò vale in particolare per la transizione energetica. Come fa notare in un articolo pubblicato lo scorso 28 gennaio su “Wired” lo specialista Jeremy Wallace, professore di studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies: “China’s Renewable Energy Revolution Is a Huge Mess That Might Save the World”, “La rivoluzione cinese delle energie rinnovabili è un enorme casino che potrebbe però salvare il mondo”.

Il fatto è che a livello globale gli attivi delle infrastrutture concernenti le energie fossili ammontano a svariate migliaia di miliardi di dollari. Ciò comprende gli impianti di estrazione, di trasporto, come oleo- e gasdotti, porti, l’enorme flotta di navi dedicate al trasporto del petrolio e del gas, gli impianti di raffinazione, la gigantesca rete di pompe di benzina, l’industria automobilistica tradizionale e quella della sua componentistica, le centrali elettriche a carbone e a gas, per citare soltanto le componenti più importanti di queste infrastrutture fossili. Ebbene, al ritmo con cui la Cina si è lanciata nella produzione di pannelli fotovoltaici, di turbine eoliche e di batterie, tutto ciò è destinato a scomparire o dovrà essere convertito all’elettrico e nessuno sembra ancora rendersi veramente conto del drammatico impatto che questa rivoluzione industriale avrà a medio termine sulle nostre economie, sulla stabilità sociale e sui rapporti di forza a livello geopolitico.


Una lezione per l’Europa e la Svizzera

Date le dimensioni dell’economia cinese, il cambiamento epocale in atto nel suo sistema energetico e industriale è destinato immancabilmente ad avere effetti globali. Poco importa se oggi a molti il successo cinese possa sembrare una minaccia: imprenditori e politici dovranno tenerne conto, pena il ritrovarsi con la propria industria nella scomoda posizione del fanalino di coda dell’economia globale. Alla classe politica dei paesi europei, inclusa quella della Svizzera, che ha intrapreso da anni piuttosto controvoglia una timida transizione energetica e che ora è addirittura confrontata a innumerevoli richieste di ritardarne ulteriormente gli obiettivi, la Cina offre l’esempio di un paese che riesce a fare quadrare leadership, rapidità, successo economico, benessere sociale, sicurezza energetica e lotta contro il surriscaldamento del clima. Cosa succede a chi perde questo treno lo mostra la crisi in cui è precipitata l’industria automobilistica europea e quella di oltre Atlantico, la quale, troppo sicura dei suoi successi passati, ha mancato la svolta all’elettrico e s’è fatta dribblare in appena cinque anni dai cinesi.

Tratto da Naufraghi del 13.03.26