Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria nell’Università di Friburgo, sostiene attivamente il reddito di base. Gli abbiamo chiesto una valutazione sul senso di questa riforma.
Il versamento di un reddito di base incondizionato permetterebbe di risolvere i numerosi problemi, di varia natura, delle attuali politiche sociali riguardanti la povertà, la disoccupazione e l’invecchiamento della popolazione. In Svizzera, anche alla luce delle conseguenze economiche della pandemia da Covid-19 e della guerra in Ucraina, il numero di persone in difficoltà finanziarie continuerà ad aumentare nei prossimi anni. Molte persone che lavorano o che sono alla ricerca di un lavoro remunerato, e molte pensionate e pensionati appartenenti al ceto medio o a quello inferiore non riusciranno a vivere degnamente in Svizzera con il reddito che ricevono nel mercato del lavoro, dalle assicurazioni sociali o dal sistema pensionistico.
Nel mercato del lavoro è impensabile che i lavoratori e le lavoratrici riescano a ottenere un aumento dei salari nominali in grado di compensare l’aumento del costo della vita, vista l’elevata disoccupazione che permette ai datori di lavoro di imporre le loro condizioni salariali ai lavoratori e alle lavoratrici del ceto medio e di quello inferiore.
L’assicurazione contro la disoccupazione è problematica in quanto, oltre a stigmatizzare le persone che ne ricevono delle indennità, comporta dei vincoli molto severi che una parte rilevante delle persone disoccupate non riesce a rispettare, o può rispettare soltanto per brevi periodi, indipendentemente dalla loro volontà.
Il sistema pensionistico dei due pilastri (AVS e casse pensioni) è sempre più fragile, sia a seguito dell’invecchiamento demografico e della difficile situazione nel mercato del lavoro, sia perché i rendimenti che le casse pensioni ottengono nei mercati finanziari non permettono più di finanziare le rendite del secondo pilastro.
Il RBI permetterebbe di risolvere tutti questi problemi nell’interesse dell’insieme della società, con delle ricadute positive nell’intero sistema economico nazionale.
Il finanziamento del RBI costerà miliardi di franchi, più di duecento secondo una stima. Dove si andranno a prendere questi soldi?
Il problema del finanziamento del RBI è cruciale, al pari di quello concernente l’importo del RBI. Ci sono due modelli validi a mio avviso. Quello proposto da Martino Rossi è opportuno, perché intende destinare al finanziamento del RBI una parte del reddito nazionale prodotto nell’insieme dell’economia, tramite un prelievo di una quota (da determinare) del valore aggiunto dalla produzione. In questo modo, tanto i salari quanto i profitti delle imprese sarebbero soggetti a un prelievo paritetico, come avviene attualmente per gli oneri sociali.
Un altro modello interessante è quello proposto da Felix Bolliger e Marc Chesney, che suggeriscono di prelevare una micro-imposta (al massimo dello 0,5 per cento) sul traffico dei pagamenti scritturali, ossia tutti i pagamenti che non implicano l’uso del denaro contante. Circa il 97 per cento di questi pagamenti è svolto nei mercati finanziari, che con questa micro-imposta sarebbero dunque partecipi del finanziamento del RBI, evitando così di prelevare dei contributi sociali sulla massa salariale, per non intaccare il potere d’acquisto delle persone salariate.
Questo secondo modello potrebbe ridurre l’instabilità finanziaria dell’economia nazionale, nella misura in cui scoraggia numerose attività speculative che non portano alcun vantaggio all’insieme dei portatori di interesse nel sistema economico.

