Pino & co. hanno colto l’occasione per dare man forte alle violenze e criticare duramente il Partito Comunista di Cuba, reo di aver tradito la causa della rivoluzione.
Ora, riconoscere i limiti del governo cubano e farne una critica costruttiva, che tenga conto delle difficilissime condizioni materiali nelle quali esso si trova ad operare (embargo, ingerenze USA, pandemia), è non solo legittimo ma anche necessario per il bene del popolo cubano e della rivoluzione socialista. E non per niente lo fa anche il nostro corrispondente all’Avana, Roberto Livi, che vivendo sul posto conosce bene la realtà locale. Ma pretendere, come affermano Pino & co., che il governo cubano possa «rispondere alle attese materiali della stragrande maggioranza della popolazione» quando l’isola viene strangolata sul piano commerciale e finanziario dall’embargo americano vuol dire essere ignoranti o in malafede. Affermare che il diritto a manifestare, anche in modo violento, «non può essere contestato da nessuno» indipendentemente dagli attori in gioco vuol dire abbracciare dogmi assoluti propri al liberalismo anziché analizzare criticamente la realtà politica.
Ma non siamo sorpresi: MPS ormai si presenta come un gruppuscolo puritano che legge il mondo attraverso una chiave di lettura liberal, come certi «ultrasinistri» sudamericani che non si son fatti problemi ad allearsi con la peggior destra contro Lula, Rousseff, Chavez e Morales. Visto quanto accaduto in Brasile e in Bolivia, forse è meglio togliere i paraocchi ideologici e tornare a fare «l’analisi concreta della situazione concreta»…

