Sorge più di un dubbio sull’utilità di riaprire il capitolo sulla partecipazione del PS al governo: tema – o provocazione – di Fabio Dozio sul numero 63 dei «Quaderni Alternativi» nell’articolo «Dentro o fuori? Meglio fuori», ripreso poi dai Naufraghi.

 

Manuele Bertoli ha già risposto in modo convincente in base alla sua esperienza durata tre legislature. Da ultimo le tesi di Dozio sono state rilanciate in forma ipotetica da Ronny Bianchi nell’intervento dello scorso 22 ottobre («Sinistra all’opposizione? Un’idea intrigante»). 

Ma perché l’argomento riaffiora a periodi regolari, anche a livello nazionale? Vale forse la pena di ricordare qual è stato il cammino storico del socialismo (della socialdemocrazia) nel nostro paese, che già all’alba del Novecento si era posto il dilemma se partecipare o meno agli esecutivi nei comuni e nei cantoni, fino a quel momento retti esclusivamente da forze borghesi. Le discussioni furono accese, soprattutto nelle grandi città, e riguardavano tra l’altro il fatto che il partito potesse diventare complice delle misure coercitive adottate dalla maggioranza nel reprimere gli scioperi e i movimenti di piazza.


Una lunga marcia

La marcia attraverso le istituzioni prese avvio abbastanza presto. Già sul finire del XIX secolo – osserva lo storico Bernard Degen – alcuni politici socialisti fecero il loro ingresso in esecutivi cantonali: nel 1897 a Ginevra e Zurigo, nel 1902 a Basilea. Il dibattito era vivace soprattutto nella confinante Germania, sull’onda della tumultuosa avanzata elettorale della SPD. Alcuni teorici di primo piano come Edouard Bernstein ritenevano venuto il momento di lasciarsi alle spalle la retorica rivoluzionaria per abbracciare la via legalitaria al potere, confortati in questa strategia da alcune posizioni espresse dal vecchio Engels (dibattito passato alla storia come «Bernstein-Debatte»). Posizione che invece Lenin respinse, dando vita alla corrente bolscevica.

In Svizzera i socialisti rimasero fortemente minoritari fino all’introduzione del sistema proporzionale per l’elezione del Nazionale (1919). L’incremento dei seggi che ne seguì indusse il PSS a porsi più volte tra le due guerre la domanda se fosse il caso di proporre un candidato per il Consiglio federale: ufficialmente questo avvenne nel 1929 con il sindaco di Zurigo Emil Klöti. La necessità di compattare il paese negli anni del secondo conflitto mondiale mise tra parentesi, ma solo temporaneamente, il veto antisocialista, permettendo ad Ernst Nobs di accedere all’esecutivo centrale nel 1943. Le dimissioni di Max Weber nel 1953 alimentarono nuove amarezze tra i militanti ancora per qualche tempo, fino al 1959, allorché fu finalmente riconosciuto al PSS quanto gli spettava in base ai numeri, ossia due seggi nel governo (formula magica).


L’umiliazione del 1983

Nei decenni successivi, nel clima della guerra fredda, chi si opponeva alla partecipazione dei socialisti al governo non raccoglieva che magri consensi; i più radicali fuoriuscirono per aderire ai gruppi extraparlamentari della nuova sinistra. La prima, grave crisi avvenne nel 1983, con la bocciatura della candidata ufficiale al governo Lilian Uchtenhagen: episodio che dette luogo ad un’ampia ondata di indignazione, poi sfociata in un congresso straordinario del partito (Berna, 11-12 febbraio 1984). Nel corso del dibattito Dario Robbiani, membro del comitato direttivo, così espresse la sua contrarietà al passaggio del PSS all’opposizione: «dobbiamo, dovremo considerare in senso dinamico la presenza in Consiglio federale. Una presenza-pressione. Non in governo e all’opposizione, bensì in governo in modo alternativo e propositivo. Attestati su di una posizione moderata se possibile, e su una posizione aggressiva se necessario. […] Una rivoluzione, quella tecnologica, è in atto, e noi ci tiriamo da parte? Lo sviluppo tecnologico sottratto al controllo politico è stato definito “tecnofascismo” da Erich Fromm».

Nel 1993 la questione si riaffacciò dopo che l’assemblea federale aveva preferito il neocastellano Francis Matthey alla candidata ufficiale Christiane Brunner. Matthey poi, su pressione del partito e per placare la rabbia dei movimenti femminili e femministi nel paese, fece un passo indietro. Alla fine la maggioranza del parlamento elesse Ruth Dreifuss, persona di indubbia statura intellettuale e morale. In quell’occasione il confronto se rimanere in governo o uscire fu meno animato: riproporre gli argomenti di dieci anni prima non avrebbe condotto il partito fuori dalle secche.

Nel nostro cantone le voci peroranti un passaggio del Partito socialista dall’esecutivo nei ranghi dell’opposizione sono sempre state flebili. Il PST è rimasto ininterrottamente al governo dal 1922, alleandosi di volta in volta con i conservatori o con i liberali-radicali. L’ingranaggio si inceppò a partire dagli anni ’60, in concomitanza con l’emergere della nuova sinistra, rivoluzionaria e terzomondista, che ebbe nella nascita del PSA un canale di rappresentanza dentro e fuori le istituzioni. Fu una stagione di agitazione sociale che provvide a svecchiare l’ammuffita cultura politica del cantone per tutti gli anni ’70, ma che poi finì anch’essa per confluire nella corrente filo-governativa: esito probabilmente inevitabile date le caratteristiche del sistema proporzionale. A combattere tale sbocco rimase unicamente Giorgio Canonica, fautore di una linea autogestionaria e consiliare.


Che fare oggi?

Oggi la domanda è: l’uscita dal governo – o la rinuncia a presentare una lista – rafforzerebbe o no la linea dell’opposizione? Il Ticino sociale ne trarrebbe un vantaggio in termini di diritti e conquiste oppure no? Aiuterebbe ad arginare la baldanza della nuova casa comune della destra? La risposta è negativa, poiché l’elettore di sinistra rimarrebbe afono e senza figure di riferimento nelle istituzioni. Frustrato, si rifugerebbe nella scheda bianca o tra i fautori dell’astensione, una platea sempre più folta che però rimane perlopiù inerte e poco propensa a sfilare sotto le bandiere delle sinistre. Bisogna poi chiedersi cosa succederebbe nei municipi dei comuni o in una città come Bellinzona, retta da un sindaco socialista.

Il fatto paradossale è che in vista delle elezioni del 2027 tutte le forze principali guardano bramosi al Consiglio di Stato. La stessa alleanza rosso-verde vorrebbe raddoppiare la presenza, i liberali-radicali pure e perfino «Avanti con Ticino e lavoro» non nasconde le sue ambizioni. Tutti chiedono di restare o comunque di entrare, mossi forse dalla consapevolezza che «fuori» lo spazio si è ridotto, le passioni tiepide, le reazioni discontinue, i margini di manovra limitati. Poi, per favore, lasciamo perdere il «collaborazionismo», parola che evoca i periodi cupi del regime di Vichy.

Orazio Martinetti, Naufraghi, 27.10.26