Era un lunedì, il 30 agosto del 1965, quando alle 17.15 dal ghiacciaio dell’Allalin, nella valle di Saas, in Vallese, si staccarono milioni di metri cubi di ghiaccio che piombarono sulle baracche del cantiere per la costruzione della diga di Mattmark. Rimasero seppelliti 88 operai: 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e 1 apolide.

Fu la più grave tragedia sul lavoro accaduta in Svizzera.

Nel nostro paese i morti sul posto di lavoro, secondo dati della SUVA, sono circa un centinaio ogni anno. Nel 2024 sono stati censiti 179’550 infortuni e malattie sul lavoro. Quando lavoratori perdono la vita nello svolgimento della loro attività, c’è una domanda che risuona a gran voce: si poteva evitare? La risposta, per quanto riguarda Mattmark e molte altre situazioni, è sì, si poteva evitare

I ghiacciai si muovono e l’Allalin aveva dato segnali preoccupanti. Le baracche erano state costruite proprio sotto la lingua del ghiacciaio, dovevano essere vicine al cantiere per non far perdere tempo agli operai. Già nel 1949 era avvenuta una catastrofe simile che aveva ucciso dieci persone. Pochi giorni prima della tragedia un blocco di ghiaccio era caduto vicino alle baracche e altro materiale era franato dietro la mensa. Lo storico Toni Ricciardi ha ricostruito in Morire a Mattmark la storia della catastrofe, che per molti anni fu dimenticata.

Il processo si tenne a Visp nel 1972 con 17 imputati convocati dopo sette anni di istruttoria, tutti accusati di omicidio per negligenza. Fra questi c’erano i dirigenti di Elektrowatt, la ditta appaltatrice dei lavori. Prevalse, anche sotto la pressione della politica, la tesi della catastrofe naturale. Sentenza confermata in appello con l’ultima beffa ai danni delle famiglie, condannate a sostenere le spese processuali. 

Soltanto due anni fa, scaduto il periodo di protezione dei dati, come spiega il Corriere dell’italianità, è venuto alla luce il progetto di sentenza preparato dal giudice Paul Eugen Burgerer, che voleva chiamare a rispondere i responsabili del disastro. Il giudice, da quanto riferisce il giornalista Kurt Marti sul Beobachter, aveva chiesto un verdetto di colpevolezza per quattro imputati della società Elektrowatt, ma fu messo in minoranza. Anche il Tribunale cantonale, come quello distrettuale, seguì la tesi dell’”imprevedibilità” e tutti gli imputati furono assolti.

La tragedia di Mattmark fu un punto di svolta della politica migratoria dei sindacati svizzeri. È quanto sostiene Vasco Pedrina – pilastro del sindacalismo elvetico, già copresidente dell’Unione sindacale svizzera e già copresidente di Unia – nel recente volume pubblicato in occasione dei sessant’anni dalla catastrofe (a cura di Elisabeth Joris, Mattmark 1965 – Erinnerungen, Gerichtsurteile, italienisch-schweizerische Verflechtingen).

L’impegno della Federazione svizzera dei lavoratori dell’edilizia e del legno (FLEL) per tutti i lavoratori del cantiere di Mattmark – scrive Pedrina – indipendentemente dall’origine, segna l’inizio di una svolta nella politica migratoria sindacale, passando dal vedere i lavoratori/trici immigrati come concorrenti sul mercato del lavoro a quella di considerarli come attori/attrici alla pari nella lotta comune per i diritti lavorativi e sociali. Il ruolo del ticinese Ezio Canonica (segretario centrale FLEL) fu cruciale”.

Il sindacato svizzero, negli anni della Guerra fredda, ebbe posizioni rigide nei confronti dei sindacati italiani di matrice comunista, come la CGIL. Dopo la catastrofe di Mattmark la FLEL frenò i tentativi da parte dei delegati italiani degli operai di promuovere scioperi. Anche sette anni dopo, in occasione del processo, il sindacato svizzero espresse fiducia nei confronti della giustizia e mantenne una certa riserva nel dibattito politico. “Ma al termine della procedura giudiziaria – annota Vasco Pedrina – la FLEL dovette riconoscere di essersi sbagliata”, e reagì indignata alla sentenza di assoluzione, così che le famiglie, con il sostegno sindacale, presentarono ricorso contro la sentenza di prima istanza.

Ezio Canonica criticò duramente le assoluzioni e scrisse: “Un contrasto repellente colpisce: le imprese operanti nel cantiere della centrale idroelettrica di Mattmark avevano assicurato il loro inventario e le loro macchine contro i rischi di una catastrofe. Per gli operai non è stata stipulata una assicurazione equivalente”. “È inaccettabile, sia per il lavoratore sia per il sindacato, che la negligenza e le omissioni dei datori di lavoro e degli organi di controllo provochino la morte di lavoratori”. 

Negli anni sessanta il sindacato svizzero aveva assunto posizioni xenofobe. “I sindacati tollerarono norme legali discriminatorie, come quelle riguardanti lo statuto di stagionale. Nell’ottica sindacale, ciò che oggi è più difficile da digerire è che – come le autorità – essi ebbero ricorso nelle loro posizioni sull’‘inforestierimento’ a un vocabolario simile a quello della estrema destra xenofoba”, sottolinea Vasco Pedrina.

Ezio Canonica, segretario centrale della FLEL dal 1947 al 1967, fu tra i primissimi dirigenti sindacali a capire che l’immigrazione era diventata un fattore strutturale dell’economia svizzera, tanto che anche i lavoratori italiani cominciarono ad aderire ai sindacati. I segni di questa svolta figurano in documenti della FLEL, come il rapporto di attività 1962-64, citato da Pedrina: “Contrariamente ad alcuni circoli che adottano un doppio linguaggio a seconda che si rivolgano ai lavoratori svizzeri o stranieri, la nostra Federazione può vantare una linea chiara verso entrambi i gruppi. Il nostro obbiettivo è, e resta, creare mediante una migliore comprensione reciproca, una sintesi di interessi tra lavoratori svizzeri e stranieri, condizione indispensabile alla solidarietà in seno alla classe operaia”

La FLEL fu quindi il primo sindacato dell’USS, negli anni Sessanta, a iniziare a organizzare sistematicamente i lavoratori immigrati.

Canonica criticò anche la pace del lavoro, sostenuta soprattutto dal sindacato dei metalmeccanici, la FLMO, su posizioni xenofobe, e fu il primo dirigente sindacale a mettere in discussione lo statuto di stagionale. Erano anni bui, segnati anche dalle iniziative promosse da James Schwarzenbach che volevano limitare gli stranieri al 10% della popolazione totale. Il 7 giugno 1970 l’iniziativa ottenne il 47% di sì, un risultato scioccante. Canonica si batté alacremente contro l’iniziativa che però fu sostenuta da diverse sezioni sindacali.

“Dopo Mattmark – scrive Vasco Pedrina – l’esito della votazione Schwarzenbach costituì una seconda scossa, contribuendo al cambiamento di rotta nella politica migratoria di tutti i sindacati. In conclusione, Mattmark e Canonica segnano l’inizio di un difficile percorso verso una svolta storica nella politica migratoria sindacale e, più tardi, in quella nazionale”.

Tratto da Naufraghi del 28 agosto '25