L’Eurogruppo, che riunisce i 19 ministri delle finanze della zona Euro, è diventato famoso ai tempi della crisi greca, anche perché dipinto a tinte fosche e spesso addirittura tragicomiche da Varoufakis nel suo libro “Adulti nella stanza” (La nave di Teseo, 2018). Si tratta, per i non addetti ai lavori, del club che in pratica dirige la politica economica e finanziaria dell’UE, che a conti fatti è la parte che conta dell’unione. La scelta questa volta era particolarmente importante perché cadeva nel pieno del combattutissimo vertice dell’UE sul cosiddetto “fondo per la ripresa”, nel quale i paesi mediterranei hanno tentato di avere la garanzia di una copertura dei deficit causati dalla pandemia, contro l’opposizione dei ministri pro-austerità guidati dal Primo Ministro olandese Rutte.

Sembrava che, grazie soprattutto a Macron ma anche ad Angela Merkel, potesse essere eletta la ministra spagnola Nadia Calviño. Alla fine invece l’ha spuntata l’irlandese, da sempre sostenitore delle peggiori politiche neoliberali. Avversario dichiarato della tassazione dei grandi monopoli (da Apple a Amazon), importante frequentatore del WEF di Davos, propugnatore di una tassazione bassissima per le compagnie private in Irlanda, avversario risoluto di ogni armonizzazione fiscale all’interno dell’UE. Si deve in gran parte a lui se Apple, dapprima condannata dalla Commissione Europea a pagare 13 miliardi di imposte retroattive al governo di Dublino, è ora riuscita a sfuggire a queste sanzioni. Se Paschal Donohoe non ha avuto dubbi a far perdere questo importante gruzzolo al suo governo, pur di continuare a sostenere le grandi multinazionali, ci si può facilmente immaginare cosa si possono aspettare da un simile personaggio i popoli del sud dell’Europa.

Non bisogna quindi farsi ingannare dai toni trionfalistici degli europeisti più esaltati (anche nostrani): per quanto i risultati del vertice sul “fondo per la ripresa” siano stati parzialmente positivi, il futuro è tutt’altro che roseo. Certo, si è fatto un piccolo passo verso una struttura federalista e in pratica si è abolita la cosiddetta “clausola di non salvataggio” (“no bail-out clause”), che aveva impedito nel 2008 un “vero salvataggio” della Grecia. L’Europarlamento ha però già criticato gli accordi del vertice, denunciando i gravi risparmi sulla sanità, sulla ricerca e sui programmi ecologici, mentre toccherà poi all’Eurogruppo a trazione turboliberale a dover mettere in pratica questi accordi. Insomma, una cosa è sicura: ne vedremo delle belle.