Oggi, il PSS e il PST sono in prima fila a manifestare contro il genocidio in corso a Gaza. Ma con qualche ambiguità. C’è voluto quasi un anno prima di avere una condanna ferma ed inequivocabile di quanto stava avvenendo a Gaza, al punto che qualcuno se n’è andato dai vertici del PST sbattendo la porta. Ancora ad aprile 2024, i comunicati socialisti parlavano di “catastrofica situazione umanitaria a Gaza”: un gran eufemismo, se si tiene conto che già a novembre 2023 certi media francesi parlavano senza mezzi termini di “pulizia etnica” della popolazione palestinese della Striscia.

Come se non bastasse, il PSS continua a fare sua la controversa definizione IHRA dell’antisemitismo, che equipara qualsiasi critica ad Israele con l’antisemitismo. Il PSS adottò questa definizione nel 2019, senza un vero dibattito interno e con l’approvazione tacita della sezione ticinese, strappando gli applausi della Federazione svizzera delle comunità israelite (che oggi s’indigna per le manifestazioni studentesche di solidarietà con Gaza e si complimenta con Cassis per la sua politica nei confronti dell’UNRWA e della Palestina). È notizia dello scorso luglio che delle istituzioni difficilmente tacciabili di bolscevismo – tipo l’Università d’Edimburgo, per intenderci – stanno valutando di rinunciare alla definizione IHRA proprio perché limita le critiche legittime nei confronti di Israele. Di fronte ad una delle peggiori atrocità della storia contemporanea, che sia ora di fare retromarcia anche nel PSS e nel PST?


P.S.
Questa molto ambigua definizione di antisemitismo sta alla base del decreto legge che Matteo Salvini, scatenato sostenitore del Genocidio a Gaza, sta per fare approvare con lo scopo di impedire le manifestazioni pro-Palestina. Un altro dei diversi decreti con cui il governo Meloni fa di tutto per limitare la libertà di dissenso, seguendo l’esempio del loro mentore Donald Trump.