Siamo a quasi un anno dal 7 ottobre e, ad oggi, mentre scriviamo, non è ancora terminata l’offensiva militare israeliana che ha devastato Gaza, ucciso almeno 40mila palestinesi e gettato in una catastrofica crisi umanitaria oltre due milioni di civili innocenti. La tregua invocata da tanti nel mondo per mettere fine alle stragi quotidiane resta un miraggio. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu, che nei passati 11 mesi ha recuperato gran parte dei consensi perduti un anno fa, continua a pensare che l’obiettivo resti la “vittoria assoluta” su Hamas, sebbene sia descritto da più parti come impossibile, ed è pronto ad andare a un conflitto totale al nord contro il movimento sciita libanese Hezbollah e contro l’Iran. Mentre le autorità di governo e le amministrazioni locali organizzano le commemorazioni ufficiali delle vittime dell’attacco di Hamas nel sud di Israele e si preparano a celebrare i “successi” che avrebbe ottenuto l’interminabile rappresaglia militare contro Hamas – in realtà contro tutti i palestinesi, anche in Cisgiordania – poche voci pongono interrogativi sul futuro di Israele e si domandano dove stia andando il Paese. Tra queste c’è quella di Orly Noy, ebrea, nota analista, giornalista e attivista, che mette in guardia dal consenso che raccolgono tra la gente politiche, atteggiamenti e principi di stampo fascista. Valori incarnati da alcuni partiti, deputati e ministri. Abbiamo intervistato Orly Noy a Gerusalemme.
D. Nei suoi articoli più recenti ha dedicato ampio spazio al pericolo del Fascismo, diffuso non più solo tra i politici ma anche tra la gente.
R. Temo stia emergendo una società israeliana ultranazionalista, più violenta e militarista che mai. Tanti israeliani si stanno ancora riprendendo dallo shock del 7 ottobre; quindi, non vedono e non voglio vedere quanto accade a Gaza, non mostrano alcun interesse per le spaventose conseguenze della guerra del (premier Benyamin) Netanyahu per milioni di civili palestinesi. La vendetta è la parola d’ordine, la punizione collettiva (dei palestinesi) è la strategia sostenuta dalla maggioranza delle persone. L’attenzione degli israeliani è focalizzata altrove: sugli ostaggi nelle mani di Hamas e sui soldati uccisi in combattimento; su coloro che sono stati evacuati dalle loro case nel nord di Israele per i razzi di Hezbollah e nel sud intorno a Gaza. Tanti israeliani hanno adottato un nuovo ethos nazionale, un ethos che abbandona completamente ogni riferimento formale all’idea di democrazia in favore di valori fascisti.
D. Come si stanno diffondendo questi valori fascisti.
R. In molteplici modi. Il nostro parlamento (la Knesset) ad esempio da molti anni è dominato dalla destra. In quello attuale figlio delle elezioni del 2022, assieme al Likud (il partito di Netanyahu, ndr) dominano partiti come Potere Ebraico e Sionismo Religioso palesemente suprematisti. Ebbene dopo il 7 ottobre, queste forze non poche volte con l’aiuto di forze centriste o di centrosinistra hanno promosso una serie di leggi antidemocratiche e antiarabe. La proposta di legge sui “Mi piace” mira a punire un semplice “like” ai post sui social media che, secondo le autorità, inciterebbero al terrorismo. Un’altra proposta di legge amplia la sorveglianza del servizio segreto interno Shin Bet sui docenti, in modo da ascoltare e leggere secondo criteri nazionalistici e di sicurezza quanto viene detto durante le lezioni nelle scuole e nelle università. E non dimentichiamo gli attacchi al mondo dell’informazione.
La chiusura forzata degli uffici della tv Al Jazeera, accusata di essere un “megafono del terrorismo”, ha aumentato il desiderio di ministri e deputati di promuovere una legge che consenta loro di chiudere i media israeliani, senza più alcuna limitazione. Un’altra legge permette ai servizi segreti di entrare liberamente nei pc privati allo scopo di azionare telecamere e di cancellare o alterare determinati materiali, senza che il proprietario del computer ne sia a conoscenza e senza il permesso di un tribunale.
D. Lei ha più volte puntato l’indice contro la polizia.
R. Una manifestazione della deriva verso il fascismo è la trasformazione della polizia in una sorta di corpo di scagnozzi al servizio del governo e della sua visione del mondo. Il compito della polizia è quello di proteggere i cittadini; invece, si dedica a reprimere coloro che protestano contro il governo e la guerra. Ha usato la forza e la violenza persino contro coloro che chiedono di riportare a casa gli ostaggi nelle mani di Hamas a Gaza. Il prezzo più caro in ogni caso lo pagano i palestinesi, anche quelli che sono cittadini israeliani. La polizia ha arrestato centinaia di loro perché avevano espresso solidarietà alla gente di Gaza, perché hanno detto o scritto di essere contro la guerra o per aver partecipato a manifestazioni, peraltro pacifiche e non violente.
Non possiamo dimenticare il trattamento spaventoso dei prigionieri palestinesi, specie quelli di Gaza. Negli ultimi mesi abbiamo appreso, grazie alle inchieste dei centri per i diritti umani, delle torture, delle violenze, degli abusi sessuali che hanno subito e subiscono ancora i palestinesi rinchiusi a Sde Teiman e in altri centri di detenzione delle forze armate e delle forze di sicurezza. E quando i giudici o le autorità militari hanno ordinato di indagare o di arrestare i soldati e i poliziotti responsabili diretti di queste violenze, abbiamo visto che gang di estremisti, talvolta guidate da deputati, si sono lanciate in assalti veri e propri per chiedere che gli indagati venissero liberati subito. Secondo loro praticare quelle torture sui detenuti palestinesi era giusto, si trattava di una punizione meritata per quanto accaduto il 7 ottobre. E il giornalismo non è certo immune da queste tendenze fasciste.
D. Quanto questa trasformazione si manifesta nella vita quotidiana, tra le persone comuni?
R. Non che in passato non fossero presenti, ma dopo il 7 ottobre queste espressioni di fascismo tra la gente si sono moltiplicate raggiungendo vette inimmaginabili. Ancora oggi accade che persone si rivolgano alle autorità per denunciare i loro colleghi di lavoro, compagni di studi, insegnanti, docenti e persino vicini di casa che, secondo loro, non sono in linea con la narrazione ufficiale. I più vessati sono sempre i palestinesi, ma la scure della repressione si è abbattuta anche su israeliani ebrei. La National Union of Israeli Students chiede una legge per imporre il licenziamento di qualsiasi accademico che metta in dubbio il carattere di Israele come “Stato ebraico e democratico”. Nel frattempo, insegnanti come Meir Baruchin sono stati licenziati per aver spiegato ai loro studenti che quel “carattere democratico” è uno slogan di fronte a quanto abbiamo davanti agli occhi ogni giorno; la professoressa Anat Matar è stata messa alla gogna per aver manifestato solidarietà al prigioniero Walid Daqqa (un palestinese con cittadinanza israeliana condannato per l’omicidio di un soldato negli anni ’80 e morto in carcere nei mesi scorsi. Le autorità non consegnano ancora il corpo alla famiglia perché intendono usarlo come merce di scambio, ndr).
D. Chi sta con la guerra e la narrazione ufficiale invece sembra godere di piena libertà di espressione.
R. Assolutamente. Parlare da fascisti non è vietato. Sono infiniti gli esempi di dichiarazioni a sostegno del genocidio (dei palestinesi, ndr) anche da parte di deputati e personalità della politica. E non pochi di essi sono stati presentati come elementi di prova dal Sudafrica nel suo caso di genocidio a Gaza contro Israele alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja. Moshe Feiglin, personaggio pubblico ed ex deputato del Likud, ricordando che Hitler disse che non avrebbe dormito finché fosse rimasto al mondo anche un solo ebreo, ha affermato che gli israeliani “non possono vivere in questo paese se un solo islamo-nazista rimarrà a Gaza”. Secondo il rabbino Eliyahu Mali, preside di una scuola religiosa a Giaffa, l’Ebraismo imporrebbe che tutti i residenti di Gaza debbano essere uccisi. Il linguaggio esplicitamente fascista è diventato parte delle espressioni quotidiane della maggior parte degli israeliani: gli appelli al genocidio inondano i social media in ebraico, le autorità israeliane non si oppongono e non muovono un dito per cercare di fermarli. Senza dimenticare i video che arrivano da Gaza in cui si vedono soldati che esprimono gioia e soddisfazione quando colpiscono in ogni modo i palestinesi e le loro proprietà e pronunciano frasi orribili che mirano a disumanizzare gli abitanti della Striscia.
D. Veniamo al capitolo della sinistra israeliana o per essere più precisi di quel settore della politica e della società che si autodefinisce di sinistra. Qualche giorno dopo il 7 ottobre, lei parlò dei tanti israeliani, per anni noti come di sinistra e pacifisti, che dopo l’attacco di Hamas hanno cominciato a parlare come quelli di destra e a sostenere una rappresaglia durissima contro i palestinesi. Se non sbaglio, per loro è stato anche coniato un termine, li chiamano “mitpachim”, ossia persone che dopo una sbronza, ossia aver sostenuto la pace e i diritti dei palestinesi, sono diventati sobri e hanno capito “chi sono davvero gli arabi”.
R. È una descrizione abbastanza corretta. I “mitpachim” sono tanti, alcuni anche famosi, e ben pochi di loro hanno fatto marcia indietro rispetto al ripensamento che avevano avuto nei giorni successivi al 7 ottobre e all’attacco di Hamas. Queste persone parlano usando espressioni e termini che sono abituali per la destra estrema, talvolta sono addirittura più aggressivi degli esponenti della destra. Spesso la loro principale attività pubblica o sui social è prendere di mira coloro che non hanno cambiato idea rispetto al cambiamento profondo e radicale che dovrà portare ebrei e palestinesi a costruire qualcosa di completamente nuovo per il futuro, un paese realmente per tutti e senza apartheid. Qualcosa che sia molto lontano dalle formule e dagli slogan senza valore che abbiamo ascoltato per troppo tempo. I mitpachim sono il riflesso di ciò che sta succedendo a tutta la società israeliana: una rapida discesa verso il fascismo.
D. Un futuro che appare tutto da costruire, la situazione attuale punta verso la direzione opposta. Il centro sinistra israeliano addirittura sembra trovare punti di riferimento in esponenti del nazionalismo religioso come l’ex premier Naftali Bennett noto per la sua aperta avversione verso i diritti dei palestinesi.
R. Purtroppo è così. Ricordo a questo proposito un articolo pubblicato un paio di mesi fa dal giornale Haaretz in cui l’opinionista Yoana Gonen esprimeva stupore e sdegno per quelli di sinistra, o che si dichiarano tali, che hanno promesso di votare per Naftali Bennett. Il centrosinistra ebraico deve capire che ciò che è stato non può più essere. Il campo che ha reso omaggio all’idea di democrazia solo per stabilire più fermamente la supremazia ebraica tra il fiume (Giordano) e il mare (Mediterraneo) è quasi del tutto scomparso dalla mappa politica. Un giorno la guerra finirà e la società israeliana emergerà più violenta, più nazionalista, più militarista e più apertamente fascista.
Dobbiamo prepararci per questo giorno costruendo un fronte antifascista che possa frenare i peggiori impulsi di questa nuova società e tracciare un percorso diverso da seguire. Il centrosinistra che conosciamo non è certamente all’altezza del compito di guidare un fronte antifascista. I suoi leader non saranno il punto di riferimento di coloro che credono in una piena uguaglianza, che combattono l’apartheid e ogni discriminazione, che immaginano e lavorano per un futuro radicalmente diverso dal
presente.


