Giuseppe “Beppe” Dunghi era tutto questo per noi del ForumAlternativo e, osiamo affermare, per chiunque lo abbia conosciuto nell’infinità di appuntamenti ai quali non mancava mai. Nel ricordarlo, in molti hanno evocato il suo carattere riservato, «entrando in punta di piedi» per usare le parole di Matteo Caratti, direttore del quotidiano per cui Beppe ha trascorso anni nel correggere le bozze di generazioni di giornalisti.
Ma, quei piedi, Beppe sapeva ben piantarli quando la sua coscienza lo imponeva. Lo sa bene anche Caratti, che lo riassunse a metà tempo dopo averlo licenziato a seguito di un duro scontro tra il “padrone editore” e l’operaio Beppe. Quando andai a trovarlo a casa dopo quei fatti, mi mostrò l’orto cresciuto a dismisura. Aveva persino ricavato uno spazio dove coltivare gli asparagi. «Compensiamo il dimezzamento del reddito, autoproducendo il cibo di cui necessitiamo. Non ancora tutto, ma quasi ci siamo» disse riferito al lavoro suo e della compagna di vita Marta.
Beppe amava la terra e la fatica del lavoro poi ricompensato dal piacere del raccoglierne i frutti. Si piegava solo per lavorar la terra, mai davanti a un’ingiustizia. Che fosse subita da lui o da altri, non importava. Stava sempre dalla parte degli ultimi, senza se e senza ma. Beppe era un uomo vero, sincero e generoso. Sempre disponibile a dare una mano a chi aveva subito un’ingiustizia dal sistema.
Era bello discorrere con lui. Abbeverandomi della sua immensa cultura e la vasta conoscenza della storia umana, fugavo rapidamente quei dubbi nei momenti di smarrimento, ritrovando prontamente la ragione nello stare dalla parte del giusto. L’inflessibilità di Beppe mi rincuorava. Non era uomo da compromessi. La sua passione vibrante si riversava contro i crumiri che si rifiutavano di partecipare agli scioperi, il sindaco che si prostrava a criminali di guerra sionisti, i professionisti dello schiavismo interinale, i socialtraditori della lotta di classe o ai bigotti falsamente cristiani, per non ricordare che qualche aneddoto. Modesto e umile, affermava di non esser bravo a scrivere, perché gli occorreva tempo. In realtà era l’attaccamento alla natura della parola a renderlo estremamente meticoloso nella scelta accurata del termine appropriato. Magistrali sono i suoi contributi apparsi su area nella rubrica da lui curata, intitolata non casualmente “Lavoro”.
Amava le parole e odiava chi ne snaturava il senso. «Dobbiamo riprenderci il senso delle parole, il loro vero significato, di cui la destra si è falsamente appropriata». L’amore e la conseguente difesa del territorio non possono esser lasciati a quei cialtroni dei leghisti, sempre pronti a prostrarsi agli speculatori cementificatori. “Padroni a casa nostra” per poter devastare il territorio a loro piacimento, spiegava. Non si deve arretrare di un millimetro, combatterli su ogni fronte, erano i suoi insegnamenti. Beppe, profondo conoscitore della storia del cristianesimo, nutriva ben poca simpatia per l’ipocrisia degli eletti sotto il mantello del cattolicesimo, pronti a vendere per meri interessi materiali la sacralità del riposo festivo. A questo proposito, un giorno mi fece conoscere l’effige del Cristo della domenica, dove Gesù era trafitto dagli strumenti del lavoro che non devono essere utilizzati dall’uomo nei giorni di festa. «Tradiscono o ignorano la loro storia. Non so cosa sia peggio», diceva sornione.
Beppe era una certezza. La sua immensa cultura e profonda conoscenza della storia umana gli consentiva di leggere con coerenza i fatti della società odierna. E sapeva trasmetterla agli altri. Non ci mancherai Beppe, perché sarai sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti.

