Il pubblico può far meglio del privato! Il servizio pubblico deve essere una prestazione che lo stato assicura al cittadino e diventare un diritto costituzionale.
Più stato o meno stato? Il dilemma in voga negli anni ottanta è sempre d’attualità, anche se da qualche tempo sembra assopito. Le disuguaglianze aumentano. Cresce il numero dei super ricchi e si moltiplicano i loro patrimoni, mentre i poveri sono sempre di più. La destra fa di tutto per indebolire il ruolo delle istituzioni, applicando la regola: privatizzare i guadagni e collettivizzare le perdite. La sinistra deve invece lottare per uno stato che assolva fino in fondo e nel modo migliore la sua funzione di garante del bene comune, rispondendo ai bisogni dei cittadini, soprattutto dei più deboli.
In questo quadro diventa fondamentale rivendicare servizi pubblici di qualità.
“Il servizio pubblico, – sostiene la professoressa Federica De Rossa – costituito dalla garanzia di un approvvigionamento universale di base di beni e servizi di prima necessità a prezzi equi, rappresenta una componente irrinunciabile dello Stato di diritto, il quale ha il compito di assicurare la soddisfazione dei bisogni primari dell’individuo al fine di consentirgli di assumere le proprie responsabilità sociali”.
“La dinamica sociale ed economica principale deve emanare dal servizio pubblico e non dall’economia privata dominata dalle multinazionali e dalla ricerca del profitto”, affermano Beat Ringger e Cédric Wermuth.
“Scopo del servizio pubblico non è il profitto, come malauguratamente è avvenuto a livello federale con la trasformazione delle regie in società anonime, ma l’interesse della cittadinanza”, precisa Diego Scacchi (ex-sindaco di Locarno), avvocato liberale radicale.
Il servizio pubblico è, deve essere, una rivendicazione sostanziale della sinistra. Attorno a questo concetto si giocano i diritti democratici dei cittadini. La lista dei servizi pubblici da salvaguardare è lunga. Limitiamoci ai principali: acqua potabile, elettricità, educazione e formazione; alimentazione, alloggio, sanità, trasporti, servizi postali e telefonici, connessione internet, mezzi di comunicazione. La grande scommessa con cui è confrontato il servizio pubblico è questa: “Bisogna dimostrare che il servizio pubblico soddisfa l’interesse generale meglio dell’iniziativa privata a condizioni economiche comparabili”. (De Rossa).
No alle privatizzazioni
Dal XVI al XVIII secolo, epoca del mercantilismo economico, fecero le loro prime apparizioni le imprese pubbliche monopolizzate. Poi arrivò l’ondata del pensiero liberale che, all’inizio dell’ottocento, scoprì l’ideologia del laissez faire. “Lo Stato liberale – spiega De Rossa – assunse la funzione di gendarme, restando per il resto semplice osservatore passivo dell’economia che era supposta regolarsi in maniera autonoma e tendere naturalmente (grazie ad una mano invisibile) verso un ordine sociale che soddisfa l’interesse generale”.
Bisogna attendere qualche decennio perché si cominci a delineare lo Stato provvidenziale, il welfare, che ha avuto uno sviluppo soprattutto in Francia. Anche nel nostro paese, nel corso del novecento, si è sviluppato il servizio pubblico con la realizzazione di istituzioni statali o parastatali, che hanno garantito un’offerta di servizi fondamentali: le scuole pubbliche, gli ospedali gestiti da comuni o cantoni, le PTT (poste telefoni e telegrafi), il trasporto pubblico della posta o delle aziende municipalizzate, la distribuzione dell’acqua potabile e dell’energia elettrica.
Dagli anni ottanta il vento è cambiato. “L’ideologia dell’apertura dei mercati e della deregolamentazione dell’economia, – sostiene De Rossa – cui è legata tra l’altro la privatizzazione dei tradizionali monopoli statali, si è sistematicamente contrapposta al servizio pubblico, mettendone addirittura in dubbio la legittimità”. Purtroppo questa tendenza ha incantato anche tanti governanti di sinistra, nel mondo intero. A livello federale c’è stata l’abolizione dello statuto di regie federali per la Posta, telecomunicazioni e le ferrovie e la liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica. In Ticino, la proposta di privatizzare l’Azienda elettrica ticinese (AET) è stata ritirata, però due aziende elettriche comunali, a Lugano e a Chiasso, sono state trasformate in società anonime. Falliti anche i tentativi di privatizzare la Banca dello Stato e l’Istituto delle assicurazioni sociali (IAS).
Graziano Pestoni, economista e sindacalista di lungo corso, ha pubblicato un’importante ricerca dedicata alle Privatizzazioni, ripercorrendo la storia di questa misura liberista che ha spadroneggiato in Europa e in Svizzera. Conclude il suo lavoro sottolineando che: “Il governo dei mercati ha portato povertà e incertezze. Solo con la sua fine e il ripristino della volontà collettiva e la prevalenza dell’interesse generale potremo disporre (di nuovo) di un servizio pubblico efficiente e democratico, una migliore qualità di vita, nonché di maggior rispetto della dignità di ognuno di noi”.
Concorrenza più burocrazia
Per contrastare la ventata liberista, in Ticino è stata costituita nel 2000 l’Associazione per la difesa del servizio pubblico. In oltre di vent’anni l’ASP è intervenuta a più riprese, con pubblicazioni e dibattiti, a difesa del servizio pubblico. Un movimento prezioso che ha svolto “una funzione essenziale nella democrazia, garantendo che la voce della base giunga al vertice, e assicurando un buon andamento all’ordinamento democratico”, come ha annotato Diego Scacchi, per molti anni presidente dell’associazione.
Come è cambiato il servizio pubblico in questi ultimi venti anni?
“Bisogna distinguere. In molti Paesi, tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania e altri, dopo aver preso atto dei disastri provocati dalle privatizzazioni, molti servizi sono stati rinazionalizzati. – ci spiega Graziano Pestoni, presidente dell’ASP – In Svizzera, invece, il Consiglio federale continua a proporre privatizzazioni e tagli alle entrate. Però, negli ultimi anni esse non sono state solo bocciate dal popolo, ma persino dal parlamento. In Ticino, purtroppo, la situazione è diversa. Sembrerebbe esserci un ritorno della politica del meno stato, tristemente nota dai tempi di Marina Masoni. E questa politica, a mio giudizio, non è contrastata dalle forze politiche con sufficiente determinazione”.
Un’attenzione particolare al servizio pubblico la dedicano Beat Ringger, verde segretario di Denknetz e Cédric Wermuth, consigliere nazionale e copresidente del partito socialista svizzero, nel loro Die service public revolution. (Pubblicazione che meriterebbe di essere tradotta in italiano). “La promessa liberale di ridurre la burocrazia attraverso la concorrenza e il mercato ha provocato esattamente il contrario. Sono necessari sempre più leggi, ordinanze e decreti per regolare i conflitti tra la ricerca del profitto, gli organi di controllo e i beneficiari”.
Qual è il senso di questa rivoluzione?
Chiediamo a Cédric Wermuth.
“Rivoluzione significa cambiare qualcosa in modo radicale, capovolgerlo. Con la nostra visione di una ‘rivoluzione del servizio pubblico’ intendiamo invertire il punto di orientamento centrale della nostra società. Attualmente si tratta di profitto e concorrenza. Noi proponiamo di mettere al centro l’orientamento al bene comune e la cooperazione – il nocciolo del servizio pubblico. Questo sarebbe una rivoluzione, cioè ribaltare tutto. Da qui il termine. In secondo luogo, significa anche ripensare il concetto di servizio pubblico: proponiamo di includere tutta una serie di lavori sociali, ad esempio lo sport, la cultura, le associazioni, le cooperative. Questo dimostra che un’economia diversa è già oggi molto più vicina alla vita quotidiana delle persone di quanto molti pensino”.
Servizio pubblico nella Costituzione
Estendere il concetto di servizio pubblico è una prospettiva stimolante. In Francia, dove la tradizione del service public è storicamente più rilevante, non mancano manifesti con rivendicazioni per guardare al futuro. Moratoria delle privatizzazioni, riforme fiscali, protezione sociale, ma anche “estensione del servizio pubblico per rispondere a nuovi bisogni e a nuove missioni sociali (politica famigliare, dell’infanzia, delle persone anziane o isolate, alloggio, digitalizzazione) e ecologiche (protezione dei beni comuni e della biodiversità, aiuto alla gestione individuale e collettiva dell’impatto ambientale e climatico)”.
In Svizzera nel 2004 il Consiglio federale ha definito il servizio pubblico come segue: “Il servizio pubblico è stabilito a livello politico e consiste nell’approvvigionamento di base di beni e servizi d’infrastruttura di buona qualità che siano accessibili a tutte le cerchie della popolazione e a tutte le regioni del Paese, alle stesse condizioni e a prezzi equi”. Il tentativo di ancorare nella Costituzione elvetica il concetto non ha avuto successo. Il Consiglio federale lo ha equiparato al servizio universale, riducendone, de jure e de facto, l’importanza. Un servizio universale che “riguarda essenzialmente le infrastrutture nei settori postale, delle telecomunicazioni, dei media elettronici (radio e tv), dei trasporti pubblici e delle strade, nella misura in cui esse rientrano nella sfera di competenza della Confederazione”.
Berna non ha voluto rafforzare il servizio pubblico, ma in sostanza ha scelto di mantenere e privilegiare la concorrenza, la proprietà privata o mista delle aziende e le liberalizzazioni invocate da decenni dall’Unione Europea.
Lo statuto giuridico del servizio pubblico è quindi decisamente debole, perché non offre diritti al cittadino. Affinché i diritti fondamentali dell’individuo non siano ridotti a semplici libertà formali, è necessario che il diritto alle prestazioni di servizio pubblico sia ancorato nella Costituzione. È quanto propone, fin dal 2008, la professoressa Federica De Rossa, che spiega: “Le lacune constatate impongono l’introduzione di un nuovo articolo 43b della Costituzione che abbia il tenore seguente: ‘La Confederazione, i cantoni e le loro entità decentralizzate assicurano l’approvvigionamento di beni e servizi che rientrano nei bisogni usuali della popolazione e ne garantiscano ad ognuno l’accessibilità, la migliore qualità e la fruizione a condizioni eque”. De Rossa ricorda anche che la comunità (“la forza di un popolo”) dovrebbe commisurarsi “al benessere dei più deboli dei suoi membri”, come recita il preambolo della Costituzione elvetica, purtroppo non sempre applicata.
Società della cura
Per consolidare il servizio pubblico non mancano le cose da fare per la sinistra e per chi ha a cuore il bene comune. “La comunità mondiale non è mai stata così ricca in risorse, in tecnologie, in conoscenze e esperienze e, allo stesso tempo, così ingiusta, ostile e negligente nell’uso delle risorse naturali”. Ringger e Wermuth sottolineano l’incapacità politica di affrontare le numerose crisi del nostro tempo: il clima, le disuguaglianze sociali e le necessità di cure. Concludono proponendo di rivendicare una società globale della cura:
Per cambiare le cose voi indicate che è necessario un “contratto sociale”. Ma, se pensiamo alla Svizzera, con gli attuali rapporti di forza è possibile pensare a un contratto sociale?
“Questa è ovviamente la questione centrale di ogni strategia politica della sinistra: come ottenere maggioranze? – ci dice Cédric Wermuth – Nel libro stiamo cercando di delineare i contorni, ma ovviamente la strada è ancora lunga. Personalmente, sono convinto che sia necessaria una combinazione di strategie: partito, sindacato, scioperi, movimenti, iniziative popolari. Senza tralasciare nulla”.
In Ticino, l’Associazione per la difesa del servizio pubblico lancia, ormai da anni, l’idea che si possa fare marcia indietro e riproporre le nazionalizzazioni. È un obiettivo raggiungibile e ancora necessario?
“Ripristinare le ex regie federali e quindi privilegiare la qualità del servizio per gli utenti, invece dei risultati finanziari, rimane un obiettivo ragionevole e necessario. – afferma Graziano Pestoni - Tutti i giorni possiamo constatare i disagi della situazione attuale, in particolare presso le FFS e la Posta. Un’iniziativa popolare, a mio giudizio, avrebbe il sostegno di una larga parte della popolazione”.
Se guardiamo alla politica svizzera degli ultimi decenni, dopo l’ondata liberista degli anni ottanta, non si può dire che il servizio pubblico sia stato rafforzato. Anche la sinistra, partito socialista e sindacati, sono stati in più occasioni ammaliati dalle sirene del liberismo, declinato a suo tempo in un socialismo che doveva imboccare la cosidetta terza via.
I consiglieri federali socialisti non sembrano considerare il servizio pubblico una priorità: casse malati, pensioni AVS, privatizzazione di posta e ferrovie, ecc. Ha ancora senso stare al Governo?
Lo chiediamo al copresidente del PS nazionale Cédric Wermuth.
“Sì, la partecipazione al Consiglio federale ha senso. Non vorrei immaginare un dibattito sulle FFS senza Simonetta o sulla LPP senza Alain. A volte è spiacevole perché devono anche sostenere i progetti decisi dalla maggioranza della commissione o del Parlamento, ma il nostro sistema collegiale funziona così. Posso però capire che a volte ci sia il desiderio che anche i nostri consiglieri federali portino o difendano proposte più offensive sui nostri temi fondamentali – è una critica che posso condividere”.

