Secondo l’UDC, essa è la causa principale di una forte immigrazione verso la Svizzera – come se un tale fenomeno non fosse esistito anche sotto il regime dei contingenti e dello statuto di stagionale. A sinistra, Rudolf Strahm critica la libera circolazione delle persone definendola una “costruzione neoliberale”. Per vederci più chiaro, vale allora la pena soffermarsi sulla storia e l’esperienza dell’Unione Europea, dove la libera circolazione delle persone è in vigore da oltre cinquant’anni per centinaia di milioni di donne e di uomini.
Origine della libera circolazione
La libera circolazione delle persone nasce con lo scioglimento della società feudale. Quest’ultima legava i contadini alla terra, impedendo loro l’ottenimento del diritto di residenza nelle città. Solo la rivoluzione borghese ed il capitalismo emanciparono i lavoratori della terra da queste catene, introducendo la libertà di domicilio. Questo ovviamente mise a disposizione degli industriali un’abbondante forza lavoro che poteva essere sfruttata nelle fabbriche. Conservatori e nostalgici criticarono perciò questa evoluzione, ma Marx riservò loro solo frasi di scherno. Ai suoi occhi, questa libertà recentemente acquisita costituiva un progresso per i lavoratori. Sino alla prima guerra mondiale, diversi Stati europei tra cui la Svizzera conobbero un’ampia libertà di circolazione delle persone. Nei decenni successivi al 1914 i paesi controllarono l’immigrazione, principalmente con strumenti polizieschi contro gli stranieri.
La libera circolazione delle persone come la intendiamo oggi nasce con la Comunità economica europea (CEE – Francia, Germania, Italia e paesi del Benelux). Questa proclamò nel 1957 (“Trattati di Roma”) la libera circolazione delle merci, del capitale, dei servizi e delle persone. Quest’ultima entrò in vigore nel 1968 (!), inizialmente solo come libertà di circolazione per le lavoratrici e i lavoratori con pari diritti sul mercato del lavoro. A quel tempo la Svizzera acuiva invece il regime dei contingenti e dei permessi di dimora, e per poco nel 1970 non accettò l’iniziativa Schwarzenbach. Nella CEE, le centinaia di migliaia di emigranti italiani godevano di maggiori protezioni: durante la profonda crisi del 1975/76, essi non vennero espulsi contrariamente agli oltre 100’000 Italiani che risiedevano in Svizzera.
Alla fine degli anni ottanta il presidente della Commissione europea Jacques Delors promise ai sindacati di elargire i diritti di libera circolazione. Visto che il capitale e le merci potevano già muoversi liberamente e senza discriminazioni all’interno della CEE, le persone avrebbero dovuto avere gli stessi diritti. La libertà di movimento dei lavoratori venne quindi estesa a tutte le persone, permettendo così anche a studenti e pensionati di approfittarne. L’introduzione di questa misura non causò importanti flussi migratori.
Fu solo con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la conseguente offensiva neoliberale che portò al disfacimento dell’economia dei paesi dell’ex-blocco sovietico che cominciarono a prodursi dell’importanti spinte migratorie. Milioni di persone della Polonia e di altri paesi dell’Est dovettero emigrare. Arrivarono prima senza la libera circolazione, con permessi precari o in nero. L’entrata dei paesi dell’Est nell’UE (2004) e la piena libera circolazione (2011) arrivarono solo in seguito. Quest’ultima assicurò agli emigranti dell’Est più diritti e sicurezza di soggiorno.

Scarsa migrazione all’interno dell’UE
In Svizzera tante persone collegano “libera circolazione delle persone” e forte migrazione. In realtà la mobilità interna dell’UE è scarsa: eccezion fatta per alcuni paesi dell’Est, l’emigrazione è minima. In molti paesi dell’UE emigra annualmente soltanto la metà delle persone rispetto alla quantità di Svizzeri che lasciano la Svizzera. Ne risulta che nella maggior parte dei paesi dell’UE la parte di stranieri provenienti da altri Stati membri non è grande. Al punto che l’economia necessita dell’immigrazione proveniente dall’esterno dell’UE. Quest’ultima è più importante nei paesi dell’UE che quella proveniente dagli altri Stati membri, malgrado che la libera circolazione delle persone non si applichi a paesi terzi.
Aree problematiche
Ma naturalmente anche nel regime della libera circolazione i datori di lavoro tentano di ottenere vantaggi dall’immigrazione e di sottrarsi al principio “stesso salario per lo stesso lavoro nello stesso luogo”. Questo gli riesce meno negli Stati confitte reti di contratti collettivi di lavoro (CCL), come i paesi nordici e l’Austria. Al contrario, gli riesce meglio in quegli Stati e settori dove la deregolamentazione neoliberale ha indebolito i salari minimi fissati da CCL, come per esempio il Regno Unito.
Nell’UE sorgono poi gravi problemi con alcune forme particolari di mobilità interna, come i soggiorni temporanei di breve durata, il lavoro temporaneo, i lavoratori indipendenti e i lavori stagionali nell’agricoltura.
Uno strumento particolarmente pericoloso nelle mani degli imprenditori è il distacco. Questo è basato sulla libera circolazione dei servizi. I lavoratori distaccati non sono salariati indipendenti nel senso della libera circolazione delle persone, ma delle “appendici” del fornitore di servizi, il loro datore di lavoro. Il distacco è la maggiore fonte di tensione nella mobilità interna. La maggior parte dei principali scandali di dumping salariale affondano le loro radici in questo problema.
Per controllare i salari dei distaccati ci vogliono dei sindacati forti e delle misure di controllo complementari. Questo è il caso per esempio dei paesi nordici, del Belgio e dell’Austria. In altri paesi, invece, regna la legge della giungla, come dimostra l’attuale scandalo dell’industria della carne tedesca. Ma anche i densi sistemi di controllo stanno raggiungendo i loro limiti. Secondo la “direttiva di applicazione” dell’UE, tutte le misure devono essere “proporzionate”. In conseguenza, i reclami contro i controlli e le sanzioni vengono ripetutamente presentati dalle società di distacco con questa argomentazione. E la Corte di giustizia europea ha di solito dato loro ragione (casi Laval, Viking, Rüffert, Cepelnik, Henry am Zug), con l’argomento che la libera circolazione dei servizi non dovrebbe essere compromessa da controlli sproporzionati.
I sindacati europei invece chiedono da lungo tempo una nuova legislazione che protegga i diritti dei salariati e i diritti sociali. E sostengono i sindacati svizzeri nella difesa delle misure di accompagnamento, perché l’indebolimento di queste ultime indebolirebbe pure la protezione dei salariati nell’UE.
Andreas Rieger, già co-presidente nazionale di Unia

