Se lo confesso ora è perché, di questa abitudine per alcuni irritante, insopportabile ‒ persino inconcepibile ‒ mi sono ritrovato a parlare di recente con una collega. Più precisamente, mi sono ritrovato a riflettere con lei su ciò che succede quando si riprende in mano un libro letto anni prima. Ebbene, spesso non ci si ricorda esattamente perché si era sottolineato un certo passaggio. Che ci aveva colpito è indubbio, altrimenti non avremmo afferrato la matita per lasciare un segno sulla carta prima di continuare la lettura. Ma è difficile ricordare di preciso in che modo ci aveva toccato.

Beninteso, lo stesso vale quando si scrive. E questo, paradossalmente, l'ho capito ben prima, grazie a una discussione avvenuta al liceo. Un amico, anche lui con la passione per la scrittura, mi aveva confessato, colmo di frustrazione, di aver riletto un testo scritto un anno prima e di averlo trovato pessimo: «Quando l'ho scritto mi sembrava di aver buttato giù qualcosa di buono. Ora mi dico che è terribile». Anche a me era già capitato di vivere quel tipo di frustrazione, ma non ci avevo mai veramente riflettuto. Siamo arrivati alla conclusione che, molto semplicemente, il nostro senso critico era migliorato, il che non era affatto un male.

In parte si tratta certamente di questo anche per la lettura, soprattutto quando si è giovani. Ma anche una volta che il nostro senso critico ha raggiunto una certa maturità, il nostro modo di leggere non smette di evolvere. I nostri interessi cambiano, prestiamo attenzione ad aspetti diversi della realtà, diamo meno importanza a certe cose e di più ad altre. Anche il mondo attorno a noi cambia e, con lui, anche il nostro modo di leggere. In un romanzo ambientato in Palestina, con tutta probabilità oggi non sottolineeremmo gli stessi passaggi che avremmo sottolineato dieci anni fa. E che dire di quando leggiamo una storia d'amore mentre ne viviamo una, rispetto a quando ce ne siamo da poco lasciati una alle spalle? Magari nel periodo in cui leggevamo tal libro avevamo in programma un viaggio in Portogallo. O forse, invece, ci trovavamo in Norvegia. Quante volte ci è capitato di poter leggere un libro tutto d'un fiato? E quante, invece, di doverci accontentare di avanzare poche pagine alla volta?

Spulciando fra le mie letture passate, mi chiedo cosa avesse suscitato in me questo passaggio tratto dal classico della fantascienza “Io sono leggenda” di Richard Matheson, letto durante gli anni dell'università: «Dopo le prime settimane in cui aveva nutrito grandi speranze nel cane, si era lentamente reso conto che le grandi speranze non avevano mai risolto nulla». È possibile che all'epoca lo avessi sottolineato perché non ero d'accordo, perché credevo fermamente che le grandi speranze erano proprio ciò che il mondo aveva bisogno per fare qualche passo avanti. Ora lo sottolineerei, forse, perché mi sono anch'io «lentamente reso conto che le grandi speranze», da sole, non risolvono nulla.

Sia quel che sia, non sottolineo i libri per lasciare tracce da poi ritrovare. È semplicemente un'abitudine come un'altra, che mi aiuta a rimanere focalizzato sul mondo narrativo in cui sono immerso in un dato momento. Ma dato che di tracce se ne lasciano sempre, spesso involontariamente ‒ segnate a matita tra le pagine di un libro, incastrate per sempre fra un malinteso e una buona intenzione ‒ quando se ne ritrova una, tanto vale soffermarcisi sopra un istante. Le tracce ci dicono dove siamo stati, certo. Ma guardandole dalla giusta angolazione, ci aiutano a capire anche dove ci troviamo ora, quale percorso abbiamo fatto per arrivarci e in che direzione val la pena proseguire; magari anche come maneggiare le «grandi speranze» che abbiamo la fortuna di tenere ancora tra le mani.