Cosa è l’“effetto Schlein” di cui molto si parla in Italia ma oramai anche altrove? E, ancora, l’effetto che ha sortito, è stato buono o cattivo?
L’origine della vicenda Schlein sta nell’ improvviso approdo di questa giovane sulla scena politica italiana come leader nazionale del più importante partito di opposizione, sebbene nemmeno iscritta al Pd. È accaduto nel contesto di una prolungata crisi di un partito, il PD (partito democratico), nato dai DS (Democratici di sinistra), a sua volta nato dal PDS (Partito democratico di Sinistra) partorito dal PCI dopo esser stato sciolto dalla maggioranza dei suoi membri nel 1991, e dunque all’origine comunista, poi, via via sempre meno, alla fine non più, perché unificatosi con la Margherita, a sua volta uscita dalla dissoluzione della Democrazia Cristiana. Il suo continuo bisogno di cambiar nome evidenzia il malessere, ma bisogna anche tener conto che si tratta pur sempre del partito più forte di una minoritaria opposizione a un governo dichiaratamente fascista che ha conquistato a settembre scorso le redini dell’Italia, sia pure non con molti voti, più della metà di quelli di cui il paese è fornito confluiti nell’astensione.
Sebbene parecchio distanziato dalla destra il PD ha ottenuto a settembre il 21% dei voti, numericamente anche per loro parecchio meno in termini reali per via della assai corposa astensione di un elettorato tradizionalmente sempre molto partecipante.
Alla sconfitta di settembre dello schieramento democratico e allo sconcertante trionfo di Giorgia Meloni, il malessere che già attraversava il PD si è naturalmente accentuato. Di qui la decisione di aprire un confronto fra le varie correnti che attraversano il partito, ma di farlo con il metodo lanciato a suo tempo da Walter Veltroni, quello assai “americano” delle primarie. E cioè di procedere alla elezione del nuovo segretario non già attraverso un dibattito fra gli iscritti, e quindi arrivando a una scelta di linea politica e di persona che tenga in conto l’esperienza, la diretta conoscenza del candidato, e dunque una scelta consapevole e collettiva che così viene invece affidata a un’opinione influenzata soprattutto dai media, e dunque assai poco consapevole. Io credo si possa dire che si tratta di un metodo assai meno democratico, tipico di una società, cioè quella americana, dove la scelta è solo fra due blocchi, ciascuno dei quali privi di quel peso culturale e politico che caratterizza in Europa i partiti che consentono una partecipazione non solo elettorale ma militante.
Nel caso delle primarie che il PD ha tenuto in febbraio, una competizione cui ha partecipato anche Elly Schlein sebbene neppure iscritta al partito, si è avuto un risultato che indica la debolezza del sistema: nella votazione riservata agli iscritti ha vinto il candidato Stefano Bonacini, presidente della Regione Emilia Romagna, uomo di apparato, e esponente dell’area considerata di destra; nei gazebi, i tavoli allestiti nelle piazze, ha invece vinto Elly, sostenuta da un gran numero di persone che vorrebbero una svolta del PD e un suo più stretto contatto con i movimenti della società civile, ma largamente estranei all’organizzazione. E siccome questi voti sono stati molti di più, è la Schlein che è diventata segretario del PD.
Buono o no? Questo risultato ha suscitato molto entusiasmo, un ritorno di interesse per la politica, che si è subito concretizzato in parole d’ordine molto più di sinistra di quanto da tempo non accadesse nel PD.
Bene, dunque. E però resta un dubbio serio: quale è la consistenza di questa nuova linea, che non riesce a incidere su un corpo organizzato che le è del tutto estraneo? E infatti si è subito scontrata con una struttura di potere, una cultura ormai molto radicata nel PD, che non consentirà quella riflessione critica che la sinistra tutta, ma sopratutto il PD, non può evitare di fare se si vuole davvero rinnovare? Il primo risultato negativo è stato che le primarie hanno preso il posto dell’indispensabile congresso che avrebbe dovuto innanzitutto coinvolgere tutti gli iscritti e gli eletti in una analisi approfondita, condivisa, tale da offrire una base per prendere delle decisioni e non solo lanciare qualche slogan.
Il dubbio che le primarie siano state fatte proprio per evitare questa riflessione e le decisioni che ne sarebbero dovute emergere, non può non venire.
Questo risultato non è colpa di Elly, che ha avuto il merito di risuscitare un po’ di entusiasmo, ma a me spaventa molto che una parte consistente di compagni che pure vengono da un tradizione quale quella del PCI che, pur con tutti suoi difetti, rimane pur sempre l’esempio più moderno e serio di partito, si siano cosi facilmente convertiti alla mitizzazione della società civile, che è utile e anzi indispensabile quando riesce a farsi sentire attraverso nuove forme di espressione e di organizzazione, non quando rispecchia solo una moltitudine di individui isolati e smarriti.
Ricordo che nei vari passaggi fra i tanti partiti che l’hanno via via ribattezzato (mortificandone l’origine) c’è sempre stato dissenso e protesta. E a me però veniva sempre voglia di dire agli oppositori: vi piacerebbe una bella radiazione dal partito come abbiamo avuto noi quando abbiamo dato vita al Manifesto? Ma purtroppo non l‘avrete. Non perché c’è più democrazia, ma perchè oggi potete dire quello che volete senza essere cacciati perchè quello che dite non conta più niente. Per noi ci fu una lunga discussione che coinvolse Comitati centrali federazioni e sezioni, adesso non gliene può interessare di meno, conta quanto il leader dice alla Tv punto e basta. E perciò il casuale voto ai gazebo non mi piace e mi spaventa che si esalti.
In particolare oggi quando assistiamo a una pericolosissima crisi della democrazia. L’astensione ne è la manifestazione più clamorosa. Ed è soprattutto giovanile, sebbene i giovani, o almeno una larga parte di loro, non siano affatto spoliticizzati. È solo che non gli interessa quello che si discute in parlamento, e di conseguenza del solo terreno su cui i partiti si muovono, quello elettorale. E infatti vivi e attivi sono i movimenti che, consapevoli di trovarsi a un drammatico passaggio d’epoca, della crisi del sistema capitalista (parola che sembra sia ormai proibito pronunciare), strettamente connessa a quella ambientale che lo caratterizza, e dunque dell’attuale modo di produrre e consumare si interessano. Una problematica totalmente sottovalutata e dunque largamente ignorato dal dibattito istituzionale, lontana mille miglia da quella di cui i giovani vogliono occuparsi.
E, allora? Allora vorrei che tutti ci impegnassimo a lavorare sul territorio per avviare un lungo – perché non può essere che lungo – processo capace di dar vita a nuove forme di democrazia, anche diretta – i consigli di Rosa Luxemburg o le casematte di Gramsci – nella convinzione che non è vero che ci sia TINA (there is no altnernative), ma che il mondo si può cambiare e che a farlo dobbiamo essere noi. Ecco, io avrei preferito che Elly avesse impegnato le sua qualità su questo terreno.
A proposito di Elly Schlein rimandiamo al Q19 (Sinistra, fuori o dentro questa Europa? dibattito tra Elly Schlein e Damiano Bardelli) e al Q25 (Alcune domande a Elly Schlein).

