In cantoni frontalieri come il Ticino, anche a sinistra la libera circolazione delle persone CH-UE è vista con particolare scetticismo. Resta il fatto che “la libera circolazione delle persone (LCP) collegata alle misure sociali d’accompagnamento (MA) ha globalmente migliorato la situazione dei salariati/e”, rispetto al vecchio sistema dei contingenti1). Non solo sono stati così soppressi sistemi discriminatori (statuto dello stagionale) per dare posto alla parità dei diritti e a una manodopera immigrata più qualificata. Ma grazie alle MA alla LCP è stato rafforzato notevolmente il sistema dei contratti collettivi di lavoro (CCL) e dei controlli anti-dumping salariale. Ora che l’UDC torna all’offensiva con l’ennesima iniziativa popolare anti-stranieri va ricordato che l’impatto della LCP sull’ampiezza dell’immigrazione viene fortemente sovrastimato. Anche nei sistemi basati sul contingentamento si costata che il numero delle persone che si istallano in un paese dipende essenzialmente dalla congiuntura economica. Inoltre, l’internet e l’internazionalizzazione dell’economia fanno sì che è sempre più frequente che si espatri per lavoro. 

Detto questo, va però riconosciuto che la LCP ha dato più spazio a forme di lavoro potenzialmente precarie, quali il “lavoro notificato” di breve durata (lavoro temporaneo, lavoro distaccato, …). Questo vale particolarmente per le regioni di frontiera, che subiscono in modo accentuato una pressione al ribasso sui salari. Il dispositivo delle MA ha sì permesso di combattere i più gravi abusi, ma malgrado ripetuti miglioramenti resta lacunare. È anche per questo che esso va ulteriormente rafforzato e non indebolito, come richiesto con forza dall’UDC e dalla Commissione UE.

In opposizione al nazionalismo conservatore, ma anche a chi nella sinistra radicale vede l’UE solo come un costrutto neoliberale da cui stare alla larga, i sindacati postulano “una Svizzera sociale e aperta e riconoscono tutta l’importanza dell’UE per lo sviluppo pacifico e la cooperazione in Europa”2). E poichè i rapporti di forza fra lavoro e capitale vanno cambiati a livello continentale, s’impegnano nel quadro delle federazioni sindacali europee per lotte coordinate anti-dumping e per un’Europa sociale. Al suo recente Congresso del maggio scorso, la Confederazione europea dei sindacati (CES) ha preso atto di progressi nella legislatura appena conclusa, in rottura con le deleterie politiche d’austerità di triste memoria, quali lo sviluppo di un’assicurazione-disoccupazione europea nella crisi-COVID, i piani di ricostruzione e di “New Green Deal” e la concretizzazione di componenti essenziali del “Pilastro sociale UE”, quali la direttiva sui salari minimi e sul rafforzamento dei CCL o l’istituzione dell’Agenzia europea del lavoro. 

In questo contesto va visto il posizionamento sindacale costante contro ogni tentativo di imporre un indebolimento delle MA e dei servizi pubblici, nel quadro delle trattative passate e in corso in vista della ridefinizione dei rapporti con l’UE. L’“Accordo istituzionale CH-UE” non era andato in porto nel 2021 proprio poichè non garantiva nè la protezione dei salari, nè dei servizi pubblici; e ciò anche in legame al ruolo riservato in futuro alla Corte europea di giustizia, la cui giurisprudenza in materia è stata sinora di stampo neoliberale. 

Il modo in cui sono state condotte le discussioni in corso per uno sblocco non incita all’ottimismo. Dopo 10 tornate di incontri esploratori con l’UE e di scambi sul piano interno con i partner sociali e i cantoni, i risultati intermedi conosciuti sono deludenti. Se fino a qualche tempo fa’ tuttavia è stato possibile per non pochi politici e dirigenti economici, col sostegno mediatico quasi unanime, nascondersi dietro al capro espiatorio rappresentato dai sindacati, accusati di “testardaggine isolazionista”, la nebbia si sta ora diradando.

È così che la Lobby farmaceutica, alla punta delle forze favorevoli all’“Accordo istituzionale” e a una soluzione rapida del contenzioso, è salita di recente sulle barricate per paura che l’accordo di cooperazione sulla salute pubblica previsto negli “Accordi bilaterali III” da negoziare possa condurre a una riduzione dei prezzi dei medicinali e a una rimessa in causa della protezione delle patenti3). Per i sindacati, un accordo in materia per la gestione di crisi pandemiche sarebbe in sé positivo. Per contro, inaccettabile sarebbe una riduzione delle sovvenzioni pubbliche, che ci potrebbe essere imposta via regole UE sugli “aiuti statali”.

E benché i cantoni (compreso il governo ticinese!) abbiano dato il via libera al Consiglio federale in materia di regole su “aiuti statali” e “servizi pubblici”, ora che i risultati degli incontri esploratori vengono alla luce, ci si chiede se questi facciano veramente gli interessi della popolazione. L’UE chiede fra l’altro che venga aperto alla concorrenza estera il traffico internazionale viaggiatori, con un elevato rischio di concorrenza negativa su prezzi e salari al ribasso. La dirigenza delle FFS ha già annunciato che nel qual caso dovrà alzare i prezzi. E se si procederà come in Germania, avremo ritardi quotidiani che nemmeno dall’Italia si conosce! A ragione, l’USS si oppone all’apertura di questo mercato, promosso anche dall’Ufficio federale dei trasporti di A. Rösti, come pure al meccanismo richiesto dall’UE di esame degli aiuti statali, che indebolirebbe i trasporti pubblici.

L’UE ci chiede pure la liberalizzazione totale del mercato elettrico. E questo benché abbia provocato un’esplosione dei prezzi al suo interno, con una dipendenza da Putin, che ha messo la Germania sull’orlo della catastrofe, dopo l’aggressione imperialista russa contro l’Ucraina. Con la conseguenza, d’altronde che l’UE si è vista costretta a moltiplicare gli interventi statali! 

Rispetto al dossier “MA”, gli sviluppi degli ultimi mesi mostrano che gli ostacoli politici a una soluzione che preveda il mantenimento del livello di protezione e la possibilità in futuro di rafforzarle sono più legati al comportamento del padronato nostrano che a quello dell’UE. L’intransigenza padronale nelle discussioni in corso lascia molti dubbi sull’interesse degli ambienti economici ad arrivare a un’intesa, a dispetto dei ripetuti appelli di Economiesuisse. D’altronde, già in occasione delle trattative fallite, il fronte padronale si era diviso. Nuove associazioni, come Autonomiesuisse e Kompass Europa si erano opposte a un accordo, con l’idea strategica di fare della Svizzera una seconda Monaco dell’Europa! Questa situazione di divisione interna, collegata alla pressione di forze neoliberiste pro-europee, come la Think Tank delle multinazionali “AvenirSuisse”, che vedono in un accordo con l’UE un’occasione da non mancare per imporre lo smantellamento dei dispositivi di protezione sociale e dei servizi pubblici, aiuta a capire il perché. 

Comunque sia non c’è motivo per i sindacati di rinunciare ad operare in favore della ricerca di una soluzione che permetta di rimettere in sesto i rapporti con l’UE su una base ragionevole di interessi reciprochi, tanto più in considerazione di sviluppi geopolitici poco rallegranti.

Per quanto riguarda la protezione dei salari, non è di certo nell’interesse vitale dell’UE che i suoi concittadini in Svizzera vengano sottopagati. Anche i loro salari vanno protetti, visto che l’UE ha nel frattempo riconosciuto il nostro principio “A pari lavoro, pari salario, nel paese dove si lavora”. 

La diponibilità a ridurre il numero attuale di 8 giorni per la notifica anticipata del distaccamento di lavoratori, se le misure necessarie sul piano informatico vengono attuate, come pure altre misure compensatorie di prevenzione (ad es. responsabilità civile dei committenti) segnala un’apertura sindacale a compromessi. Ma non c’è ragione plausibile per lasciarci imporre – una rivendicazione UE tutta fresca – che le spese professionali (alloggio, trasporto, ecc.) dei lavoratori distaccati vengano fissate secondo quanto previsto dal paese d’origine. Per lavoratori distaccati dell’Est europeo, ciò significa una differenza salariale al ribasso fino a 1’000 Fr. al mese! La Svizzera deve pure potere continuare a utilizzare strumenti quali il blocco della prestazione di servizi, le interruzioni dei lavori e la cauzione, senza peggioramenti. In ultima analisi, centrale per noi è il diritto di potere assicurare autonomamente le MA. Occorrono garanzie vincolanti per il nostro sistema di CCL e di controlli paritetici.

E siccome in futuro si tratterà non solo di adottare misure compensatorie alle eventuali concessioni concordate con l’UE, ma altresì di mettere fine all’erosione crescente della protezione salariale a seguito della precarizzazione delle forme di lavoro già citate, anche il padronato svizzero dovrà muoversi, accettando misure sociali eurocompatibili. La nuova direttiva UE sui salari minimi e sul rafforzamento dei CCL, come pure quella sul lavoro interinale indicano la strada. Dovrà muoversi anche accettando di adottare la direttiva UE sulla cittadinanza, che costituirebbe un progresso sociale per i salariati-e UE attivi in Svizzera.

Morale della storia: affinché un nuovo accordo CH-UE possa superare la soglia di un voto popolare dovrà beneficiare anche ai salariati-e. La ricostituzione di una coalizione pro-europea interna e il riconoscimento da parte dell’UE delle esigenze legittime sopraccitate in materia di protezione dei salari e dei servizi pubblici richiederanno del tempo. Con il nuovo approccio di “Accordi bilaterale III”, comprendenti nuovi dossier, quali la salute pubblica, l’energia e la sicurezza in materia di derrate alimentari, il Consiglio federale ha reso ancora più complessa la realizzazione del consenso interno richiesto. Chi pensa che già a fine anno, il nostro governo potrà dare il via a trattative suscettibili di condurre rapidamente a un lieto fine si fa’ illusioni. Forse ritornerà d’attualità la proposta lanciata dal PSS già l’anno scorso, che consiste a ripiegare sulla negoziazione di un “Accordo di stabilizzazione” transitorio, dove in cambio di una tregua, che metta fine alla guerriglia innescata dalla Commissione UE (Borsa, Tecnica medicinale, Scienza, ecc.), vi sia un nostro impegno a un aumento del “montante di coesione” in favore dell’eliminazione delle disparità economiche e sociali europee, da rendere ricorrente, come pure di altre misure. Fra queste: un impegno vincolante ad operare per un accordo complessivo nel giro di alcuni anni.

 

 


1. Daniel Lampart: “Avantages et risques de l’accord sur la libre circulation des personnes – graphiques et commentaires”, 4.7.2023 (uss.ch).
2. Position de l’USS concernant le mandat de négociation avec l’UE “Pour une ouverture qui serve aux salarié-e-s”, AD USS 2.7.2023 (uss.ch).
3.  NZZ, “Ungesunde Störmanöver im EU-Dossier – Ausgerechnet die Pharmabranche sorgt mitten in den Sondierungen mit Brüssel für 
Unruhe” – NZZ, 17.6.2023.