Le elezioni presidenziali americane sono sempre accompagnate, oltre che dal rinnovo di tutta la Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato, anche da una serie di votazioni referendarie in molti Stati.

Alcune hanno avuto un esito molto positivo, come la depenalizzazione di parte delle droghe pesanti in Oregon, altre molto negative, come l’introduzione di ulteriori impedimenti all’aborto in Louisiana. A noi interessava però soprattutto una votazione in California, stato considerato come uno dei più progressisti, tant’è vero che Biden ha avuto addirittura il doppio dei voti di Trump.

La popolazione dello Stato ha votato sulla cosiddetta “Proposition 22”, tramite la quale Uber e le principali ditte della cosiddetta gig economy proponevano di modificare le norme statali che regolano il lavoro salariato, togliendo ai conducenti affiliati a queste aziende lo statuto di dipendente (e i conseguenti diritti) per classificarli invece come “piccoli imprenditori”, privandoli così dei benefici sociali riconosciuti dalla legge come la copertura assicurativa e sanitaria. Uber & Co hanno investito in questa battaglia epocale più di 200 milioni di dollari a sostegno della loro campagna, una dozzina di volte in più di quanto sono invece riusciti a raccogliere coloro che difendevano la legge introdotta dal Parlamento californiano.

Purtroppo la maggioranza degli elettori californiani (un po’ meno del 58%) ha accettato la Proposition 22, che quindi cancella ogni norma statale in proposito. Questo dimostra quanta strada c’è ancora da fare per superare i disastri del neoliberismo, non solo negli Stati Uniti in generale, ma addirittura in stati considerati “a sinistra”, come la California. C’è quindi grossa delusione tra tutti coloro che sostengono una regolamentazione della gig economy.

Art Pulaski, segretario dei sindacati californiani, ha dichiarato: “Il montante osceno che queste società multimiliardarie hanno speso per ingannare il pubblico non potrà impedire che continueremo a batterci per dei salari decenti” (Le Monde, 6 novembre 2020). Difatti la battaglia si è ora immediatamente trasferita davanti ai tribunali, che potrebbero alla fine ribaltare almeno in parte la decisione popolare.