All’inizio di luglio sono stato, una vera toccata e fuga, a Shanghai, dove nell’ambito di un meeting sui tumori linfatici, mi era stato chiesto di riferire i risultati del congresso sui linfomi maligni di Lugano, che si era concluso poco meno di due settimane prima. Di primo acchito sembrerebbe parecchio presuntuoso voler parlare di un paese sterminato (e molto più contradittorio di quanto lo dipingano generalmente i nostri media) come la Cina dopo un soggiorno di circa trenta ore, di cui almeno cinque passate nel soffocante traffico di questa metropoli. Devo quindi una spiegazione preliminare ai lettori, affinché possano capire perché penso di poter ugualmente offrire qualche spunto di riflessione sulla situazione attuale, anche a proposito delle crescenti tensioni internazionali.

Sono stato la prima volta in Cina nel 1989: poche settimane prima dei fatti di Tienanmen. Allora nelle città dominavano ancora le biciclette, in mezzo alle quali ogni tanto si scorgeva qualche rara automobile. Sono ritornato nel 2001, trovando un paese completamente cambiato, quasi irriconoscibile. Da allora mi ci sono recato, almeno una o due volte all’anno, salvo naturalmente durante il periodo della pandemia. Quasi sempre ci sono andato per motivi professionali avendo avuto però, soprattutto finché ero consigliere nazionale, la possibilità di incontrare anche esponenti del mondo politico ed associativo.

Ho avuto due volte la possibilità di visitare anche lo Xinjiang, la regione a statuo speciale di cui molto si parla da noi (spesso a sproposito), a causa delle tensioni tra i residenti di stirpe Han e la parte più radicalizzata degli Uiguri, la popolazione indigena turcofona di fede islamica. La prima volta ci sono stato per visitare il centro oncologico della capitale, Urumqi, dove volevamo far formare alcuni radioterapisti kirghisi (il Kirghizistan, anche turcofono, confina con lo Xinjiang) nell’ambito di un nostro progetto di sviluppo delle cure oncologiche in quel paese. Un’altra volta con il Prof. Youlin Qiao, principale epidemiologo dei tumori in Cina e con cui collaboro da anni, che mi aveva conseguito un permesso speciale per visitare quella zona, dove in quel momento la tensione era alta. Youlin, fatto parecchio interessante, è anche uno dei segretari del “partito degli intellettuali”, uno dei cinque partitini che ufficialmente formano la coalizione di governo che regge la Cina. A questo partitino, presieduto dall’oncologo di fama mondiale Chen Zhu (che è stato per molti anni ministro della sanità e che ho avuto occasione di incontrare spesso), non possono aderire operai e contadini, ma solo persone delle professioni “intellettuali”.

 

Alcune narrazioni di fondo

Non ho qui evidentemente la possibilità d’inoltrarmi in un’analisi critica della società e della politica cinese. Nell’ambito di queste poche riflessioni à bâton rompu mi limito quindi ad alcune considerazioni, che ho maturato durante questi molti soggiorni in terra cinese. È fondamentale dapprima ricordare che i 5000 anni di cultura cinese (l’unica di quelle esistenti allora, che non sia scomparsa anche nelle sue fondamenta linguistiche) sono ben presenti nella mente e nel discorso del cinese medio. Quest’ultimo ti ripeterà poi ad ogni piè sospinto quella che sembra essere diventata la narrazione principale, che semplificando al massimo suona più o meno così: “fino a quasi 200 anni fa il nostro livello di vita era uguale al vostro. Poi voi occidentali siete venuti, ci avete distrutti facendoci tornare quasi all’era della pietra. Noi vogliamo ora avere nuovamente un livello di vita ed un posto nella storia equivalente al vostro”.

E solo tenendo conto di ciò, e ricordandosi dell’importanza che aveva avuto la conquista di Hong Kong, quale punto di partenza della conquista occidentale della Cina nel XIX secolo, che si può, per esempio, capire quanto avvenuto negli ultimi anni in quella metropoli. 

Ultima (purtroppo!) affrettata considerazione sul cinese medio, non membro del Partico Comunista (che ha ben 92 milioni di iscritti), che di solito ti dice “perché dovrei oppormi al Governo se ogni anno sto meglio?” e spesso ti ricorda anche gli 800 milioni di persone uscite negli ultimi 30 anni dalla povertà estrema. E a proposito delle quali io aggiungo che “chi muore di fame per definizione non può essere libero” e che quindi oggi almeno teoricamente questi 800 milioni hanno, contrariamente al passato, la possibilità di avere un certo grado di libertà, tra l’altro, di cui almeno a livello di quartieri, associazioni e villaggi ne fanno spesso e sempre maggiormente uso.

 

Le nuove sensazioni

Fino a 4-5 anni fa, ottenere il visto per andare in Cina era estremamente facile: te lo faceva l’agenzia di viaggio. Ora il procedimento è diventato molto più approfondito e farraginoso. Un primo segno evidente che a causa delle crescenti tensioni internazionali l’ex Impero Celeste si sta viepiù richiudendo. Mi si è detto che questa è una delle ragioni per cui, mentre nelle occasioni precedenti a questo meeting di Shanghai molti erano gli oratori stranieri, stavolta siamo solo in due. Soprattutto non c’è nessun americano, che in precedenza formavano la delegazione straniera più numerosa.

Nelle discussioni informali la tensione è palpabile, la preoccupazione per un certo rallentamento economico e soprattutto la questione di Taiwan onnipresenti. In un recente incontro con l’ambasciatore cinese a Berna, quest’ultimo m’aveva detto che, qualora Taiwan dovesse proclamare l’indipendenza (cosa che finora non ha mai fatto e che a quanto pare anche Washington continua a sconsigliare), la guerra diventerebbe probabilmente ineluttabile. Questa è anche la sensazione che ho percepito a Shanghai.

La guerra in Ucraina sembra invece preoccupare soprattutto per quella che viene percepita come una banalizzazione di un possibile olocausto legato all’uso di armi nucleari.

La cena di gala avviene la sera del 1° luglio: mi si sottolinea, anniversario della fondazione del PC. La serata è arricchita da una serie di esibizioni canore e teatrali presentate da molti colleghi, non da professionisti del ramo. In alcune canzoni, ma soprattutto nelle diapositive e nei brevi video che si susseguono come sfondo, non mancano riferimenti a simboli della storia del Partito Comunista, ma anche riferimenti alle lotte antiimperialiste. Tutto ciò nei miei viaggi precedenti, almeno nelle manifestazioni scientifiche, non l’avevo mai vissuto.

Cerco di sapere notizie più precise sulle vittime totali da Covid in Cina. Mi si dice che questa è una “questione molto sensibile” e che, anche se molti si pongono delle domande, nessuno lo sa esattamente, ma che le cifre peggiori sbandierate dai media occidentali sono molto esagerate.

Riporto con un certo senso di malessere: che la “trappola di Tucidide”, di cui abbiamo spesso parlato in questi Quaderni, sia ormai quasi ineluttabile nel confronto USA-Cina?

Tornerò per un periodo un po’ più lungo in settembre, dove devo partecipare al Congresso della società oncologica cinese: a questo evento di solito ci sono almeno 20'000 partecipanti. Potrò quindi avere molti più contatti di quanto è stato possibile a Shanghai. Ed oltretutto il congresso si terrà a Xiamen (città “media”, secondo la nomenclatura cinese, con 8 milioni d’abitanti) si trova proprio in faccia a Taiwan.

 

Alcune mie conclusioni

Pochi giorni dopo il mio rientro c’è stato il grande vertice della NATO a Vilnius, dove si è riaffermato il sostegno a Zelensky “sino alla vittoria contro la Russia”, anche se per il momento l’Ucraina è stata messa in sala d’attesa per quanto riguarda la domanda d’adesione alla NATO. Convitato di pietra a questo super vertice occidentale (c’erano anche le nazioni anglosassoni dell’Estremo Oriente, Australia e la Nuova Zelanda, ma soprattutto il Giappone, che, come la Germania, sta riarmando in un modo molto preoccupante) era proprio Xi Jinping. Nel comunicato finale, tralasciando per una volta come tema di fondo nell’attuale situazione geopolitica la telenovela della lotta tra “autocrazie e democrazie” (difficile avendo tra i piedi Erdogan, Orban, Duda e simili), si parla invece apertamente del conflitto con la Cina che osa sfidare “gli equilibri mondiali e sistemici”. Per una volta quindi si riconosce, anche se non lo si dice naturalmente in termini molto chiari, che il problema d’una parte è il fatto che Pechino non accetta il mondo unipolare dominato da Washington e che dall’altra con il suo sistema economico-ibrido cerca di sfidare il dominio economico che tuttora gli Stati Uniti impongono al resto del mondo.

Come ha più volte scritto nelle pagine di questi Quaderni il nostro corrispondente da Los Angeles Luca Celada, per l’élite capitalistica anglosassone è impensabile di accettare anche solo l’idea che in un prossimo futuro potrebbero non più essere i primi della classe. Ma probabilmente c’è ancora di più. Angela Merkel una volta ha avuto il coraggio di dire che sempre di più “la democrazia può occuparsi solo di quello spazio che l’economia ci lascia a disposizione”. Il timone non può che essere quindi nelle mani del grande capitale, a noi restano le briciole… Il sistema cinese invece dà priorità assoluta alle scelte politiche (anche in campo economico), anche se poi a un livello inferiore lascia libero spazio alle forze di mercato, ma all’interno di parametri ben precisi e fissati dall’autorità politica. Questo perché il PC cinese si è fissato come traguardo da raggiungere entro 20-30 anni quello di una società con un moderato benessere per tutti, che non sarebbe sicuramente raggiungibile dando libertà assoluta alle forze di mercato.

Questa è la vera sfida sistemica della Cina, che NATO e UE non possono accettare. Ma di questo magari parlerò in modo un po’ più diffuso un’altra volta.

 

P.S. Mentre questo Quaderno sta per essere stampato, apprendo che per “varie circostanze” (non meglio precisate) il congresso a Xiamen, dove avrei dovuto partecipare in settembre, è stato spostato a data da definire. Lo stesso è capitato qualche giorno fa all’incontro di ematoncologia a Harbin (capitale della Manciuria), al quale avrebbero dovuto partecipare due miei collaboratori. Anche lì l’evento è stato spostato a data da definire, per “circostanze particolari”. Non c’è dubbio che qualcosa di importante sta cambiando in Cina.